TESTO BIBLICO

Autobiografia di Paolo
Rm 7,14-25
Autobiografia di Paolo  Rm 7,14-25
14 Ma io sono un essere debole, schiavo del peccato.
15 Difatti non riesco nemmeno a capire quel che faccio:non faccio quel che voglio, ma quel che odio.
16 Però se faccio quel che non voglio, riconosco che la Legge è buona.
17Allora non sono più io che agisco, è invece
il peccato che abita in me.
18 So infatti che in me, in quanto uomo peccatore, non abita il bene. In me c’è il desiderio del bene, ma non c’è la capacità di compierlo.
19 Infatti io non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio.
20 Ora, se faccio quel che non voglio, non sono più io ad agire, ma il peccato che è in me.
21 Io scopro allora questa contraddizione: ogni volta che voglio fare il bene, trovo in me soltanto la capacità di fare il male.  
22 Nel mio intimo io sono d’accordo con la legge di Dio,
23 ma vedo in me un’altra Legge: quella che contrasta fortemente la Legge che la mia mente approva, e che mi rende schiavo della legge del peccato che abita in me.
24-25 Eccomi, dunque, con la mente, pronto
a servire la legge di Dio, mentre di fatto, servo la legge del peccato. Me infelice! La mia condizione di uomo peccatore mi trascina verso la morte: chi mi libererà ? Rendo grazie a Dio che mi libera per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore.

«Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io»1 Timoteo 1,15.

 


16 marzo 2009
HAI SBAGLIATO TUTTO - TUTTO TI È AFFIDATO
Paolo e i suoi lati oscuri
Le nostre ferite

accompagna Angelo Cupini

Nell’uomo sorge un conflitto
Nel capitolo 7 della lettera ai Romani, Paolo descrive lo stato nel quale viene a trovarsi l'uomo caduto, condannato alla Morte e schiavo del Peccato. Nel citare le formule della Genesi, san Paolo parla di se stesso, ma ha in vista tutta l'umanità: « Il peccato (questo nemico di Dio), colta l'occasione di questo precetto, ha prodotto in me ogni sorta di voglie... Quando venne il precetto, il peccato prese vita e io morii... Il peccato... mi sedusse (come nel paradiso terrestre il serpente fu il seduttore) e... mi uccise... Io sono carnale, venduto in potere del peccato...
Io mi diletto, seguendo l’uomo interiore, della legge di Dio; ma sento nelle mie membra un'altra legge in conflitto con la legge della mia ragione, che mi tiene prigioniero della legge del peccato esistente nelle mie membra» (Rom 7, 7-23). Frattanto ha usato espressioni molto greche: «Non faccio il bene che voglio, ma commetto appunto il male che non voglio. E se io faccio quello che non voglio, non sono più io che lo compio, bensì il peccato che abita in me» (Rom 7, 19-21).
Debolezza dell'uomo di fronte al dovere: non è forse il tema tragico greco al quale Euripide imprimeva l'impronta definitiva: «Io soccombo sotto il male: so che ciò che sto per fare è male, ma il desiderio intenso è più forte del mio volere ed è questa la causa delle sventure dei mortali»? Volgarizzato dallo stoicismo, il tema epico ci è sempre presente.
Anche in Ovidio si legge: concupiscenza e intelligenza si affrontano. Vediamo e approviamo interiormente ciò che è migliore, ma seguiamo l'inclinazione al male.
Tuttavia, nel conflitto, la volontà rimane libera, in linea di principio; aperta, nei migliori, all'invito misterioso di una grazi » che li supera.
Il dominio del peccato non è una costrizione assoluta.
Il cristiano resta uomo. La liberazione dal peccato portata dal Cristo è «reale», e Paolo la percepisce intensamente. Da un lato, nondimeno, l'umanità cristiana continua a pagare il suo tributo al peccato. Nelle Chiese paoline, la santità vive gomito a gomito coi vizi più grossolani: nelle lettere, gli imperativi e i congiuntivi si succedono agli indicativi, che descrivono l'ideale realizzato fin da allora. In tutta la sezione della lettera consacrata allo statuto del cristiano riscattato dal peccato corre, parallelamente e in antitesi, un resoconto retrospettivo della schiavitù al peccato; le affermazioni della giustificazione si trasformano in esortazioni alla santità. Non si parla di fede senza sentire in sordina le obbiezioni dei giudaizzanti. La vita che il Cristo ci dona in abbondanza non è ancora la vita eterna e i nostri patimenti attuali (Paolo allude alle sue «tribolazioni » apostoliche) ci ricordano in ogni momento che in noi è la morte.
La forza dello Spirito cade e si esercita su una debolezza congenita.
Differenza radicale: nella misura in cui lo vuole, l'uomo è ora vincitore nel conflitto in cui, regolarmente, soccombeva. Sentiremo ben presto esprimersi l'entusiasmo di Paolo davanti alla condizione nuova in cui ci pone l’«ordine cristiano». (Lucine Cerfaux L’itinerario spirituale di Paolo Marietti)

L’io di Paolo protagonista non solo del testo ma della storia che vi è narrate. La legge e il peccato che impatto hanno sulla vita dell’uomo?
È noto quanto sia discussa la sua identificazione  Chi vi legge un io individuale, l’io dello stesso Paolo prima della esperienza cristiana o anche dopo, dunque un io autobiografico, per non parlare di quanti fanno riferimento alla figura tipica dell’adolescente giudeo giunto all’età dell’obbligo dei precetti della legge. Altri si sono pronunciati per un io collettivo, l’io dell’uomo prima o al di fuori dell’incontro di fede con Cristo o anche l’io dell’uomo cristiano. Si aggiunga l’ipotesi di quanti vi vedono Adamo, vissuto nel giardino prima senza legge e poi alle prese con il comandamento divino.

La chiesa di Roma
Paolo scrive «a tutti gli amati da Dio che sono a Roma, ai santi per vocazione» (1,7). Non si rivolge, come invece di regola ha fatto nelle altre lettere, alla chiesa locale, forse perché nella capitale dell’impero c’erano diverse comunità domestiche
(cf. 16,3-16), non un’unica chiesa, gruppi nati verosimilmente in seno alle diverse sinagoghe ebraiche dell’Urbe e per questo sparsi nella
vasta metropoli che contava allora un milione circa di abitanti.
La diaspora ebraica romana aveva alle spalle già una storia e poteva contare a quel tempo circa 20.000 o 30.000 persone. La prima testimonianza storica ne segnala la presenza già nel 139 a.C.: secondo Valerio Massimo il pretore Gneo Cornelio Ispano «costrinse i giudei... a ritornare nella loro patria»  Il numero della diaspora romana si accrebbe di molto con Pompeo che nel 61 a.C. deportò a Roma migliaia di giudei prigionieri, per lo più affrancati in seguito dai loro padroni.
Soprattutto è a Cicerone che dobbiamo la conferma del loro peso sociale e politico: «Voi sapete che grande gruppo essi siano, come siano uniti e concordi e quanta influenza abbiano in politica. Abbasserò la voce e parlerò con quel tanto di voce che basti perché la giuria mi senta; c’è infatti una quantità di gente pronta a incitare quei giudei contro di me e contro ogni buon romano» (Pro Flacco 67). Di fatto si ha notizia che nel 4 a.C. più di 8000 giudei accompagnarono davanti ad Augusto una delegazione ebraica di Palestina venuta a Roma per protestare contro Archelao, figlio di Erode il Grande. Cesare concesse speciali privilegi ai giudei: libertà di associazione e di culto, autorizzazione a mandare danaro per il tempio di Gerusalemme, esenzione dal servizio militare, diritto di avere propri tribunali ma solo per cause civili. Sotto Tiberio però, per istigazione dell’onnipotente ministro Seiano, ci fu una prima espulsione di giudei da Roma, seguita da una seconda sotto Claudio.
A differenza di Alessandria d’Egitto, a Roma la diaspora giudaica non era riunita
in un’unica comunità, ma contava più comunità “sinagoghe”, di cui conosciamo
11 denominazioni, cinque di queste esistenti al tempo di Paolo, quelle degli Ebrei,
dei Vernaculi, degli Augustenses, degli Agrippenses, dei Volumnenses.
Con probabilità il cristianesimo ebbe origine proprio in seno alle sinagoghe ebraiche. Nella Vita di Claudio 25 Svetonio infatti così spiega l’espulsione dei giudei decretata dall’imperatore: «Espulse da Roma i giudei che creavano continui tumulti per istigazione di Cresto».
Si pensa che il grande storico romano si riferisca a Cristo, pomo di discordia nella diaspora giudaica romana, da lui però ritenuto un personaggio vivente e presente nella capitale. Il decreto di espulsione è menzionato anche da At che narra dell’arrivo di Aquila e Priscilla a Corinto a causa dell’ordine di Claudio (18,2). Purtroppo non
è certa la sua datazione.
Comunque appare certo che il cristianesimo giunse a Roma già negli anni 40 prendendo piede all’interno delle sinagoghe e si può ritenere che tra gli espulsi ci fossero anche giudeo-cristiani.
Non sappiamo chi vi abbia portato il vangelo di Cristo. Sembra da escludere un grande nome, altrimenti se ne sarebbe conservato il ricordo; tutto invece lascia credere all’iniziativa di anonimi cristiani giunti nella capitale dell’impero per ragioni commerciali o altri motivi. Quando Paolo scrive ai credenti di Roma a metà degli anni 50, il cristianesimo vi aveva già messo solide radici. Può infatti ringraziare Dio, «perché - dice - la vostra fede è annunciata in tutto il mondo» (1,8) e rilevare:
«La fama della vostra obbedienza di fede è giunta a tutti» (16,19). Anche sul piano qualitativo il suo giudizio è largamente positivo: «siete pieni di bontà, ricolmi di ogni conoscenza e capaci di ammonirvi reciprocamente» (15,14). Pietro non doveva essere allora a Roma, perché altrimenti non si spiegherebbe che non sia nominato in Rm;
si può ritenere che vi giunse più tardi.

La composizione dei gruppi cristiani di Roma destinatari della lettera è mista; Paolo stesso ne è testimone prezioso: si dice apostolo chiamato a suscitare «l’obbedienza della fede tra tutti i gentili, tra i quali ci siete anche voi» (1,5-6) e confessa di essersi spesso proposto di venire a Roma <per cogliere qualche frutto anche tra voi, come tra gli altri gentili» (1,13).
La discussione invece riguarda l’orientamento degli etnico-cristiani di Roma: erano attaccati alle prescrizioni giudaiche, magari perché in passato vi avevano aderito come proseliti delle sinagoghe, oppure se ne sentivano liberi e guardavano con sufficienza, se non con disprezzo, ai «fratelli» giudeo-cristiani che vi restavano fedeli? In ogni modo rileviamo in Rm uno straordinario impegno dell’apostolo nell’affrontare
il problema della  legge mosaica e dei suoi dettami nonché la questione di Israele, popolo eletto da Dio e per lo più chiuso al vangelo per fedeltà all’eredità giudaica.

In breve, è probabile che i cristiani di Roma fossero allora espressione di un cristianesimo moderato che non richiedeva la circoncisione dei gentili convertiti alla fede cristiana, ne fa fede il silenzio di Rm in proposito, ma si manteneva legato all’eredità religiosa giudaica e per questo nutriva riserve mentali su Paolo e il suo vangelo libero dalla Legge, come se, per un verso, portasse logicamente
a una concezione amorale dell’esistenza, sganciata da ogni esigenza etica e,
per l’altro, svuotasse di contenuto la storia salvifica di Dio con il popolo d’Israele.

 
 
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