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Caso aborto in Brasile Sconfessato il vescovo della scomunica
di Fulvio Fania
in "Liberazione” del 15 marzo 2009
«Carmen doveva essere in primo luogo difesa, abbracciata, accarezzata con dolcezza per farle sentire che eravamo tutti con lei. Prima di pensare alla scomunica era necessario ed urgente salvaguardare la sua vita innocente e riportarla a un livello di umanità di cui noi uomini di Chiesa dovremmo essere esperti annunciatori e maestri». La frase fa parte di un articolo in prima pagina dell' Osservatore romano firmato da monsignor Rino Fisichella, presidente dell'Accademia pontificia per la vita. Carmen è il nome di fantasia della bambina brasiliana di nove anni violentata dal patrigno, in pericolo di vita perché incinta e salvata dai medici grazie all'aborto. Si tratta dunque di una stroncatura sonora del vescovo di Recife, Josè Sobrinho, che invece aveva subito spedito all'inferno degli scomunicati la madre della bambina e i sanitari. Quella sua reazione ha indignato il Brasile, il governo Lula, il mondo intero e pure moltissimi vescovi. Il portavoce dell'episcopato brasiliano ha sconfessato il vescovo di Recife mentre diversi prelati francesi hanno preso carta e penna per comunicare al collega la loro completa dissociazione. «Hai aggiunto dolore a dolore», gli ha fatto sapere Gerard Daucourt, capo della diocesi di Nanterre. Tutte le proteste sono girate sulle pagine web delle stesse conferenze episcopali, in quella rete di comunicazione veloce verso cui Benedetto XVI ha amaramente lamentato un'insufficiente attenzione da parte dei vertici vaticani.
Un certo imbarazzo era stato evidente fin dall'inizio anche Oltretevere. L' Osservatore aveva ignorato l'episodio e Avvenire non aveva parlato della scomunica. Qualcuno, però, come il cardinale Giovanni Battista Re prefetto per i vescovi, o il capo ufficio della stessa Accademia per la vita Gianfranco Grieco, aveva preso le difese di Sobrinho. Ora viene clamorosamente smentito, non certo da un teologo della liberazione ma da monsignor Fisichella, ruiniano di comprovata fede e cappellano di Montecitorio. L'arcivescovo non mette in discussione il diritto canonico secondo cui,in caso di aborto, scatta la scomunica latae sententiae, cioè automatica, bensì la mancanza di «misericordia» di fronte a quella tragica vicenda. In realtà il presidente dell'Accademia per la vita si spinge oltre. «Sono altri che meritano la scomunica - scrive infatti -, non quanti hanno permesso a Carmen di vivere». E sta riferendosi ai medici che hanno dovuto scegliere tra l'aborto e la vita della bambina abusata. Dunque, almeno in questo caso estremo, anche i tribunali della Chiesa sembrano costretti a rimeditare le proprie certezze.
L'articolo di Fisichella piomba nel pieno di una tormenta che infuria in tutta la Chiesa e dentro i palazzi apostolici. In qualche modo ne è un frutto e sicuramente contribuirà ad alimentarla. Stanno accadendo fatti imprevisti, si delineano riposizionamenti tattici, è in gioco l'autorevolezza del papato. Torna prepotentemente alla ribalta una domanda di autonomia degli episcopati nazionali, il papa ha dovuto rimangiarsi la nomina di un vescovo ultraconservatore in Austria, vengono portati allo scoperto e denunciate sull'organo pontificio «miserande» fughe di notizie dagli uffici di Curia.
Come sempre in queste situazioni, ogni gruppo cerca di scaricare le colpe su chi non ha mai sopportato, a dispetto dei salamalecchi formali. Giungono consigli e raccomandazioni a Ratzinger su come sostituire il segretario di Stato Tarcisio Bertone o viceversa si cerca di gettare la croce su presunti errori di comunicazione, alludendo non ai vertici vaticani ma al direttore della Sala Stampa, Federico Lombardi. In realtà, più che la gestione e il metodo solitario di papa Ratzinger, bisognerebbe riconoscere che gran parte dei problemi nasce proprio dalle sue scelte più meditate.
Forse - sia detto con rispetto per i credenti - la Provvidenza esiste davvero e davvero segue le vie tortuose e imperscrutabili di un disegno divino. La revoca della scomunica ai quattro vescovi integralisti di Lefebvre avrebbe dovuto cantare il de profundis al Concilio Vaticano II, ridurlo a simulacro, soffocando per sempre il protrarsi di quello "spirito" innovatore che Ratzinger considera solo una forzatura dei progressisti. Il suo proposito di "riconciliazione" con i lefebvriani si fonda proprio sull'idea che il Concilio abbia riformato qualcosa ma senza rompere con il passato. I tradizionalisti dovranno riconoscerne l'autorità ma gli altri dovranno ammettere che anche Pio IX aveva ragione.
Ma la combinazione maligna della pace con i lefebvriani e del modo maldestro in cui è stata tentata sta sortendo un effetto opposto. Sconquassa la Curia, ha spinto Ratzinger a scrivere una lettera senza precedenti per giustificare la propria condotta e lamentare gli attacchi personalmente subiti in una Chiesa in cui «ci si divora» a vicenda. Paradossalmente, le furbizie degli uomini della commissione "Ecclesia Dei" decisi ad accelerare il ritorno all'ovile degli ex scismatici di Econe, così come l'anatema del vescovo Sobrinho contro la bambina brasiliana, stanno mandando in frantumi un conformismo durato troppo a lungo.
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