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La solitudine e la speranza in quella lettera del Papa
di Bruno Forte
in “Il Sole 24 ore” del 15 marzo 2009
In uno dei versi folgoranti del suo "Cantico" San Giovanni della Croce - il poeta mistico per
eccellenza - parla di "la música callada, la soledad sonora, la cena que recrea y enamora": la "musica taciuta", la "solitudine sonora", la "cena che ricrea ed innamora". Queste parole mi sono venute in mente riflettendo sulla Lettera di Benedetto XVI ai vescovi della Chiesa cattolica sulla revoca della scomunica ai quattro Vescovi lefebvriani. L'immagine della musica è quella che mi ispira il riferimento addolorato del Papa alle critiche interne alla comunità ecclesiale, che si sono spinte fino ad avere il sapore di lacerazioni e di ferite: la "sinfonia" che caratterizza la "complexio catholica", l'accordo delle voci nella pur grande varietà delle note e dei motivi, è parsa oscurata, come messa a tacere dal brusio dei risentimenti, dei malumori, delle opposizioni. Certo, la Chiesa non è nuova all'esperienza di tensioni perfino laceranti, come dimostra la sua lunga storia.
Tuttavia il riaffiorare virulento delle tensioni sembra oscurare proprio quel bene supremo della fede che è la sua "cattolicità", il suo essere una nella diversità dei contesti, una per offrire a tutto l'uomo, a ogni uomo il dono di Dio, la buona novella di Gesù.
La "musica taciuta" è però anche quella della comunione profonda, silenziosa e orante, che non è mai mancata nella comunità ecclesiale e che anche adesso è viva, come nota lo stesso Papa citando le espressioni di unità e le assicurazioni di preghiera che lo hanno raggiunto da ogni parte del mondo. Al di là di tutto il possibile chiasso mediatico che enfatizza le contrapposizioni, il popolo di Dio - nella sua maggioranza silenziosa - ama la Chiesa e, pur nella complessa diversità delle situazioni storiche e dei punti di vista, la vuole unita nell'impegno accanto ai poveri e nell'annuncio della buona novella che dà speranza al mondo.
Questa sinfonia al tempo stesso presente e taciuta, negata, eppure ostinata, fa risaltare ancor più la "solitudine sonora", l'eloquente e visibile peso dell'essere solo del Papa nel portare le chiavi di Pietro: anche qui, prima di tutte le dietrologie, che leggono fazioni e partiti, trappole e inganni nella grande macchina del governo della Chiesa, c'è un dato di fatto incontrovertibile. Il Papa è solo: ma il Papa non può non esserlo. Tenere saldo il timone della barca del Pescatore di Galilea sui mari della storia non è impresa misurabile sui successi umani, sull' audience o sul consenso. Il successore di Pietro ha un Unico cui rispondere: «Simone, Simone... io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Luca 22,32). Al discepolo cui confida le chiavi del regno il Nazareno non promette facili successi o percorsi tranquilli. Dovrà portare la croce: e più grande è il compito, più grande l'amore richiesto, più la croce della solitudine sarà presente.
Quello che la lettera del Papa dice, con tratti di umiltà commovente e perfino conturbante, è questa inevitabile condizione di colui che porta l'anello del Pescatore. Nel segno paradossale di un testo che riconosce sbagli di modalità e di forme, di cui - dice il Papa - «mi rammarico sinceramente», resta l'autorevolezza del testimone, che ribadisce la scelta del primato dell'amore nonostante tutto e al di sopra di tutto. Un amore offerto verso chi dalla Chiesa si era separato altezzosamente. Un amore che chiede verità e fedeltà, perché rispetto al Vaticano II indietro non si torna, e i lefebvriani potranno essere nella piena comunione ed esercitare lecitamente il loro ministero solo quando avranno espressamente dichiarato fiducia e obbedienza al Concilio e al magistero dei Papi da Giovanni XXIII in poi.
C'è infine l'immagine della «cena che ricrea e innamora»: è quella che è stata evocata in me dalla fede profonda e dall'amore a Cristo e agli uomini che traspare in ogni passo della lettera di Benedetto XVI. Nonostante difficoltà e tensioni, la speranza e la pace non possono mancare in chi ama la Chiesa e sa che in essa lo Spirito di Dio continua a operare. La "cena" è il pane dell'eucaristia, che ha la forza di ricreare la speranza e di colmare il cuore degli uomini dell'amore che viene dall'alto. Con la forza di questo pane, Benedetto XVI rilancia il grande scopo del suo servizio alla Chiesa e al mondo, con parole che più chiare non potrebbero essere: «Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto sino alla fine - in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall'orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l'umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più. Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del successore di Pietro in questo tempo». E una lettera insolita, in cui il cuore del successore di Pietro si confessa con sincerità totale al cuore dei vescovi suoi fratelli, è certamente un modo nuovo e toccante di presentare al mondo il volto di questo Dio.
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