TESTO BIBLICO

L'esempio di Paolo
Mi sono fatto tutto a tutti (1Cor 9, 1 -22)
Non sono libero io? Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, il nostro Signore? E voi , non siete proprio voi il risultato del mio lavoro al servizio del Signore? Se altri non vogliono riconoscermi come apostolo, per voi lo sono senz’altro. Il fatto che voi crediate in Cristo è la prova che sono apostolo.
A chi mi critica rispondo così: non abbiamo anche noi il diritto di mangiare e di bere?
Non abbiamo anche noi il diritto di portare con noi una moglie credente, come l’hanno gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa? O forse solo io e Barnaba dobbiamo lavorare per mantenerci? Da quando in qua un soldato presta servizio nell’esercito
a sue spese? E chi pianta una vigna non mangia forse la sua uva?
E chi conduce un gregge al pascolo non beve
il latte di quelle pecore?
Ma non porto soltanto esempi tratti dall’esperienza umana. Anche la legge di Mosè prescrive: non mettere la museruola al bue che trebbia il grano. Dio si preoccupa forse dei buoi? O è per noi che parla? Certamente ! Questa regola è stata scritta per noi.
Perché chi ara il campo e chi trebbia il grano deve fare il lavoro nella speranza di avere la sua parte del raccolto. Noi abbiamo seminato per voi beni spirituali. Se altri hanno questo diritto su di voi, tanto più l’abbiamo noi.
Ma noi però non facciamo uso di questo diritto, anzi sopportiamo ogni specie di difficoltà, per eliminare qualsiasi ostacolo all’annunzio di Cristo.
Chi lavora nel Tempio riceve dal Tempio il proprio nutrimento, e chi si occupa dei sacrifici offerti sull’altare, riceve una parte dei sacrifici. Allo stesso modo, per quelli
che annunziano il Vangelo, il Signore ha stabilito che hanno il diritto di vivere di questo lavoro.
Io però non ho mai fatto uso di questo diritto.
E non vi scrivo per pretenderlo ora. Piuttosto preferisco morire ! Nessuno potrà togliermi questo vanto. Infatti non posso vantarmi di annunziare la parola del Signore. Non posso fare a meno, e guai a me se non annunzio Cristo. Se avessi deciso di annunziarla di mia spontanea volontà, sarebbe giusto che ricevessi una paga.  Ma poiché mi è stato imposto di farlo, compio semplicemente il mio dovere. Quale sarà dunque la mia ricompensa? La soddisfazione di annunziare Cristo gratuitamente, senza usare quei diritti che la predicazione del Vangelo mi darebbe.
Io sono libero. Non sono schiavo di nessuno. Tuttavia mi sono fatto schiavo di tutti,
per portare a Cristo il più gran numero possibile di persone. Quando sono tra gli Ebrei, vivo come loro, per portare a Cristo gli Ebrei. Io non sono sottoposto alla legge di Mosè, eppure vivo come se lo fossi, per condurre a Cristo chi è sottoposto a quella legge. Quando invece mi trovo tra persone che non conoscono quella Legge, vivo come loro senza tenerne conto, per portare a Cristo chi è senza Legge. Questo non vuol dire che io sia privo di obblighi verso Dio, anzi sono sottoposto alla legge di Cristo. Con i deboli nella fede, vivo come se anch’io fossi debole, per condurli a Cristo. Cerco di adattarmi a tutti per salvarne a ogni costo alcuni.
Tutto questo lo faccio per il Vangelo e per ricevere anch’io insieme con gli altri ciò
che esso promette.

 


2 marzo 2009
SIAMO ANGOSCIATI PER L'UOMO
Paolo: mi sono fatto tutto a tutti
Dov'è il nostro cuore?

accompagna Angelo Cupini

Per questo lavoro utilizzo i volumi di:
Romano Penna  Paolo di Tarso Un cristianesimo possibile Ed. San Paolo
Giuseppe Barbaglio La teologia di Paolo EDB
Josep Abella Paolo annuncio di vita per culture diverse EDB

Paolo / autopresentazione Galati 1, 11-2,14
Paolo aggancia il proprio annuncio direttamente a una rivelazione divina.
(Gal 1,11-12):
“Vi dichiaro dunque fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione
di Gesù Cristo”

È una affermazione netta, inserita in un contesto venato di apologetica, con la quale Paolo difende la legittimità e la libertà della propria predicazione ai pagani, autenticata, come sarà detto in seguito da un doppio incontro a Gerusalemme.
Nel suo impegno missionario non c’è ombra di opportunismo (Gal 1,10), ma obbedienza pura a un incarico divino (1Cor 9,17) concernente la destinazione universale del vangelo nel superamento del mosaismo.

Il motivo di questa rivelazione
Paolo conosce la rivelazione divina attuale: Dio mediante lo Spirito ha disvelato
la sua sapienza nascosta ( 1Cor 2,10);
nel vangelo disvela la sua giustizia salvifica (Rm 1,17), che è una  svolta epocale
della storia con la chiusura dell’era della legge e l’inaugurazione di quella della fede
(Gal 3,23).
È giunta la pienezza dei tempi (Gal 4,4).

L’autobiografia di Paolo
I luoghi
Gerusalemme, Damasco, Antiochia. In questo triangolo geografico si gioca tutta la formazione dell’identità culturale e apostolica di Paolo.
Gerusalemme: si alimenta il suo giudaismo ortodosso
Damasco: si realizza il salto fondamentale della sua vita
Antiochia: prende forma e avvio il suo impegno missionario col superamento della legge mosaica e del suo esclusivismo giudaico.
L’autobiografia è divisa in sei quadri: passato di fedeltà giudaica (1,13-14); chiamata
e missione divina e primi passi di missionario (1,15-17); prima salita a Gerusalemme (1,18-20);  in Siria e Cilicia (1,21-24);  seconda andata a Gerusalemme (2,1-10);72; scontro di Antiochia (2,11-21).

1. passato di fedeltà giudaica (1,13-14).
La sua vicenda di fedele giudeo è presentata in netta antitesi con il presente di proclamatore del vangelo. Un tempo, anni lontani non solo cronologicamente, egli era zelantissimo per l’eredità religiosa del giudaismo: osservante scrupoloso e difensore delle tradizioni dei padri,  accanito persecutore della chiesa di Dio.

2. chiamata e missione divina e primi passi di missionario (1,15-17)
“Ma quando Dio si compiacque”.
Una nuova stagione si apre per lui ed è per iniziativa divina;.
Il racconto della sua vocazione «profetica» nel v. 15 appare di grande densità teologica,  per presentare il fatto di Damasco.
elezione divina  “mi aveva selezionato”
predestinazione “fin dal seno di mia madre”
vocazione “mi aveva chiamato”
iniziativa gratuita e di amore di Dio”per la sua grazia, si compiacque”
apocalisse divina “di rivelarmi il suo Figlio”
missione evangelizzatrice “perché ne portassi il lieto annuncio tra i gentili”.
Due sottolineature:
- ha fatto tutto Dio senza alcun merito da parte di Paolo
- tutto è finalizzato alla missione, in concreto al vangelo da proclamare.

«tra i gentili».
La formula indica certo i destinatari della missione ma anche una precisa qualità della sua azione evangelizzatrice: un annuncio di libertà dalla legge mosaica.
Questa qualifica etnica del suo annuncio è centrale. Il vangelo della libertà dei gentili
è di origine divina, non una creazione della sua mente o una bizzarria del suo carattere.

3. prima salita a Gerusalemme (1,18-20)
Dopo tre anni sale a Gerusalemme a fare la conoscenza di Cefa, fermandovisi quindici giorni, vede anche Giacomo (v. 19). Non dice perché  abbia voluto incontrare Pietro
e Giacomo; gli basta aver escluso una possibile interpretazione tendenziosa,
come se da loro derivasse la sua autorità di evangelista: ben tempo addietro era stato incaricato da Dio.

4. in Siria e Cilicia (1,21-24)
Ad Antiochia alcuni cristiani venuti dalla Giudea si oppongono alla loro metodologia missionaria che prescinde dalla circoncisione e in genere dalla legge mosaica.
Il contrasto rende necessario quello che viene chiamato il concilio di Gerusalemme.

5. seconda andata a Gerusalemme (2,1-10);72
Paolo sale di nuovo a Gerusalemme e lo accompagnano Barnaba, leader della comunità antiochena e collega nel suo primo viaggio missionario e Tito, un cristiano incirconciso di origine greca, suo collaboratore. Perché va a Gerusalemme?
Possiamo sintetizzare:
non per una investitura apostolica, questa gli viene direttamente da Dio, è profetica
e gli viene riconosciuta. Paolo riconosce l’esistenza  di un altro vangelo, quello di Pietro, rivolto ai giudei che continuavano ad osservare la legge mosaica. Il suo vangelo e il suo incarico evangelizzatore vengono da Dio, ma sono stati riconosciuti giuridicamente come tali dalle colonne di Gerusalemme, che in più riconoscono anche formalmente di essere con lui e Barnaba associati nella stessa impresa missionaria.

6. scontro di Antiochia (2,11-21).
Se a Gerusalemme Paolo e Pietro facevano fronte comune contro i falsi fratelli,
ad Antiochia entrano in conflitto. Gli schieramenti si sono diversificati: anche Barnaba si stacca da lui e aderisce, con tutti gli altri giudeo-cristiani presenti nella chiesa antiochena, alla posizione di Pietro.
Paolo rimane solo, con la convinzione di essere nel giusto, mentre sono meritevoli
di condanna i suoi oppositori.

Quale il problema?
La partecipazione alla mensa in una comunità mista. Pietro, venuto ad Antiochia, all’inizio mangiava insieme con i gentili;  poi, sotto l’influsso di alcuni delegati di Giacomo sopravvenuti nella capitale della Siria, cominciò a battere in ritirata e separarsi per timore dei circoncisi. Un comportamento riprovevole, che Paolo gli contesta pubblicamente.
Paolo vede nel loro comportamento un attentato al vangelo degli incirconcisi, vangelo della loro libertà dalla circoncisione e dalle relative prescrizioni della legge mosaica, sancito a Gerusalemme. Nei fatti sconfessano quanto hanno sostenuto a parole.
Paolo va oltre nelle sue richieste a quanto fu stabilito a Gerusalemme: non solo i gentili non sono tenuti alla circoncisione e alla conseguente osservanza della legge, ma i giudeo-cristiani in comunità miste devono rinunciare al loro modo di vivere giudaico per favorire la coesistenza con gli etnico-cristiani. Non sono questi che devono rinunciare ai loro costumi, ma quelli. È’ un problema 'nuovo, nato dopo l’assise gerosolirnitana.

La chiesa della Galazia
Anche dopo la partenza di Paolo il cammino spirituale delle chiese di Galazia procedeva spedito nella fedeltà al messaggio ricevuto, se egli può constatare con tono nostalgico: «Correvate bene» (5,7a). Ma a un certo punto la situazione cambia in senso negativo e l’apostolo se ne dice amaramente sorpreso: «Mi stupisco che così presto...» (1,6). I galati sono sul punto di farsi circoncidere (5,2) e hanno accettato
un calendario religioso di marca giudaica che fissa giorni -di certo il sabato-, mesi, stagioni e anni da celebrare (4,10).
Non sappiamo con certezza che cosa li convincesse a cambiare orientamento.
Alcuni autori dicono che dopo la prima stagione di esaltante entusiasmo spirituale era succeduto un periodo di difficoltà sul piano morale; altri ipotizzano la ricerca di mettersi politicamente al riparo facendo parte del giudaismo che nell’impero godeva del diritto di religio licita; forse perché  volevano appropriarsi dei benefici spirituali di una gloriosa tradizione religiosa qual era quella giudaica, in pratica farsi discendenti del circonciso Abramo per ereditarne la benedizione salvatrice. Per l’apostolo è  un fatto gravissimo dalle conseguenze più nefaste, equivalente a un tradimento del vangelo, un ritorno alla schiavitù del passato politeistico per ritornare a forme «carnali», cioè terrene e umane. È un processo di regressione.

Il cambiamento coglie anche il loro rapporto con Paolo: «Sicché sono diventato vostro nemico predicandovi la verità?» (4,16). I toni che questi usa nel suo scritto sono carichi di fortissima emozione e di grande pathos, li  apostrofa  « scervellati galati» (3,1); e non sa più quale spiegazione dare e congettura un fenomeno di stregoneria: «chi vi ha stregati?» (3,1).

La crisi fu indotta dall’esterno, da sobillatori che causano turbativa: «ci sono però alcuni che gettano turbamento tra voi e vogliono pervertire il vangelo di Cristo»
(1,7; cf. 5,10b). In concreto, intendono spingere i credenti galati a farsi tagliare il prepuzio (6,12-13). E poiché l’ostacolo al raggiungimento dello scopo è l’apostolo, tentano di spezzare il legame che lo unisce ai galati: «vi vogliono invece distaccare
da me» (4,17).
È molto probabile che fossero missionari giudeo-cristiani se, come appare,
si appellavano al modello Abramo (3,6ss). Il loro tentativo d’imporre la circoncisione
e l’osservanza del sabato e di specifiche festività giudaiche doveva basarsi sulla convinzione che i gentili credenti potessero far parte pienamente del popolo di Dio solo sottoponendosi a tali requisiti. I sobillatori delle sue chiese di Galazia non erano giudei, ma predicatori cristiani e la polemica di Paolo, non priva di toni violenti, è indirizzata a questi, non al giudaismo, che per loro comunque costituiva un essenziale riferimento religioso.
La posta in gioco era la medesima del concilio gerosolimitano. Ripercorriamo a grandi linee le fasi che hanno scandito il cammino del movimento protocristiano.

All’inizio la missione cristiana fu indirizzata agli ebrei; solo eccezionalmente qualche pagano
fu ammesso nel movimento di Gesù, certo a condizione di farsi circoncidere.
Non che i gentili fossero esclusi in linea di principio; nell’attesa della prossima parusia, ci si aspettava che alla fine della storia essi salissero in pellegrinaggio a Gerusalemme a ricevervi la parola del Signore, come avevano preannunciato le profezie delle Scritture ebraiche.
Più tardi, però, quando il gruppo di Stefano, che formava l’ossatura della comunità gerosolimitana giudeo-cristiana di lingua greca (At 6), fu disperso dalla persecuzione di Erode Agrippa I, i loro componenti si dedicarono ad annunciare il vangelo anche ai gentili, introdotti nella chiesa senza previa circoncisione. Centro locale di tale apertura fu la chiesa di Antiochia di Siria, che si costituì
come comunità mista, formata da giudeo-cristiani e da etnico-cristiani, e grande esponente vi si affermò Barnaba, che vi portò lo stesso Paolo (At 11,19-26). Dovevano essere convinti della
relatività della circoncisione ridotta, al pari della incirconcisione, a grandezza indifferente, come appare in tre passi paolini, testimoni, si ritiene, della teologia della chiesa di Antiochia: «La circoncisione non conta nulla, e nulla conta l’incirconcisione» (1Cor 7,19); «ln Cristo Gesù infatti né la circoncisione conta qualcosa né l’incirconcisione» (Gal 5,6); «Perché ciò che conta non è la circoncisione né l’incirconcisione» (Gal 6,15).

La prassi missionaria della chiesa antiochena però fu contestata  da giudeo-cristiani tradizionalisti in nome, si pensa, della continuità  del patto di Dio stipulato sulla base delle clausole della legge mosaica con i discendenti di Abramo segnati dalla circoncisione. Per comporre il contrasto fu indetto il concilio di Gerusalemme (At 15 e  Gal 2,1-10), che sancì il principio della libertà dei gentili dal rito della circoncisione, principio difeso non solo da Barnaba e Paolo, delegati della chiesa antiochena, ma anche dagli apostoli gerosolimitani, Pietro in testa. Poco dopo il contrasto si rinnovò ad Antiochia, ma con diversi fronti contrapposti, da una parte Paolo e dall’altra Pietro e Barnaba, e su una questione diversa (Gal 2,1-10). Nella comunità antiochena i giudeo-cristiani vivevano gomito a gomito con gli etnico-cristiani e non osservavano le prescrizioni alimentari giudaiche. Ma quando vennero alcuni da parte di Giacomo, Pietro ebbe timore e cominciò ad osservarle, separandosi così dai pagano-cristiani e Barnaba fece altrettanto. Paolo si ribellò denunciando un subdolo tentativo di obbligare gli incirconcisi a sottoporsi a tali norme, pena la loro emarginazione. In Galazia si ripeté qualcosa di analogo, il tentativo di propagandisti giudeo-cristiani di stretta osservanza d’imporre ai convertiti dal paganesimo la circoncisione e la conseguente osservanza della legge; l’apostolo vi si oppose elaborando un  robusto pensiero teologico sul rapporto fede e legge mosaica.

Appunti per meditare
Dal versetto 1 al 18 Paolo si presenta come chi ha rinunciato ad avvalersi della sua libertà e del suo diritto apostolico.
Dal 19 al 23 confessa di aver vissuto la sua libertà come schiavitù volontaria per il vangelo a vantaggio degli altri.
L’apostolo non solo ha parola da proclamare ma offre se stesso come paradigma. Decliniamolo.
Paolo nella missione di evangelista rinuncia a farsi mantenere non per ascetismo,
ma come disponibilità al servizio del vangelo, si sente un forzato dell’annuncio (v. 16).
Questo gli è stato affidato (v. 17)
Il suo salario è di non riceverne alcuno (v 18)
Questo stile è vanto, non presso Dio, ma alla faccia dei contestatori di Corinto (v 15).
La libertà di servizio al vangelo è tradotta nelle condivisione delle diverse identità culturali dei destinatari dell’annuncio. (v 19)
Paolo traduce la sua libertà nel farsi schiavo (questo è il punto più distante dal concetto di libertà della cultura greca e delle altre culture) per amore.
Per questo si è adattato come missionario e pastore d’anime (vv 20-22).
Paolo diventa fluido/flessibile ma con un punto fermo: il vangelo, la causa del messaggio cristiano.
In questo quadro è fermo il valore dell’alterità delle persone, riconosciuta concretamente nell’assunzione di tutte le condizioni umane, allo scopo di far germinare al loro interno esperienze genuine di fede.
Non qualunquismo ma vera libertà per il vangelo (v 23).
Non ha adattato il vangelo, si è adattato alle esigenze del vangelo.

Commento della comunità di Taizé
Le parole di San Paolo sono come fuoco. Tutto il suo essere è pieno e mosso dallo zelo di annunciare il Vangelo. Per lui è una necessità, un felice obbligo. Senza provare vergogna, dice: «Guai a me se non predicassi il Vangelo» (v.16). Parla così perché il Vangelo è la forza di Dio per la salvezza di chi crede (Romani 1,16). Dapprima, lui stesso è stato preso da questa forza, corpo e anima. Incontrando il Cristo risorto, la sua vita si è trasformata ed è iniziata una nuova vita in comunione con lui. Ora, vuole trasmettere l’amore di Dio manifestato nella persona di Gesù a coloro che non lo conoscono ancora.
Con forza ed eloquenza l’apostolo svela il segreto del suo ministero d’evangelizzazione. Senza contraddizione né polemica, egli s’identifica con ciascuno e con tutti, anche appartenenti a categorie opposte. Vuole andare oltre le separazioni culturali e religiose per avere l’accesso a tutti, per «guadagnare» ascoltatori. L’apostolo è veramente libero e non si lascia paralizzare dalle opinioni correnti. Infatti si tratta d’annunciare la Parola di Vita a tutti senza eccezione, poiché Cristo è morto
e risorto per tutti.
Paolo è un realista. Sa che il suo messaggio non sarà accolto da tutti. Ma questo non lo scoraggia né gli impedisce di osare di superare le barriere apparentemente insormontabili. Se ha tanto operato e in un certo senso è anche riuscito nel suo ministero, evita ogni orgoglio. È consapevole dei suoi limiti e delle sue debolezze.
Ma nonostante tutto, Dio è all’opera. Paolo dirà più tardi che il tesoro del Vangelo noi lo portiamo in vasi di creta (2 Corinzi 4,7). Sa molto bene che la forza viene da Dio, non da noi.
Paolo mostra il suo zelo per l’annuncio del Vangelo, non per vantarsi, ma per esortare con il suo esempio i cristiani dispersi tra i popoli a maggioranza non credenti.
Egli segue l’esempio di Gesù, suo maestro. Durante la sua vita sulla terra Gesù stesso non ha escluso nessuno e ha mostrato il volto di Dio, Padre di tutti gli uomini.
Oggi, come ai tempi di San Paolo, vivere del Vangelo e annunciarlo vanno di pari passo. In questo mondo sempre segnato dalle divisioni e opposizioni, si tratta di annunciare Cristo che ha distrutto la barriera di separazione che è l’odio, l’ostilità (Efesini 2,14). Senza mettersi in un campo contro l’altro, si avrà l’audacia di annunciare il Cristo di comunione ? Ciò incomincia in noi stessi. L’atteggiamento
di San Paolo c’ispira e c’interpella.


CHIAVE SITUAZIONALE
I volti di Cristo nelle nostre culture
Cristo deve incarnarsi in ogni cultura, in ogni popolo. Questo non è stato un processo facile nella lunga storia della Chiesa e la sfida è altrettanto grande ai nostri giorni. Vediamo ancora oggi chiese trapiantate (dall’Europa o dall’Asia o dall’America Latina o dall’Africa) piuttosto che chiese inculturate. Dalla multiculturalità alla interculturalità è il compito che abbiamo di fronte.

Echi spirituali e politici di mondi lontani di Antonietta Potente (frammento di una conferenza)
Vorrei che ci aiutassimo a fare una lettura più profonda e a interpretare questo spazio storico che ci circonda tutti e tutte e che anche a voi tocca vivere, seppure in modo diverso. Quasi sempre in questi ultimi anni ci hanno insegnato che ciò che ci tocca di più sono le leggi economiche e sociali, dettate da gruppi privilegiati oligarchici, politici, finanziari, transnazionali. Io penso che oggi intravediamo qualcosa di diverso (se lo vogliamo vedere): nel mondo ufficiale, con le sue leggi e i suoi perversi equilibri, sento che esiste un altro movimento che, anche se sottile, si sta espandendo, facendo entrare in crisi il sistema internazionale, che non riesce a reprimerlo. Ci sono quantità immense di persone che si muovono da un mondo all’altro e questo flusso non si può più fermare. Credo che non si tratti solo di una migrazione e di uno spiazzamento fisico, si stanno movendo le sapienze e le religioni, e forse ancor più le fedi di queste persone. Non è semplicemente un movimento che possiamo ostinarci a leggere solo dal punto di vista economico, anche se certamente l’economia mondiale, il modello neo-liberale di alcuni paesi lo ha provocato, come mito o come possibilità reale di vita. Per alcuni popoli può essere un mito venire in Europa o andare nel Nord America e per molti popoli non si tratta di un mito, ma di una questione di vita o di morte.

È un movimento mondiale che a me piace chiamare (non è un’invenzione mia, l’ho intuito leggendo un libro di Antonio Negri) ‘nuovo nomadismo’. Chi sogna da tanti anni una storia differente deve imparare a leggere questo nuovo nomadismo. Credo infatti che questo sia il punto comune in questo momento storico. Non abbiamo in comune solo i progetti tra Nord e Sud del mondo, o le idee di pace e di giustizia condivise dai movimenti sociali dal Nord al Sud, dall’Est all’Ovest: quello che abbiamo in comune oggi è questo grande nomadismo di persone che si muovono, non come molti dicono senza un motivo, ma con un motivo molto concreto che per questo a molta gente dà fastidio:  è il movimento del diritto a vivere e a costruire un altro tipo di vita. Senza saperlo, oppure sapendolo, cambiano il movimento della storia, perché ci costringeranno a vivere in un altro modo, costringeranno le politiche a essere diverse.

Mi prendo la responsabilità di interpretare questo fenomeno come teologa, cioè dalla prospettiva su cui lavoro di più. Credo che noi abbiamo il diritto di parlare o d’incontrarci intorno a  questi temi e questo diritto ce lo dà la nostra fede. Fede intesa come sensibilità e dialogo con Qualcosa che è inesprimibile, fede intesa come le dimensioni silenziose della vita e della storia, ma anche fede intesa come ricerca alternativa, speranza verso ciò che possiamo ancora costruire e scoprire nella storia, nelle nostre storie personali, nelle storie degli altri. Questa fede ci dà il diritto, anzi ci obbliga a rileggere la vita e gli avvenimenti storici, a causa delle migrazioni costanti dei popoli, delle idee, delle sapienze, delle culture, delle religioni. Adesso c’è un imperativo che ci obbliga con urgenza, non solo perché i popoli che ricevono questi flussi di persone devono ripensare le leggi interne dei loro paesi, ma perché questo fenomeno mette in discussione gli organismi mondiali.

Sento anche che in questo momento storico, mentre gli ambiti politici, volenti o nolenti, sono obbligati ad affrontare questa problematica, le religioni sfuggono. Le più statiche in questo movimento sono le religioni, perché politicamente è necessario muoversi: la destra o la sinistra, i fondamentalisti o i non fondamentalisti, i pacifisti o i non pacifisti si debbono svegliare per ripensare un posto per noi e per gli altri nella società. Mentre le religioni, intese come sistematizzazioni dottrinali, quale più e quale meno, sembrano refrattarie a considerare questi problemi. Allora io, come teologa, sento che dobbiamo pensarli e non solo le teologhe o i teologi, ma tutte le persone di fede. Non possiamo semplicemente entrare nel gioco assistenziale verso le nuove persone che arrivano da altre parti del mondo. La fede ci chiede ancora una volta di osare di più. Dobbiamo chiedere alle religioni di entrare in questa nuova sapienza della storia: ciascuno dal suo punto di vista e di esperienza della fede deve chiedere alla sua religione, ai suoi gruppi di riconoscimento o di appartenenza come leggono questa dimensione attuale della storia. Ma non sotto il profilo dottrinale, ma esistenziale. Il punto forte è che non stiamo parlando con le teorie: incontriamo gente concreta, parliamo con gente concreta. La stessa cultura ci sta arrivando, non secondo schemi teorici o come modelli esistenziali, ma attraverso persone concrete, che rivendicano l’elementare diritto alla vita. Direi che davanti a questi fenomeni della storia attuale c’è un imperativo etico profondamente eloquente, al quale dobbiamo rispondere.


CHIAVE ESISTENZIALE

  • Con chi posso condividere la mia fede? Dove posso testimoniarla? Se il mio interlocutore non conosce Cristo, quale sarà il mio atteggiamento?
  • Che cosa ha significa per San Paolo «predicare gratuitamente il Vangelo»? E questo che cosa significa per noi oggi?
  • Nel mio ambiente sociale e culturale, quali sono le barriere da sormontare per annunciare il Vangelo?
Vedi anche Sappiamo stare al mondo?  pagine 16/17
 
 
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