Discorso di Mileto
di Carlo Maria Martini
»  
La confessio laudis di un presbiterio
»  
La confessio vitae di un presbiterio »  
La confessio fìdei di un presbiterio »  
Conclusione »  

   
 
     
 
     
 
     
 
     
 
     
 
     
 
     
 

 

La confessio laudis di un presbiterio

Mi piace iniziare con le parole di sant’Ambrogio nel commento al Salmo 118, che già richiamavo all’inizio della lettera di introduzione al Sinodo 47° ed esprimono bene le ragioni di gioia della Chiesa ambrosiana rivoltele dal suo stesso Signore:
Dice lo Sposo alla Chiesa:
«Tu sei il mio sigillo
creata a mia immagine e somiglianza.
Risplende in te
l’immagine della giustizia,
l’immagine della sapienza e delle virtù.
Nel tuo cuore è impressa
l’immagine di Dio» (Commento al Salmo 118, XXII, 34).

Sì, noi ti lodiamo o Signore, perché tu ci hai posti come sigillo sul tuo braccio e hai stampato la tua immagine nel nostro cuore. Il segno della tua gloria brilla anche nel nostro presbiterio, al di là di tutte le nostre povertà e inadeguatezze. Molte sono, o Signore, le ragioni per rendere lode a Dio per i miei preti.

1. Ti rendo grazie, o Signore, anzitutto per il cammino percorso insieme nell’ultimo biennio, che abbiamo chiamato «E li mandò a due a due...». Leggo nei vostri testi un apprezzamento sostanziale dell’iniziativa.
Si esprime l’auspicio che essa continui in quanto metodo e stile. E ancora: «Il cammino è nuovo. Sono emerse fatiche dovute alla storia e alla struttura personale di ciascuno e alle situazioni oggettive in cui dobbiamo operare, dove le tante proposte si affollano su tempi sempre più ristretti. Vogliamo però raccogliere una sensazione, anzi una convinzione che in molti è germinata: abbiamo bisogno di questo cammino; abbiamo bisogno di questo modo di ritrovarci in "verità e carità", cioè nel vissuto della nostra fede perché è qui che ritroviamo la nostra verità e la capacità di donarcela in carità».
Quando leggo espressioni come queste provo una gioia grande. È il segno che ci siamo capiti bene; non volevamo redigere documenti astratti né fare sintesi teoriche. Intendevamo convergere cordialmente attorno a una volontà di comunione che ci strappasse dall’insidia dell’individualismo e dell’autosufficienza, e ci orientasse a scelte concrete di fraternità e di condivisione. Per questa strada vi esorto a continuare, con tenacia e passione.

2. A partire di qui vorrei esprimere tanti più ampi motivi di lode e di rendimento di grazie. Ti lodo, o Signore, perché i nostri preti sono vicini alla gente, non si rinchiudono nel guscio delle loro comodità, ma cercano giorno e notte di parlare al cuore dei fedeli. Mi pare che la grande maggioranza di loro può dire come il tuo apostolo Paolo: ti servo, Signore, con tutta umiltà, non mi sottraggo a ciò che può essere utile al fine di predicare e di istruire in pubblico e nelle case, non
mi sottraggo al compito di annunziare tutta la volontà di Dio.
E questo anche tra le lacrime e le prove, soffrendo quando l’Amore non è amato e la bontà del Padre che è nei cieli viene trascurata o respinta. Ti rendo grazie in particolare perché so che i miei preti si fanno prossimi ai poveri, a tutte le forme di povertà, così come il tuo apostolo Paolo il quale proclamava: «Si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore che disse: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!» (At 20, 35).

3. Ti lodo, o Signore e ti rendo grazie perché, malgrado le resistenze e le durezze di un mondo difficile, i miei preti non perdono la speranza, rimangono sulla breccia, non si rifugiano nelle retrovie e continuano a seminare anche nel pianto con la fiducia di raccogliere un giorno nella gioia.

4. Ti rendo grazie perché nell’insieme i miei preti coltivano la gratuità evangelica, sono lontani dall’avarizia, liberi dall’ansia per la carriera o dalla smania degli onori ecclesiastici. Essi possono dire col tuo apostolo:  Non ho desiderato né oro né argento né. veste di nessuno. Non mi sono risparmiato nella fatica né nell’orario. Ho cercato di non dire mai: quest’anima non tocca a me, ho gia dato abbastanza del mio tempo, ci pensi un altro.

5. Ti rendo grazie perché le mie ripetute insistenze di tutti questi anni (fondate sul capitolo VI della Dei Verbum) ad amare, meditare, pregare la parola di Dio a partire dalle Sacre Scritture, sta lasciando traccia nel cuore dei miei preti e mi pare che la lectio divina venga assunta a poco a poco anche come metodo ordinario e criterio di discernimento pastorale.
Leggo per esempio in una Carta di comunione «Riteniamo che il nostro ritrovarci insieme debba essere alimentato da un “ricco momento di preghiera comunitaria” che introduca, nella luce della Parola di Dio, allo scambio e alla verifica delle esperienze pastorali». E in un’altra: «Troppo spesso
quando ci incontriamo finiamo di cadere nell’attivismo...Seguendo il gusto ritrovato (della condivisione fraterna intorno alla persona di Gesù) desideriamo tener viva la condivisione fra noi, a partire dalla preghiera, dalla Parola ascoltata e dal dono del nostro Sacerdozio». E ancora: «Praticare l’ascolto della Parola e la comunicazione della fede "tra pari" in vista della chiamata ad un annuncio autorevole».

6. Ancora ti rendo grazie perché attraverso il cammino di «E li mandò a due a due...» avverto che è cresciuto il senso del presbiterio, la coscienza di una responsabilità comune per un lavoro comune, il senso del decanato.
Quante diversità colgo tra quanto si diceva agli inizi degli anni Ottanta, sul decanato e sull’essere presbiterio e quanto scrivete in proposito nelle Carte di comunione. Ad esempio la metafora della «casa» che appare spesso nei vostri scritti dice eloquentemente la strada percorsa. Anche una «struttura» come l’articolazione della diocesi in decanati, e sempre più intesa non come formalità organizzativa e burocratica, bensì come spazio in cui si radica una chiamata alla comunione.
Fino a riconoscere che l’essere destinati dal Vescovo a un ministero in una comunità si accompagna naturalmente a sentirsi destinati pure al presbiterio che opera in quel territorio o contesto. «Non ci si sceglie», scrivono molti di voi, «ma ci si riconosce fratelli chiamati a divenire un presbiterio».
Ti rendo grazie perché il cammino previsto non è rimasto vago, ma sono state espresse delle determinazioni puntuali.
Le ho sentite elencare molto frequentemente: l’esperienza comune della Lectio divina sui testi biblici della domenica, il dosaggio tra incontri di decanato ufficiali, informali, di settore, rendendo di fatto abituale il ritrovarsi; la cura per la qualità degli incontri; l’incremento di forme di comunitarietà di vita; spazi specifici per la comunicazione della fede e per riflettere insieme su ciò che accade in noi nell’esperienza del ministero; l’aiuto reciproco nel discernimento; tempi e luoghi
ben custoditi, cosi che il ritrovarsi sia qualcosa che realmente aiuti e tonifichi; le molteplici forme di convergenza nell’azione pastorale d’insieme; la volontà di approfondire tematiche meritevoli di studio; lo scambio fecondo di esperienze pastorali e culturali vissute, ecc.
Ascoltando questo insieme di determinazioni relative al cammino spirituale e al lavoro pastorale condiviso, colgo un intreccio fecondo che delinea una sensibilità e uno stile capaci di favorire la comunione. Un decanato lo tematizza cosi: «Lo stretto collegamento tra il Progetto pastorale decanale e la Carta di comunione sembra a noi un dato essenziale, profondamente legato alla visione teologica della spiritualità del prete diocesano: la sua fede cresce vivendo la sua missione».
Tra l’altro, questi passi di azione pastorale condivisa delineano di fatto un inizio non più generico o solo teorico di «pastorale d’insieme». La scelta di comunione e la cura dei gesti o iniziative pensati e scelti insieme rende capaci di forme anche nuove di condivisione; leggendole elencate nei vostri scritti, noto come esse stiano animando dall’interno i cammini di decanato, di città e cittadine, di unità pastorali, di aree omogenee. Riprendo solo un esempio, tra i tanti che indicate, per dare un incoraggiamento forte a uno dei sentieri che si sono rivelati in questi anni del Giubileo tra i più fecondi e promettenti, sia per esprimere una comunione tra i preti sia per porgere meglio i doni del Signore nell’azione pastorale sul territorio. Mi riferisco, in particolare, alla cura per il servizio della
riconciliazione nelle chiese penitenziali sparse un po’ ovunque nella diocesi; offrire una disponibilità all’ascolto e al dialogo pacato delle persone, favorire una rilettura della propria vita alla luce della Parola di Dio, sostenere l’esperienza spirituale chiamata in gioco nel cammino penitenziale che conduce alla confessione, realizza bene un servizio irrinunciabile della missione della Chiesa che il rinnovamento liturgico conciliare ci ha affidato.
Mi paiono forme efficaci con cui si realizza l’esortazione dell’apostolo del v. 28: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge...». Per questa strada si cresce; si va - come richiesto a gran voce dagli scritti- oltre i rapporti puramente funzionali tra noi, con la libertà di giocarsi in relazioni più vere e
profonde. Sono passi di comunione, umili e realisti, che gradualmente disegnano una trama di ritmi e di stile atta a favorire la fraternità e incoraggiano a desiderarla.
Con ciò non voglio dire che il cammino da compiere non sia ancora lungo. Merita però di essere tenacemente sostenuto da tutti. È una consegna che mi sento di affidarvi autorevolmente, nel far memoria di come lo Spirito ci ha condotto fin qui.

7. Ti lodo infine, Signore, per la dignità, lo spirito di fede, la sopportazione umile della sofferenza, la comunione vissuta nella preghiera con tutto il presbiterio, la Diocesi e la Chiesa intera che ho trovato visitando uno per uno in questi mesi i nostri preti malati. Si tratta di cose dette talvolta solo con lo sguardo, perché la parola non c’è più; o espresse con il riserbo tipico di chi, con gratitudine al Signore, sa esibire solo la propria perseveranza e non si vanta di altro. La lunga meditazione
con i preti anziani e malati mi ha toccato nel profondo del cuore, l’ho vissuta e la vivo come un dono grandissimo.

   
 
comunità di via gaggio onlus - 23900 Lecco - tel. 0341 421427 - part. iva 02337960138 - pozzo@comunitagaggio.it
 
stampa identita