Contro il Dal Molin
17 febbraio 2007
di Chiara Peruffo
laperuffo@tele2.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Diario di una normale cittadina di Vicenza
alla manifestazione di Vicenza contro il Dal Molin.
17 febbraio 2007

giovedì 15 febbraio
Due parole sulle questioni che mi muovono.
La militarizzazione della mia città.
La mia città ha poco più di 114.000 abitanti. A Vicenza e provincia si sono già troppe basi e impianti militari americani (la Caserma Ederle dove già sono in 6 mila i soldati americani, il Site Pluto a Longare dove per vent’anni sono stati stoccati missili a testata nucleare, la base al Tormeno, i magazzini a Torri di Q.lo, la housing area a Vicenza Est) oltre a questi c’è una scuola di polizia e una scuola per allievi sottoufficiali dei carabinieri che ospita anche il quartier generale della Gendarmeria Europea.
La devastazione ambientale.
L'area interessata alla costruzione della base è una vasta area verde completamente circondata dalla città di circa 500.000 mq, saranno costruiti approssimativamente 600.000 metri cubi, equivalenti a 1900 appartamenti di 100 metri quadri ciascuno.
La nuova base darà alloggio a 2.000 soldati con le loro rispettive famiglie a cui si aggiungeranno i dipendenti civili della base.  Questo porterà ad un incremento di 15.000 persone della popolazione cittadina. La base richiederà alti consumi energetici (acqua, energia elettrica) a basso costo (privi di accise, iva, ... a carico dei contribuenti). Secondo alcune stime accreditate i consumi della nuova base sarebbero pari agli attuali consumi di circa 30 mila vicentini. In particolare ci sarà un fortissimo aggravio per la falda idrica vicentina.
Già ora le vie limitrofe all’aeroporto sono intasate da lunghissime file negli orari di punta in quanto si tratta di un punto di accesso alla città da nord. Non ci si capacita del fatto che tali problemi di viabilità dovranno essere aggravati dal movimento di tante persone in più che abitino in quella zona.
La mia contrarietà alla guerra e alla politica aggressiva statunitense.
Ospiterà la 173rd Brigade Combat Team un'unità d'assalto aerotrasportata, con caratteristiche esclusivamente offensive e sarà la più potente unità americana fuori dei confini degli Stati Uniti, in prossimità della base aerea di Aviano, suo centro d’impiego primario. Nessuno ha smentito che la 173rd Brigade Combat Team sarà l'unica unità d’intervento rapido americano in Medio Oriente, Iran incluso. La 173esima coprirà in particolare l’area del Mediterraneo e dell’Africa. Ma non solo.
La mancanza di democrazia nel nostro paese e soprattutto nella mia città.
Gli accordi sono stati presi tra il governo Berlusconi e il comando americano, e il sindaco Hüllweck ha dato il suo assenso. Tutto questo senza consultare né i cittadini né il Consiglio Comunale. La questione è trapelata due anni più tardi.
Solo nel marzo del 2006 cominciano ad uscire le prime notizie sulla prossima rivoluzione militare americana a Vicenza. E a formarsi i primi Comitati del No, ormai sei riuniti in un coordinamento, presenti con cartelli e cortei, e una raccolta di 10 mila firme, la presenza di 2.000 persone in piazza con pentole e coperchi per disturbare la riunione del Consiglio comunale del 26 ottobre che ha ratificato la decisione del sindaco con 21 voti favorevoli e 17 contrari. A fine novembre il comitato è stato ricevuto dal ministro Parisi che pareva aperto all’idea di un referendum popolare. Il 2 dicembre c’è stata una grande manifestazione, di circa 30.000 persone mobilitata contro la nuova base. Il 18 gennaio una manifestazione studentesca. Una fiaccolata di migliaia di persone sgomente e arrabbiate ha risposto al sì alla base espresso da Prodi.
Ed eccoci quindi alla grande mobilitazione organizzata per sabato.
In città gli organi di stampa danno spazio solo alle forze che sostengono la nuova base. E stanno contribuendo tutti a creare un clima di paura sia a livello locale che nazionale. Stanno cercando di farci restare a casa.
Il ministro dell’interno, Amato, si è detto molto preoccupato per possibili incidenti e infiltrazioni. Il nostro prefetto ha ordinato la chiusura delle scuole e dei musei. Arrivano notizie come allarmi di numerosi pullman provenienti dall’estero. Gira voce che ha aderito alla manifestazione il centro sociale di Padova cui appartenevano gli arrestati con l’accusa di nuova costituzione delle Brigate Rosse. Il clima è preoccupato, e si teme possa accadere un incidente. Magari provocato.

venerdì 16 febbraio
Guardo anch’io alla manifestazione di domani con un po’ di tensione. Dicono che saremo il doppio dell’altra volta. Sono un po’ delusa per l’itinerario concesso al corteo: nessun punto significativo della nostra città, non il Dal Molin come meta, nessuna istituzione pubblica lungo il percorso.
Vengo a sapere che il presidente della Banca Popolare Vicentina, il produttore di vini Zonin, in prima fila per sostenere la realizzazione della nuova base, ha fatto chiudere la sede centrale della banca interrompendo l’esposizione pubblica in corso nelle sue eleganti sale di rappresentanza.
Un elicottero nel pomeriggio comincia a sorvolare la città. Poi un altro.
Comincio senza parere a preordinare con le mie figlie di tenerci nella parte del corteo prevista come la più pacifica, quella dei nonviolenti, che partirà da Viale Mazzini. Raccomando attenzione. Mi accordo su come ritrovarci alla fine del corteo, su come comunicare in caso di necessità, casomai...
Voglio partecipare però, esprimere la mia opinione serenamente, anche se Prodi ha già detto che la decisione presa non si sposterà di un millimetro, anche dovessimo essere moltissimi. Il presidente della Repubblica ammonisce contro la democrazia di piazza.
Voglio partecipare anche per vincere questo clima di paura che è stato creato secondo me strumentalmente. 
Le manifestazioni precedenti, a ottobre, a dicembre, a gennaio, sono tutte state colorate, rumorose ma assolutamente pacifiche. Perché domani dovrebbe essere diverso?
Tiro fuori le nostre bandiere arcobaleno. Una per ciascuno.
Oggi intanto faccio la spesa perché chissà se domani troverò tutti i negozi chiusi come dicono.

sabato 17 febbraio. Mattino
Dal mattino due elicotteri sorvolano bassi in continuazione la città dando il senso di un controllo pesante.
Un’amica è uscita stamattina alle 8.00 per curiosare e verificare l’organizzazione della manifestazione. E’ rimasta ammirata dall’efficienza dei ragazzi del centro sociale e dei comitati promotori. Hanno montato in campo Marzo un palco, hanno provveduto a montare bagni chimici, hanno mucchi di sacchi per le immondizie visto che il Comune per paura di disordini, oltre a far sigillare tutti i tombini lungo il percorso ha fatto anche togliere cassonetti e cestini per i rifiuti.
Hanno comprato migliaia di bottiglie d’acqua (e di birra...) e di panini. Hanno anticipato tutti i soldi, in questo aiutati dagli abitanti nelle zone limitrofe alla prevista nuova base e da gruppi amici.
Al telefono la mia amica dice che c’è polizia dappertutto e che cominciano ad arrivare i primi gruppi di manifestanti da altre città. Alle 10 partiranno i comitati dal presidio di Ponte Marchese, dietro il Dal Molin, e da Longare, sede del sito Pluto. All’una è previsto il ritrovo per i vari spezzoni di corteo nei viali in vicinanza della stazione.
A casa sua hanno dormito tre ragazze di Bari e altre due le andranno a prendere in stazione provenienti da Milano. Mia figlia Marta mi racconta che a casa della sua amica hanno dormito cinque amici venuti per manifestare e che i suoi hanno dormito sul divano mentre loro a due o tre per letto. C’era l’invito per tutti ad ospitare chi veniva per manifestare.
Verso mezzogiorno nessuno più può passare per il centro, né i vicentini né quelli venuti da fuori. Che peccato, i manifestanti potranno vedere solo la città brutta, quella dei condomini anonimi e si perderanno le nostre belle strade del centro, la nostra piazza elegante, i nostri palazzi antichi!
Mangiamo presto, in fretta, per partire in bicicletta verso il corteo. Le solite ultime raccomandazioni da mamma, i soliti sbuffi di fastidio delle ragazze.
E’ una bella giornata di primavera. Ognuno di noi ha il suo punto di ritrovo dove riunirsi con i suoi amici. Saremo separati. Chissà che vada tutto bene!

sabato 17 febbraio. ore 13.30
Mi trovo con gli amici sotto casa loro e lascio lì la bici. Metto la bandiera della pace annodata sulle spalle. Fotografia per il gruppo che parte ridendo.
Mi unisco al corteo appena fuori Porta Nova. E’ fermo. Che bellezza! un sacco di colori, di bandiere, palloncini. Comincio subito a trovare amici un po’ dappertutto e ci salutiamo, ci scambiamo l’augurio che sia una bella manifestazione.
Dai prati verdissimi sotto le mura medioevali vedo già lungo tutto Viale Mazzini disporsi gruppi e singole persone. E’ già tutto pieno seppure non compatto. Come saranno allora Corso S. Felice, Viale Milano, la stazione ferroviaria che ci sta alle spalle?
Sono nella parte di testa del corteo, molto varia e variopinta. Prevalgono le bandiere arcobaleno ma comincio a vedere cartelli vari: “Lasciate ogni speranza o voi che votate”, “Imperialismo in N.A.T.O.”, “Basi sì ma con la lengua”...
Ci sono alte figure sui trampoli dai colori sgargianti, un brusio di chiacchiere e risate anche se coperto spesso dal volo basso degli elicotteri. E’ presto, dovremmo partire tra un’ora.
Intanto risalgo il corteo in formazione con gli amici, vogliamo andare un po’ più avanti per partire quasi in testa, ma la testa del corteo in realtà non la vediamo, è oltre. Vedo che come noi un po’ alla volta tutti si stanno muovendo, è presto, ma il corteo si avvia credo sotto la pressione degli spezzoni che ci stanno alle spalle e straripano. Mah! Mi sa che siamo partiti con un’ora di anticipo.
Cominciamo senza cori, camminando e chiacchierando a gruppetti d’amici, salutando man mano quelli che incontriamo lungo la strada. Un sacco di persone impreviste, non ci saremmo mai aspettati di vedere questo o quello. E poi la tv locale dirà a sera che di vicentini ce n’erano pochissimi, erano tutti da fuori!
Per contrastare il volo oppressivo degli elicotteri partono i tamburi, i coperchi, i fischietti da vari punti del corteo.
Proseguiamo lungo gli ampi viali della circonvallazione che corre lungo le mura. Gente alle finestre, in questura anche sopra il tetto, il corteo ci passa davanti senza quasi notarla. Fotografi ai balconi, saliti sui pali delle recinzioni, sui muretti. C’è un’aria distesa in tutti che fa passare le preoccupazioni di ieri.
Io non ho paura” c’è scritto su un cartello, “Vicenza non è rimasta a casa e i balconi sono aperti”, dice un altro, in polemica con un onorevole locale che aveva incitato i vicentini ad andare via dalla città, a chiudersi in casa e a sprangare porte e finestre. E la tv locale ha mandato in onda interviste di persone che anticipavano l’esodo di fine settimana verso la montagna per non incappare in disordini. Siamo finalmente contenti di aver superato il timore che serpeggiava fino a stamattina.
E’ veramente un corteo vario, tranquillo e pacifico, ma quello che comincia ad essere evidente è che c’è un sacco di gente. Il giornale locale dirà il giorno successivo che c’era meno di gente di quanto ci si aspettava, e così scopriremo che era un inguaribile ottimista, visto che dai 70.000 previsti dalla prefettura, le stime delle forze dell’ordine erano salite il giorno dopo a più di 100.000, e gli organizzatori hanno parlato di quasi 200.000 persone presenti.
A metà percorso approfittiamo di una scalinata offerta dal mitico Istituto Rossi, e ci sediamo a veder sfilare un po’ il corteo per renderci conto della sua lunghezza e nella speranza di veder passare anche lo spezzone dell’Arci ragazzi dove nostra figlia doveva fare animazione ai bambini con grandi paracadute arcobaleno. Passa lo spezzone delle famiglie per la pace, lo striscione della rete Lilliput, quello di Beati i costruttori di pace, del Movimento Nonviolento, il gruppo azzurro degli scout in divisa, la macchia gialla delle bandiere di Legambiente, le bandiere rosse di Rifondazione, quelle nere degli anarchici, quelle verdi dei Verdi per la pace, quelle bianche No Dal Molin e ovunque tante bandiere arcobaleno. Passano gli striscioni NO TAV e sono tanti i gruppi che vengono dalla Val di Susa, passa anche la loro banda paesana che precede uno strano capitello di legno, come in processione. Ci spiegheranno dopo che è la Madonna del Rocciamelone, il santuario più alto in Europa, a più di 3.000 metri, e che li protegge.
Passano gli striscioni dei gruppi di Roma, di Torino, di Bari, di Napoli, di Parma, della Toscana, di Cremona... Passa un corteo in bicicletta suonando i campanelli.
Lungo il percorso c’è il gruppo degli statunitensi per la pace che ricevono abbracci e complimenti.
Qualche vicentino alle finestre guarda con curiosità, qualcuno ci accompagna battendo le pentole; c’è qualche bandiera esposta, ma in generale le facciate delle case restano mute. Chissà quante persone non condividono con noi questa festa che è però una lotta.
Ai lati del corteo si formano gruppi di passanti che guardano. La polizia non si vede, non se ne sente la pressione. Anche questa volta il questore di Vicenza ha voluto controllare senza creare tensioni inutili o provocazioni. Le forze dell’ordine sono tutte schierate, hanno detto più di 1.500 uomini, e chiudono le vie che si dipartono lateralmente dal percorso. Ma sono lontane, si tengono a cinquanta-cento metri dal corteo e non opprimono con la loro presenza in assetto di guerra.
Qualche segnale stradale ha modificato il suo senso dopo il passaggio dei manifestanti: su una freccia di senso unico è stato stampigliato “Yankee go home” e un’indicazione per Noventa V. viene coperta parzialmente con piccoli adesivi fino a diventare NO TAV.
Si saldano provenienze geografiche diverse che solidarizzano tra loro a partire dall’interesse a preservare il proprio territorio da grandi infrastrutture di dubbia necessità, o uniti contro la guerra, l’imperialismo aggressivo, l’uso della violenza e delle armi.
Si uniscono appartenenze molto varie e sfilano accanto cattolici e comunisti, anarchici e scout, ambientalisti e perfino qualche leghista.
Il lento procedere del corteo si adatta al passo fantasioso dei bambini, così numerosi e colorati a piedi o in passeggino o negli zainetti in spalla ai genitori. Così pure si adatta all’andatura più pacata dei numerosi anziani e delle carrozzine che, spinte da amici, permettono di partecipare anche a chi non cammina.
Anche la testa del corteo, partita stamattina dal presidio, manifesta la stessa varietà di storie e provenienze. Casalinghe sostenitrici dell’attuale amministrazione di destra che a partire da una base militare lievitata sotto i loro occhi vedono imbruttire le loro villette e si ritrovano a condividere con i ragazzi dei centri sociali una lotta comune che fa superare pregiudizi prima impossibili.
In tutti la voglia evidente di essere tenuti in conto da un governo eletto con uno scarto molto più piccolo del numero di persone presenti qui oggi. Un governo che nel suo programma prometteva di tener conto della volontà locale in caso di opere di grande impatto ambientale. Un governo che tradisce la speranza in una svolta con una finanziaria che chiedendo sacrifici al sociale aumenta però le spese militari del 13% e si sente in obbligo di onorare patti non scritti presi da un esecutivo precedente di tutt’altra linea politica. In molti ci chiediamo se sarà mai possibile per noi italiani essere sovrani sulla nostra terra!
Il corteo sale verso le Scalette, luogo palladiano caro a noi vicentini che fin da piccoli saliamo di corsa questa ripida scalinata per salire a Monte Berico. Ci sediamo in alto per veder sfilare un corteo infinito lungo Viale Margherita che poi continua come un serpente ininterrotto fino a Campo Marzo. E’ così strana la nostra città vuota e sonnolenta oggi così piena di gente, diventata improvvisamente da piccolo centro di provincia chiuso e opulento a simbolo di lotta contro la guerra, le basi militari, lo scempio dell’ambiente per interessi economici.
Anche noi ci avviamo verso la meta del corteo, Campo Marzo. In veneto sarebbe Campo marso, cioè marcio, perché qui c’era una zona paludosa, e non Campo Marzio o di Marte, come vorrebbero nobilitarlo rendendolo così soggetto al dio della guerra.
Qui man mano che sopraggiungono sempre nuovi spezzoni di corteo, che continueranno a riversarsi nel grande prato fino alle 18.30, la folla si stringe, si compatta intorno al palco. Da qui parlano esponenti dei comitati e del gruppo organizzatore, felici per la riuscita della manifestazione, e poi Dario Fo (uno scoppiettante premio Nobel con l’età dei miei suoceri) e Franca Rame, invitati a dare un tocco di spettacolo e di politica alla chiusura del percorso. Ampi applausi agli slogan, alle battute, indignazione per la commessa di molti aerei militari firmata dal nostro ministro della difesa, con la multinazionale di armi, la  Lookeed. Se qualche vicentino avesse un po’ di memoria dovrebbe ricordarla visti i collegamenti ipotizzati tra questa multinazionale e un nostro illustre concittadino allora presidente del consiglio, Mariano Rumor, a proposito di una vicenda di tangenti per l’acquisto di aerei C-130 (vicenda il cui personaggio chiave era chiamato in codice “Antilope Cobbler”).
L’elicottero continua a sorvolarci molto basso, tanto che per un momento temo che sia alla fine avvenuto quell’incidente che tutti abbiamo temuto, quando in fondo a Campo Marzo, dietro la folla, vedo alzarsi i fumogeni. Ma non è nulla, sono gli stessi fumogeni che alla partenza del corteo avevano simulato un conflitto che non c’è stato. E’ stata invece una grande e civile manifestazione di come si possa esprimere con pacatezza e forza la propria opinione.
Ora suonano i Punkreas che tanti dei giovani presenti aspettavano. Per me è sera, comincia a fare freddo e sento la stanchezza. E’ proprio tempo di lasciare la festa ai ragazzi che poi faranno notte per smontare e ripulire tutto prima del mattino come nei patti con l’amministrazione comunale.
Mi avvio a riprendere la bici, soddisfatta, e mi stringo nella mia bandiera arcobaleno per proteggermi dall’aria che si è fatta umida.
Tornando in bicicletta verso casa, lungo un viale alberato ancora presidiato dalle camionette della polizia, vicino alla Gendarmeria europea, passa un'auto dalla quale un passeggero, sporgendosi dal finestrino abbassato, urla con rabbia a me e a mio marito, ancora bardati della bandiera della pace: “comunisti di m...”.

Ci restiamo male, c’eravamo dimenticati per un giorno di vivere in una città e in una regione così chiusi e irrigiditi in posizioni pregiudiziali e contrapposte.
 
 
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