Discorso di Mileto
di Carlo Maria Martini
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Carlo Maria Martini  -  Discorso di Mileto
Milano 28 maggio 2002

Premessa
Vorrei sottolineare in premessa alcune caratteristiche generali del mio discorso, ispirato - come è ovvio - ad Atti 20, 17-35, il brano che abbiamo ascoltato. Ma si ispira pure ad altri discorsi di commiato, di addio, che ricorrono nel Primo e nel Nuovo Testamento. Penso a Gen 49, il discorso di addio di Giacobbe; a Gs 23-24, il discorso di commiato di Giosuè; a 1 Sam 12, il discorso di addio di Samuele; a 1 Re 2, 1-9, le ultime parole di Davide; soprattutto penso a Gv 13-17, il discorso di Gesù dopo la cena; e ancora alle lettere apostoliche, come la Seconda lettera di san Paolo a Timoteo. Discorsi di commiato ricorrono anche nella letteratura apocrifa, per esempio il
Testamento dei Dodici Patriarchi.
A questi discorsi mi ispiro, ma declinandoli nella presente situazione mia e vostra, in particolare a partire dalle Carte di comunione che mi avete consegnato il Giovedì Santo dopo un cammino biennale di riflessione e di fraternità nell’ambito dei decanati.
Infatti, proprio dall’invito rivolto a tutti i preti nell’omelia della Messa crismale del Giovedì Santo di due anni fa, ha preso avvio il cammino che abbiamo connotato con l’espressione evangelica «E li mandò a due a due...». Dopo il confronto capillare tra voi, sfociato nelle sintesi che ho esaminato nell’incontro con ciascuna delle sette zone pastorali, e anche con la cosiddetta «ottava», mi avete consegnato il Giovedì Santo di quest’anno la «Carta di comunione d’intenti». Sono 81 scritti che costituiscono un dono per me e per tutti voi. Me l’hanno consegnata: i 73 decanati, i vescovi e i
presbiteri che compongono il Consiglio episcopale, gli educatori nel Seminario, i preti operanti in Curia, i preti con incarichi diocesani, i canonici del Capitolo metropolitano, gli oblati diocesani, i preti fìdei donum nelle missioni, i diaconi permanenti. Per questa coralità di risposta vi ringrazio di
cuore.
Oltre le 81 Carte di comunione, ve n’è un’u1tima, non scritta, ma radicata in un vissuto sofferto, che ho raccolto personalmente da ciascuno dei 105 preti malati da me visitati in queste settimane (altri 10 li incontrerò nei prossimi giorni).
Voi stessi mi avete ricordato frequentemente un altro elemento di contesto. Per moltissimi dei vostri presbitèri è stato infatti naturale citare espressamente il testo consegnato da Giovanni Paolo II alla Chiesa intera perché «prenda il largo» all’inizio del terzo millennio, cioè la Novo Millennio Ineunte: in particolare, lo splendido numero 43 dedicato alla «spiritualità della comunione».
C’è una consapevolezza importante in questo riferimento: quella che ci fa sentire nel fiume grande della Chiesa universale. Anche se diocesana e ambrosiana, la traiettoria del nostro cammino è inserita in un movimento più vasto di Chiesa, che parte dal Vaticano Il e investe direttamente ogni presbiterio nel suo insieme, chiamandolo a divenire sempre più un ordo presbyterorum.
Le Carte di comunione hanno menzionato più volte alcuni passaggi del nostro cammino di clero diocesano; in particolare, l’omelia del Giovedì Santo del 1981 dedicata a La nostra comunione presbiterale e quella del 1988 su Il presbiterio diocesano, quasi a ricordarci che da anni abbiamo cercato di aprirci a queste prospettive che il Signore ci ha aiutato a considerare come importanti e feconde.
Non posso tacere, d’altra parte, quale elemento di contesto il fatto che - almeno per quanto riguarda l’assemblea di tutto il presbiterio - il nostro sia pure un momento di commiato.
Come quello di Mileto, appunto, quando Paolo si congeda dai presbiteri di Efeso. Come l’apostolo, vi ho «mandato a chiamare» (At 20, l7) perché desidero parlarvi, ho delle consegne da mettervi tra le mani. Anch’io, un po’ come Paolo, sento che «avvinto dallo Spirito, vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che mi acccadrà» (At 20, 22). In questo momento percepisco perciò con più intensità accanto a me ciascuno dei vostri cammini. Sentiamo presenti anche coloro che non ci sono. Anzitutto i "grandi" che ci hanno lasciato in questi anni. Menzionerò qualche nome: don Luigi Serenthà, don Giovanni Moioli, padre Bai, padre Zanoni, e poi il card. Giovanni Colombo e don Carlo Gnocchi, di cui celebriamo il centenario della nascita e tanti altri; pure quelli che non ci sono perché hanno preso in questi anni altre vie, e la cui assenza ci addolora, non dimentichiamo nella nostra preghiera.
Mi piacerebbe nella presente riflessione seguire da vicino le ricchezze di intuizioni e di stimoli che le Carte di comunione esprimono. Vorrei citarne molti brani, richiamare le scelte concrete che ogni presbiterio ha operato. Mi rendo conto che non sarebbe possibile e me ne lascio tuttavia ispirare; non solo per dire quanto apprezzo il cammino compiuto, ma anche perché sento che e bello che questo congedo sia carico della fede di tutti noi, della mia e della vostra; che porti i segni di una comune fatica e insieme di una incrollabile fiducia in Colui che guida i nostri cammini e in Colei, Maria nostra Madre, a cui guardiamo come stella del mattino e luce che illumina il tramonto.
Tenendo presente tutto ciò, il mio discorso si configurerà come una triplex confessio, secondo la scansione a cui siamo gia abituati: confessio laudis, vitae et fidei . Ma vorrei che non fosse solo una confessio personale, fatta dal vescovo per se stesso, bensì una confessio presbyterii: per che cosa ci sentiamo in quanto presbiterio di ringraziare Dio e di lodarlo? Di che cosa gli chiediamo perdono? Che cosa speriamo da lui per il futuro?

   
 
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