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La confessio fìdei di un presbiterio
Nel discorso di Mileto Paolo esprime la sua fiducia nella grazia e nel futuro di Dio in vari modi, che toccano sia lui stesso sia il presbiterio di Efeso.
1. Per se stesso esprime la previsione di serie difficoltà («So soltanto che lo Spirito santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni » At 20, 23) e insieme la decisione di giocarsi fino in fondo: «Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la
mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio» (At 20, 24). Per lui è importante compiere le sua missione.
2. La stessa esigenza la sente per il presbiterio di Efeso, che affida «al Signore e alla Parola della sua grazia, che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità con tutti i santificati» (At 20, 32).
La dinamica interna verso la comunione che abbiamo espresso con forza ha un punto di convergenza ben preciso: e la missione.
La fraternità è per la missione, ha un orientamento intrinseco a essa. Ho letto con piacere tale convinzione nei vostri scritti. Il tempo che viviamo e la situazione sociale culturale e religiosa della nostra città e della nostra regione domandano sempre più chiaramente un clero che non si ripieghi su di se, non si rinchiuda in problemi particolari rinunciando a uno sguardo ampio e magnanimo sulla città e la folla cosmopolita che la abita. Sento con gioia che anche a questo livello c’è
comunione tra noi; la vorrei ancora più intensa. Il Signore ci chiede d’essere uomini che si aprono ad orizzonti grandi e che cercano con lucidità e passione di capire sempre meglio il senso e i modi del ministero oggi a Milano.
Ci vogliono sollecitazioni di questa portata per «divenire un presbiterio». S’è fatto certamente più arduo e difficile il nostro ministero. Di questa fatica vi sono tracce vistose nelle vostre riflessioni. Anche solo a confronto con gli inizi degli anni Ottanta, l’esercizio del ministero è divenuto più impegnativo, per tutti; in particolare per i giovani preti, i cui inizi sono frequentemente in "salita", come si suol dire. La condizione giovanile odierna s’è fatta molto più problematica, e molto più impegnativo e meno gratificante di un tempo è divenuto il servizio di un prete che pur vi si dedica con generosità.
Mi piace riconoscere, d’altra parte, che tale ammissione, cosi frequente nelle «Carte di comunione», non fa da preludio a forme di rinuncia a osare o a disimpegni che facciano cercare luoghi di rifugio. Avete scritto piuttosto che anche per questa ragione è importante farsi solidali gli uni degli altri, sostenersi nella fede, prendersi cura dei propri cammini e delle condizioni spirituali e di vita in cui il ministero si svolge. In un testo leggo: «La collaborazione è la forza delle strutture deboli».
3. Per il futuro queste strutture, pur se deboli, saranno molto necessarie. Sento crescere la consapevolezza che alcuni passaggi, anche strutturali, andranno affrontati nei prossimi anni. Mi riferisco in particolare a quelli necessari perché una pastorale d’insieme prenda sempre più forme adeguate e convincenti e che ogni esperienza di «unità pastorale»» - già numerose e destinate a crescere ulteriormente - sia accompagnata dalle condizioni che la rendano effettivamente praticabile. Mi fa bene sentire da voi che dei mutamenti di questo spessore possono essere realizzati solo se va gradualmente maturando uno stile di comunione tra presbiteri, tra presbiteri e comunità, tra persone con vocazioni e ministeri diversi. Vedo che cresce, sia pure lentamente, un consenso al riguardo. Sono incisive le espressioni che leggo in una Carta di comunione: «Vogliamo operare alcune scelte che ci facciano crescere nella direzione di una comunione presbiterale sempre più ampia e sempre più feconda, che incida sul nostro cammino personale di preti, e proprio per questo anche nel lavoro pastorale con le nostre comunità e in particolare per la vita del decanato».
Proseguiamo in questa direzione, aperti ai modi che lo Spirito andrà suggerendoci; sarà anche la strada per un benefico contagio di comunione che interesserà presbiteri e laici insieme.
La posta in gioco è alta, i vostri scritti la richiamano spesso; si tratta di regalare al nostro tempo il segno autentico della Chiesa di Gesù, facendola esistere e crescere nelle sue componenti essenziali. Per noi preti si tratta inoltre di dare volto a quell’anelito apostolico che faceva dire con gioia a Paolo
d’essersi prodigato in ogni modo per rendere possibile «a Giudei e Greci di convertirsi a Dio e di credere nel Signore Gesù» (At 20, 21).
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