Discorso di Mileto
di Carlo Maria Martini
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La confessio vitae di un presbiterio

Il discorso di Paolo agli anziani di Efeso non accenna di per se a una confessio vitae, se non in controluce, quando enumera alcuni pericoli futuri («Entreranno tra voi lupi rapaci...sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse»). Accenni più forti di una confessio vitae si hanno tuttavia in quegli accenni di «discorsi di addio» presenti nelle lettere pastorali.
Paolo evoca che «per l’innanzi era stato un bestemmiatore, un persecutore e un vio1ento» (1 Tim 1, 13) e non mancano gli accenni alla timidezza di Timoteo (2 Tim 1, 7), al rischio che costituiscono per lui le «passioni giovanili» (2 Nm 2, 22) come pure le «discussioni sciocche e non educative... che generano contese» (2 Tim 2, 23) e i «momenti difficili che stanno per venire» (2 Tim 3, 1).
Volendo da parte mia individuare alcuni rischi che corre il nostro presbiterio, li riassumerei così.

1. Dobbiamo guardarci anzitutto da un certo rischio di autoreferenzialità e di autosufficienza. Siamo una Diocesi grande, con una storia gloriosa, viviamo in un contesto che ha tante possibilità materiali e culturali. Il rischio è di rinchiuderci su noi stessi, di non guardare con attenzione a esperimenti, cammini, aperture e grazie che lo Spirito diffonde altrove e che possono vivificare anche il nostro cammino. In particolare nella lettera pastorale Tre racconti dello Spirito ho invitato a considerare con attenzione le tante ricchezze di spiritualità di ieri e di oggi presenti nella Chiesa e anche alcuni valori contenuti nei nuovi movimenti, non per imitarli pedissequamente o  per adottarli necessariamente in toto, ma per riflettere sulle vie concrete con cui lo Spirito ci muove, ci stimola, ci precede.

2. Una forma particolarmente pericolosa di questa autosufficienza è l’attivismo, che deriva dal voler arrivare a tutto: quel «faccio tutto io» che talora ci viene attribuito con un pizzico di umorismo e che è il rovescio della medaglia del non voler stare mai con le mani in mano. Ne intravedo tre conseguenze negative: 1. il rischio di lasciar sfocare la centralità della preghiera; 2. quello di dimenticare il bisogno estremo che abbiamo di pause contemplative, come ho detto fin dalla prima lettera pastorale su La dimensione contemplativa della vita; 3. quello di far fatica a collaborare, a dare spazio ai collaboratori, preti, diaconi, consacrati, laici, caricandosi così di pesi che a un certo punto divengono eccessivi.

3. Dobbiamo poi riflettere seriamente sul fatto che siamo anche noi, come tutti i fedeli, immersi in una atmosfera di mondanità, di consumismo, di frivolezza, di sensualità che rischia continuamente di contagiarci, se non ci contrapponiamo con una coraggiosa austerità di vita e con una rigorosa
disciplina dei sensi. Vale pure per noi la parola di Gesù: «Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te» (Mi 5,29). Spesso non si tratterà dell’occhio o della mano, ma di qualche cosa di molto più semplice, come dello zapping del televisore.

4. Più in generale dovremo guardarci dal rischio di resa di fronte agli ostacoli del cammino di comunione che abbiamo intrapreso. Infatti in alcuni casi lo sforzo sincero di condivisione appare un po’ «bloccato». Più di un decanato me lo ha scritto con lealtà, sinceramente dispiaciuto di non potermi consegnare qualcosa di più, con l’impressione sofferta di non sentire un clima che incoraggi, perché prevalgono la sfiducia, l’estraneità, a volte anche il disimpegno.
Anche con queste situazioni vorrei entrare in dialogo. Nel testo di Paolo - lo abbiamo ricordato- ci sono accenni a «lacrime e prove», a «catene e tribolazioni», a «lupi rapaci che non risparmieranno il gregge» (cfr. vv. l9. 23. 29. 30).
La comunione non è mai un esito facile, un traguardo scontato. Vorrei dirvi: in situazioni cosi non irrigidite le posizioni, non date sfogo ai malumori, e nemmeno gettate la spugna. Le difficoltà non hanno mai radici più profonde di quelle della comunione. È possibile farci aiutare da situazioni più positive di altri decanati; già solo il vedere come tanti preti della nostra diocesi hanno avviato esperienze buone, pur essendo in situazioni pastorali simili per difficoltà o addirittura più ardue delle nostre, può fornire un aiuto. E comunque ci rimarrà sempre una risorsa grande, accessibile a tutti: se le distanze non si attenuano e le difficoltà non si sciolgono, c’è quella che si potrebbe chiamare la «terapia della Parola».
Ritrovarsi cioè ogni martedì, almeno per coloro che ci stanno fin dall’inizio, per una lecito divina sui testi biblici, con convinzione e con fede umile e sincera. Ciò che il dibattito non riesce a ottenere, lo ottiene la Parola; è un gesto di umiltà che rigenera, rimette in cammino, si fa contagioso. Il primato della comunione merita anche questo passo.

   
 
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