TESTO BIBLICO

Autobiografia di Paolo: il discorso di Mileto
Atti 20, 28-32
In quei giorni, da Mileto Paolo mandò a chiamare subito ad Efeso gli anziani della Chiesa. Quando essi giunsero disse loro:
«Voi sapete come mi sono comportato con voi fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia e per tutto questo tempo: ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e tra le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei. Sapete come non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile, alfine di predicare a voi
e di istruirvi in pubblico e nelle vostre case, scongiurando Giudei e Greci di convertirsi
a Dio e di credere nel Signore nostro Gesù.
Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio.
Ecco, ora so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunziando il regno di Dio. Per questo dichiaro solennemente oggi davanti a voi che io sono senza colpa a riguardo a coloro che si perdessero, perché non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio. Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue. Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge;  perfino di mezzo
a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé.
Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato di esortare fra le lacrime ciascuno di voi.
Ed ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di educare e di concedere l’eredità con tutti i santificati. Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie
e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!».
Detto questo, si inginocchiò con tutti loro e pregò. Tutti scoppiarono in un gran pianto e gettandosi al collo di Paolo lo baciavano,addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave.


 


30 marzo 2009
DENTRO LE SITUAZIONI
Paolo: vivere le consolazioni e le sofferenze
Essere al mondo per la gioia di tutti

accompagna Angelo Cupini


Analisi del testo
da Philippe Bossuyt e Jean Radermakers
Lettura pastorale degli Atti degli Apostoli EDB

Mileto
Situata all’ingresso del golfo Latmico, in un’ansa del Meandro, la città di Mileto contava nel I secolo circa 100.000 abitanti, ma sul piano economico era stata soppiantata da Efeso. Fiorente nel VI secolo a.C., aveva dato i natali ai primi filosofi,
fra cui il famoso Talete. Distrutta nel V secolo e poi ricostruita dal celebre architetto e urbanista Ippodamo, era passata sotto il controllo di Roma nel 129 a.C. Giunto a Mileto, Paolo invia un messaggio agli anziani della chiesa di Efeso per salutarli e invitarli a recarsi da lui. Questi anziani saranno i primi ascoltatori del suo testamento pastorale. Attraverso di loro, Paolo si rivolge a tutte le comunità ellenistiche di origine pagana, nonché ai falsi maestri che minacciano la loro fede.
In tutto il libro degli Atti, è l’unica volta che Luca ci propone un discorso di Paolo ad ascoltatori cristiani. Si tratta di un buon esempio di quelle parole di esortazione che il missionario indirizzava alle giovani comunità da lui fondate. Questa volta, però, ci troviamo di fronte a un addio. Non nel senso che Palo sia ormai vicino alla morte, perché sappiamo che è ancora pieno di progetti. Il suo è un addio a quel campo di apostolato: i discepoli che gli sono tanto cari e che ha generato alla fede non rivedranno più il suo volto. L’evangelizzatore dei pagani ha compiuto la propria missione; la sua testimonianza assumerà ora una forma nuova.
Il testamento dunque ricorderà costantemente il passato per rileggere la realtà presente - di Paolo e degli anziani  - allo scopo di garantire per il futuro una totale fedeltà al disegno di Dio.

La struttura del testo è classica:
il discorso si apre con un esordio per stabilire un buon rapporto fra l’oratore e gli ascoltatori (vv 18-19); segue un racconto rivolto a mettere in luce che Paolo ha sempre agito con piena fedeltà alla sua missione e all’impegno che essa comporta (vv. 20-27); questa parte corrisponde al racconto della vita di Gesù nei discorsi missionari. Viene poi la dimostrazione che sviluppa la tesi riassunta in un versetto iniziale (v. 28); Paolo cerca di persuadere gli anziani ad assumere un comportamento pastorale che si ispiri al suo (vv. 28-32). La conclusione dà un fondamento all’esortazione richiamando la parola del Signore Gesù (vv. 33-35).

In viaggio verso Gerusalemme, legato dallo Spirito (20,22-24)
«Ed ora (...) vado»: Paolo svela il proprio destino, legato dallo Spirito Santo a quello di  Gesù. Quest’ultimo aveva detto di sé: «Il Figlio dell’uomo se ne va secondo ciò che è fissato. Ma ahimè per quell’uomo da cui è "consegnato"» (Lc 22,22); la sorte del discepolo non è diversa da quella del Maestro. Il testimone non si mette più in viaggio per rendere testimonianza ai giudei così come ai greci, ma per essere consegnato dagli uni agli altri (21,11). Lo Spirito Santo stesso, infatti,
conferma a Paolo che catene e tribolazioni lo attendono a Gerusalemme. Ed egli, come Gesù, si mette in viaggio in piena libertà.
Con questa salita a Gerusalemme ha inizio per Paolo un altro modo di essere testimone e di portare a termine il servizio che gli è stato affidato: bisogna che egli renda testimonianza della buona notizia della grazia di Dio. Il Giudice designato da Dio (10,42-43) non viene inviato in vista di una condanna, ma di un perdono dei peccati, di una liberazione dei prigionieri (Lc 4,18). Come potrebbe Paolo testimoniare più chiaramente tutto ciò se non mettendosi in viaggio per essere “consegnato”
al posto dei condannati, in quel mirabile scambio di cui la carcerazione a Filippi era la parabola?
Lo sentiamo dunque annunciare agli anziani che il suo destino sarà ormai strettamente legato a quello del santo Servo che aveva dichiarato: «Saliamo a Gerusalemme, e tutto ciò che è scritto attraverso i profeti a proposito del Figlio dell’uomo sarà compiuto. Poiché sarà "consegnato" alle nazioni...» (Lc 18,31-32). Il testimone si è messo in cammino per portare a termine la sua missione profetica nella condizione poco «onorevole» del prigioniero. Come il suo Maestro, sarà contato con senza legge» (Lc 22,37). "Consegnato"nelle mani degli uomini,, sarà totalmente "consegnato" alla volontà del Padre (Lc 23,25; cf. 22,42).

Puro dal sangue di tutti
Fra le incertezze, due affermazioni: «Ed ora ecco: io so che non vedrete più il mio volto»; «Vi prendo come testimoni nel giorno di oggi che sono puro dal sangue di tutti». Più che un presagio, Paolo esprime una certezza: quello che sta trasmettendo agli anziani è il suo testamento. «Rivedere il volto» sembra un’espressione tipicamente paolina (cf. 1Ts 2,17; 3,10; Col 2,1). L’apostolo ritiene di aver svolto il suo compito da uomo responsabile: «essere puri dal sangue» di qualcuno significa declinare ogni responsabilità nei suoi confronti. Ormai dovranno essere gli anziani a farsi carico della chiesa di Efeso. Ci troviamo di fronte a qualcosa di simile al testamento di Gesù nel contesto dell’ultima cena. In quell’occasione, Gesù aveva lasciato i suoi apostoli alla loro responsabilità di inviati, chiedendo loro di assumersi a loro volta l’impegno della battaglia spirituale (Lc 22,35-36) legata al loro ministero.
Anche Paolo ha vegliato come una sentinella, facendo la guardia al gregge, sulle orme dei profeti (cf. Is 52,8; 62,6; Ger 6,17). A Ezechiele in particolare era stata affidata questa missione, e Dio l’aveva reso consapevole delle sue responsabilità : «Se tu non avverti il malvagio, (...) della sua morte io domanderò conto a te» (Ez 3,17-20 e 33,7-20). La missione di Paolo aveva carattere universale:<voi tutti fra i quali passai proclamando il Regno». Il suo compito consisteva nel continuare l’opera di Gesù, che «passò facendo il bene e guarendo tutti quelli che erano tiranneggiati dal diavolo, perché Dio era con lui» (10,38). Come il suo Maestro, anch’egli si è fatto dei nemici annunciando senza tirarsi indietro «tutto il disegno d Dio>. Ciascuno è stato chiamato al pentimento; il profeta ha avvertito coloro ai quali era stato inviato. Il Messia è stato rivelato nel suo mistero di sofferenza, di morte e di risurrezione. Nel suo Nome, il testimone ha proclamato la conversione e la remissione dei peccati a tutte le nazioni, ai giudei così come ai greci, secondo il  comandamento del Risorto (cf. Lc 24,47). Se alcuni degli anziani si allontanano da questo disegno o lasciano che altri se ne allontanino, la responsabilità è loro: il loro sangue è sul loro capo, e Paolo ne è puro.

Pastori della chiesa di Dio (20,28)
Questo versetto costituisce il punto culminante della Parola rivolta, agli anziani. Paolo delinea profeticamente il mistero della chiesa, quel «gregge» al servizio del quale gli anziani sono stati costituiti «sorveglianti» o episcopi. I versetti 18-27 erano una preparazione: nella nuova tappa della storia che si apriva con la sua partenza, Paolo esortava innanzitutto gli anziani a collocare il loro ministero sulla linea della sua fatica e del suo servizio appassionato alla Parola di grazia. I versetti 29-35 ne sviluppano le conseguenze: vigilanza di fronte ai nemici del gregge, benedizione che affida gli anziani al Dio in tre persone, gratuità da vivere in solidarietà con i deboli, nel ricordo vivo e operante delle parole del Signore Gesù.
Già nel Vangelo lucano, l’espressione «State attenti a voi stessi» era risuonata per tre volte, sottolineando la rivelazione delle tre dimensioni fondamentali del Regno con riferimento a ciascuna delle tre persone divine: condivisione - dono di vita (Lc 12,1, con riferimento a Gesù); perdono -remissione dei debiti (Lc 17,3, con riferimento al Padre); fede perseverante (Lc 21,34, con riferimento allo Spirito Santo).
A questo punto del libro degli Atti, la stessa espressione introduce solennemente la rivelazione del mistero della chiesa di Dio, in vista della quale Gesù aveva preparato il Regno (Lc 22,29).
È’ inevitabile accostare questo passo al testamento di Gesù nel contesto dell’ultima cena. In quell’occasione, Gesù aveva «disposto» il Regno per gli "apostoli" che si sarebbero seduti alla sua tavola e avrebbero giudicato le "dodici tribù di Israele". Qui, lo Spirito Santo ha «messo» gli “anziani" come sorveglianti del gregge, perché siano "pastori della chiesa" di Dio. I termini si richiamano e si chiariscono a vicenda. Lo Spirito Santo sviluppa nella quotidianità della nostra storia il testamento di Gesù. Il Regno è dato al gregge grazie allo Spirito Santo che gli assicura la sorveglianza dei pastori. Così si compie la parola evangelica: «N on temere, piccolo gregge, perché il Padre vostro ebbe la benevolenza di darvi il Regno» (Lc 12,32// 22,29). Gli anziani, per quanto li riguarda, costituiti sul fondamento degli apostoli, svolgono nel corso della storia quel servizio di "giudizio" che è stato loro affidato inizialmente da Gesù. All’interno della chiesa di Dio, infine, giudei e greci possono entrare in possesso dell’eredità promessa, che era stata data innanzitutto alle dodici tribù di Israele.
Paolo ricorda in tal modo che il servizio degli anziani affonda le radici nel mistero della "chiesa di Dio", del «popolo che Dio si è acquistato» (1Pt 2,9) con il sangue di una nuova alleanza (cf. Lc 22,20), conclusa nella morte del suo Figlio. A pascere questo popolo radunato «per il suo Nome> (cf. 15,14), egli chiama dei «sorveglianti» o episcopi, sotto la guida dello Spirito di santità promesso per i tempi del Messia (cf. Is 63,14). Ciascuno di loro deve diventare <l’amministratore fedele, il saggio, che il Signore stabilirà sulla sua servitù per dare al momento opportuno la
misura di grano» (Lc 12,42).
Ci troviamo di fronte all’unica occorrenza del termine "sorvegliante" o "episcopo" nell’opera di Luca. Usato per qualificare gli anziani, sottolinea l’ampiezza del loro compito pastorale. L’accento è posto non su una dignità di notabili, ma sulla loro responsabilità nei confronti del gregge. In particolare, essi hanno il dovere di smascherare i falsi maestri e le loro dottrine devianti.  E devono far questo non con la parola soltanto, ma con l’esempio di una vita totalmente “consegnata” alla grazia.

Vigilanza nei confronti dei nemici del gregge
«Beati quei servi che il Signore, essendo venuto, troverà vigilanti» (Lc 12,37). Senza dubbio, in questo tempo in cui il padrone di casa è assente, Satana non mancherà di passarli al setaccio, come Gesù aveva annunciato a Simon Pietro (Lc 22,31). E lo farà spingendo «pesanti lupi» (v. 29) ad aggredire il gregge. Chi sono questi individui che vengono da fuori, temibili e spietati con il gregge? Si pensa ai falsi profeti. Lupi rapaci, travestiti da pecore, provocano gravi danni nelle comunità. Ma ancora peggiori sono i falsi maestri che sorgeranno fra gli stessi anziani e porteranno la divisione nel gregge. Con le loro parole perverse, questi impostori trascineranno i discepoli dietro di sé. Questa duplice messa in guardia con i falsi profeti e contro i cattivi pastori sottolinea l’importanza vitale del servizio della Parola per la vita della chiesa. Quest’ultima non è forse frutto della Parola di grazia ? Se la Parola è stravolta dalla menzogna o dall’ambizione, il frutto si guasterà e scomparirà. I responsabili di queste deviazioni non vengono nominati in maniera esplicita, ma i commentatori hanno ritenuto di poter riconoscere diverse tendenze che si svilupperanno in seguito.
Dopo aver richiamato ancora una volta alla memoria degli anziani il proprio servizio, svolto «per tre anni, notte e giorno, con lacrime», Paolo li affida, tutti alle mani di Dio (cf. Lc 23,46).

Affidati a Dio e alla Parola della sua grazia (20,32)
Già in 14,23, prima di far ritorno ad Antiochia di Pisidia, Paolo e Barnaba avevano «affidato al Signore» gli anziani che avevano designato in ciascuna chiesa. Qui la formula è più ampia, e anche velatamente trinitaria: «a Dio..., alla Parola della sua grazia… a colui che ha la potenza...». Si tratta di un modo di esprimersi che non manca di sorprenderci.
Forse ci saremmo aspettati che Paolo affidasse la Parola agli anziani, come una preziosa eredità da custodire. Invece sono gli anziani a essere affidati alla Parola di grazia. Questa dunque non è un semplice messaggio da trasmettere. È vita e fonte di vita per chi l’ascolta e si affida ad essa. 
Per quanto riguarda l’espressione: «colui che ha la potenza di costruire e dare l’eredità», è facile intuire un riferimento all’opera dello Spirito Santo. Grazie allo Spirito si costruisce e si moltiplica la chiesa, frutto della Parola. E sempre grazie allo Spirito vengono date a tutti i credenti la remissione dei peccati e una parte di eredità con coloro che sono stati santificati, secondo la promessa del Padre.
Paolo dunque affida gli anziani al Dio Trinità - Padre, Figlio e Spirito Santo - .
Notiamo che già in precedenza aveva ricollegato il loro servizio al disegno trinitario (v. 28), dopo aver svelato il senso della propria salita a Gerusalemme facendo riferimento allo stesso mistero (vv. 22-24).
Nel cuore del testamento di Mileto, come al centro di ciascuna delle sue due parti, si colloca dunque una rivelazione del mistero di Dio, il mistero della grazia offerta sia ai giudei che ai greci. Nel contesto di tale mistero:
- Dio Padre si acquista una chiesa, un’assemblea di santificati;
- il Figlio, Parola di grazia (cf. Lc 4,22), mette la propria vita al servizio del disegno paterno;
- lo Spirito Santo configura il testimone al Signore Gesù, costruisce la chiesa collocando in essa dei sorveglianti che le facciano da pastori e dà a tutti i credenti una parte di eredità con coloro che sono stati santificati.
Affidati a Dio e alla sua Parola, gli anziani sono impegnati a offrire la testimonianza di una vita concretamente consegnata alla grazia di Dio. Sono queste le ultime parole che Paolo rivolge loro.
Al servizio della grazia (20,33-35)
Quasi facendo eco alla benedizione del v. 32, una maledizione si profila dietro alle parole: <Non desiderai argento o oro o il mantello di nessuno>. Si tratta di un’evocazione del terribile castigo che si era abbattuto su uno dei notabili di Israele al tempo in cui Giosuè era entrato nella terra promessa. Acan, figlio di Zerach, era perito con tutta la sua famiglia per aver desiderato e rubato argento, oro e un ricco mantello di Sennaar riservati a JHWH (cf. Gs 7,16-26). Quando è in gioco la grazia, non si può barare. Nel libro degli Atti, l’episodio di Anania e Saffira lo mette tragicamente in evidenza (5,1-11).220 Pietro aveva espresso lo stesso rifiuto di queste realtà idolatriche quando aveva detto allo zoppo della porta Bella: «Argento e oro non ho, ma ciò che ho, te lo do...» (3,6).221
Se dunque gli anziani vogliono comportarsi da testimoni della grazia e manifestarne tutta la gratuità, devono ispirarsi alla condotta di Bàrnaba, che «avendo venduto un campo che aveva, ne portò il ricavato e lo mise ai piedi degli apostoli» (4,37). E non devono dimenticare il modo in cui lo stesso Paolo non solo aveva cercato di non essere a carico di nessuno nel periodo che aveva trascorso fra loro, ma aveva anche lavorato con le sue mani per aiutare i suoi compagni (cf. 1Ts 2,9; 4,11; 1Cor 4,12; 9,15).
«Io sono in mezzo a voi come chi serve»: queste parole, pronunciate da Gesù durante l’ultima cena (Lc 22,27), trovano qui la loro autentica eco. Provvedere alle proprie necessità non è sufficiente. «Bisogna» anche aderire a tutto il disegno di Dio” (v. 27), cioè, secondo l’esempio dello stesso Paolo, “faticare per venire aiuto a quelli che sono deboli”. A differenza di ciò che avviene nel mondo, dove la felicità consiste nel “ricevere”, o addirittura nel “prendere” - la beatitudine del Regno consiste nel “dare”. “È più beato dare che ricevere”. Questa affermazione è attribuita al Signore Gesù, ma la cercheremmo invano nei Vangeli; è invece analoga ad un’antica massima greca. Dal punto di vista del significato, la si può accostare alla versione lucana del discorso delle beatitudini: “A ognuno che ti chiede, dai (…). Prestate non sperando in ritorno nulla (…). Date, e vi sarà dato: una misura bella, pigiata, scossa, traboccante…” (Lc 6,30.35.38); in seguito, esortando a invitare alla propria tavola i poveri, Gesù aveva aggiunto nello stesso senso: “Sarai beato perché non hanno di che darti in contraccambio” (Lc 14,14). In questo modo è possibile manifestare la grazia di colui che venne in aiuto a Israele, suo figlio-servo, per ricordarsi della sua misericordia (cfr Lc 1,54). L’ultima parola rivolta da Paolo agli anziani unifica dunque tutto il discorso con la sua insistenza sull’attività del dono, caratteristica del Dio che fa grazia così come questo Dio ci appare in Gesù lungo le pagine del Vangelo lucano. Paolo colloca in tal mondo il suo agire, e quello degli anziani, sulla stessa linea dell’agire del Cristo.
Al termine del suo messaggio, il testimone si ritira di fronte alla Parola. Paolo lascia gli anziani non più di fronte alla sua parola o al suo esempio, ma all’ascolto delle parole del Signore Gesù in cui hanno riposto la propria fede. Li ha veramente affidati alla Parola di grazia.

La preghiera d’addio (20, 36-38)
Alla vigilia della sua morte, sul monte degli Ulivi, Gesù, “messe le ginocchia a terra, pregava” (Lc 22,41). Allo stesso modo, Paolo si congeda da tutti inginocchiandosi a pregare. Così aveva fatto Salomone durante la dedicazione del tempio (cfr 1Re 8,54) prima di benedire il popolo. Gli astanti scoppiano allora in un “grande pianto”, che ricorda il lamento delle donne di Gerusalemme che accompagnavano Gesù nella sua via crucis (Lc 23,28). Il banchetto non è più quello del tradimento (Lc 22, 47- 48), ma è un segno di comunione (Rm 16,16; 1Cor 16,20).

Ciò che affligge gli anziani radunati è la prospettiva di non rivedere più “il volto di Paolo” (v 25). E più in profondità, forse, è il fatto che il volto dell’apostolo, come quello di Gesù, va a Gerusalemme (Lc 9,53), dove lo attendono legami e tribolazioni (v 23). Gli anziani accompagnano Paolo fino alla “nave”, simbolo della partenza e della separazione, del pericolo e della precarietà, del viaggio verso l’ignoto.

 
 
comunità di via gaggio onlus - 23900 Lecco - tel. 0341 286106 - part. iva 02337960138 - info@comunitagaggio.it
 
stampa indietro