Care amiche ed amici
Permetteteci di scrivervi alcune righe per condividere con voi le preoccupazioni di questo momento. Ci riferiamo in modo particolare al pacchetto Maroni sulla sicurezza e in specifico, ma non solo, alla schedatura dei bambini rom.

Vogliamo partire dicendo tranquillamente la nostra posizione. Molti di voi sanno che la nostra associazione (la comunità di via gaggio) ha iniziato
a lavorare sul territorio lecchese dal 1975.
La preoccupazione, allora, era costituita dai giovani e dal loro rapporto faticoso con l’alcol, le droghe e il passaggio da un tipo di società verso
un mondo che ci ha portato alla globalizzazione di oggi.

Negli ultimi cinque anni, come associazione, siamo stati colpiti dal fenomeno immigratorio, in modo particolare dall’arrivo di adolescenti nel territorio lecchese. Abbiamo maturato la decisione di investire, per dieci anni, le nostre energie in un progetto che abbiamo chiamato “Crossing”
e in un luogo che abbiamo chiamato “La Casa sul Pozzo”, restaurata con l’aiuto di molti di voi, e che sta diventando ogni giorno di più un luogo-laboratorio dove, incontrandosi, si sperimentano le possibilità di convivere tra le tante diversità etniche che abitano nel nostro territorio.

Durante l’ultimo anno scolastico la casa è stata frequentata da ragazzi/e italiani e stranieri, questi provenienti da oltre 16 paesi; in un contatto quotidiano, paziente, tenace, hanno collaborato una trentina di volontari lecchesi.

Dei 52 adolescenti che hanno frequentato nel 2008 il progetto, una ventina ha iniziato in questi giorni uno stage presso aziende del territorio per misurarsi con le regole, le dinamiche e le difficoltà di un lavoro dipendente.

Molti di voi passando per corso Bergamo, nel quartiere di Chiuso, sono rimasti colpiti da un grande disegno con una scritta: “venne senza visto”.
Si riferisce in modo particolare alla vicenda di Gesù di Nazaret, ma pone anche una domanda radicale: cosa sta all’inizio di tutto? Cosa c’è alla base di ogni storia umana?

Perché vi diciamo tutto questo?
Perché siamo turbati e scossi da quanto  sta succedendo in queste settimane e soprattutto dal silenzio disorientato e complice delle realtà
del nostro territorio.
Alcuni di noi, che hanno un’età maggiore, mettono in relazione questo tempo a quanto è avvenuto in Italia nel 1938 e al clima di grande silenzio
e acquiescenza che anche allora è stato vissuto con i risultati che tutti co?nosciamo: le leggi razziali, l’uso della religione come elemento di identità politico-razziale, la pulizia etnica; ci sono stati poi i campi di sterminio, in Italia la Risiera di s. Sabba a Trieste e i vari campi di concentramento, Fossoli per indicarne uno; in Germania e Polonia  i campi di eliminazione.

Il Cardinale Martini ha posto un giorno una domanda: ci sarà una seconda Auschwitz? Riprendendo un pensiero di Dossetti nella prefazione a “Le querce di Monte Sole”, ha scritto: “Sì, quando un male si fa pensiero, interpretazione della storia, si fa filosofia e cultura. Quando la violenza, l’ingiustizia sono legalizzate e legittimate da una classe dominante, il male si moltiplica senza resistenze - a parte quella di pochi eroi - e si cade in una condizione oscura dell’umanità: noi non ne siamo lontani, pur se l’iniquità non si è ancora del tutto scatenata”. (Carlo Maria Martini, Il Vangelo di Paolo, Ancora).

Sul tema delle impronte, stando a un sondaggio del quotidiano lecchese “La Provincia” oltre la metà dei votanti è d’accordo; vi si aggiungono il 10% favorevoli per motivi di censimento ma non per sicurezza. Il 29% dichiara che questo è un gesto razzista. Il 6% lo ritiene un gesto inutile. Non sappiamo il valore di questo sondaggio, certo dice qualcosa.

Noi vogliamo dire che dietro quei numeri la gente esprime delle difficoltà reali che non sono spesso razziste.

Ci sono difficoltà che hanno molte radici. Lo ha esplicitato da diversi anni con la solita chiarezza Carlo Maria Martini: la sfida più urgente della nostra civiltà è imparare a convivere come diversi condividendo lo stesso territorio geografico e sociale; imparare a convivere senza distruggerci, senza ghettizzarci, senza di?sprez?zarci, o guardarci in cagnesco e neanche senza solo tollerarci. Dobbiamo fare di più: vivificandoci e fermentandoci a vicenda, così che ognuno sia aiutato a rispondere di fronte a Dio della propria chiamata; sia musulmano, sia hindù, sia cristiano: cattolico, protestante, ortodosso. Rispondere di fronte a Dio, alla propria chia?mata. Questo è molto difficile; forse è il problema principale della società di oggi e di domani.

Se questa è la difficoltà riconosciuta dobbiamo lavorare in modo tale che non ci sommerga e al tempo stesso dobbiamo imparare a gestire il problema e la sua complessità.
Tutto questo costa fatica ed energie, non è un cammino romantico e nemmeno esaltante. A volte siamo portati, per la difficoltà che ci si presenta, a negare la questione, ci difendiamo assolutizzando i giudizi, chiudendoci in uno scafandro quasi fossimo dei sub che perlustrano un territorio; ma non possiamo sfuggire questa situazione, è la nostra storia di oggi, la nostra vita anche se tentiamo di starne fuori.

Le cose che vi scriviamo non sono legate a ideologie o schieramenti di par?te; le nostre parole sono attraversate dalle vite delle persone che incontriamo e con le quali condividiamo qualche momento.

Non affrontare questi problemi in modo umano e razionale ci priva della forza che deriva dall’accoglierli nel nostro intimo. Se chiudiamo gli occhi di fronte alle realtà, la subiremo pesantemente. Se non interiorizziamo queste presenze rischiamo di essere dei corpi estranei l’uno all’altro. Un territorio che non sa interiorizzare, che non fa esercizio di interiorizzazione, rimane incompleto e infecondo.

Dobbiamo aver chiaro che non possiamo non entrare in questo processo che è più grande di noi.

Il nostro è un territorio di grande generosità verso l’esterno; segnato dalla solidarietà internazionale ma anche dalla ricerca industriale, dall’apertura ai mercati, alle collaborazioni imprenditoriali, ai viaggi. Questo ci dovrebbe permettere di saper vedere l’orizzonte del mon?do e il suo trasformarsi nella complessità, al di fuori del proprio carattere rionale o di campanile. Abbiamo codici di lettura e di interpretazione, non usarli rischia di bloccare l’attraversare il tempo e le questioni che la vita ci mette sulla strada. Un paese chiuso alle altre culture non ha futuro.

Ci piacerebbe che richiamassimo questa memoria collettiva di come la gente del territorio lecchese vive nel mondo per imparare ad essere accoglienti qui, ad essere flessibili e conviviali; è il primo antidoto contro la chiusura. Lecco è un paese che cammina verso gli altri, ora deve fare la fatica di accettare il cambiamento che ci viene proposto dalla presenza degli altri.

Proviamo a immaginare il nostro territorio interrogato dalle spiritualità, dalle questioni, dalle domande di nuovi linguaggi. Quali scommesse per una scuola, una città, una cultura, una economia, una residenzialità a partire dai più piccoli, dagli ultimi che arrivano?
È la logica che ha attraversato il progetto giovani della città, quella di interrogarsi per offrire piccole risposte, che è sempre un modo per esercitare la propria responsabilità.

Poniamo due domande:
Al ministro Maroni, al suo governo e a tutti i politici:
- Chi sono i bambini rom che vuole schedare?
- Quale Italia diventiamo scegliendo questa strada, quale è la grande possibilità che abbiamo tra le mani?

A tutti i cittadini:
- Perché ci siamo rinchiusi in un silenzio così acquiescente? Non ci viene il dubbio che comportandoci così diventiamo tutti sudditi perdendo il diritto di cittadinanza?

Se non osiamo prendere la parola, assumendoci la responsabilità delle nostre posizioni, abdichiamo alla storia.


Comunità di via gaggio/Crossing.
Lecco 1 luglio 2008

 
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