16 febbraio 2009
SIAMO CONSAPEVOLI DI ESSERE ANNUNCIATORI
DI UN MESSAGGIO FOLLE
Paolo: la follia della croce e della resurrezione. Lettura di 1 Corinti
Per fermare la ruota, dobbiamo bloccare i raggi (Bonhoeffer)
accompagna Angelo Cupini
Paolo / autopresentazione
Schiavo di Cristo Gesù (doulos) (Gal 1,10) = a totale servizio di Cristo che gli ha affidato il carisma e la missione apostolica.
Nella tradizione veterotestamentaria “servo” è un titolo di onore di cui si sono fregiati i grandi mediatori dell’azione di Dio nella storia come Abramo (Sal 104,42), Isacco (Dn 3,35), Mosè (Gs 14,7), Giosuè (Gs 24,30; Gdc 2,8), Davide (sal 88,4).
Apostolo per vocazione (klêtos apostolos)
È il riferimento più diffuso nelle lettere di Paolo, dove appare come titolo del mittente anche in 1Cor 1,1.
Per vocazione = non è per self made o per autocandidatura, ma per iniziativa divina. All’origine dell’apostolato di Paolo ci sono Dio e Cristo, che operano insieme. Il suo ruolo è di inviato divino autorizzato a compiere una specifica azione affidatagli.
Selezionato (aphorismenos) = “messo a parte”, scelto e selezionato per una missione specifica. In Gal. 1,15 Dio lo ha messo a parte fin dal seno materno.
per annunciare il Vangelo
E’ una identificazione di carattere funzionale, che ne evidenzia infatti il ruolo, il compito, l’azione.
Paolo serve Cristo per il Vangelo, è questo lo scopo per il quale è stato chiamato e inviato.
per i gentili = il suo annuncio è per i gentili: Rm 1,15 “Sono debitore ai greci e ai barbari, ai sapienti e agli incolti”.
Non per questo cancella il mondo giudaico dall’orizzonte della sua missione, ne vuole provocare la gelosia di fronte alle conversioni dei pagani e dedica a questo mondo emozionanti espressioni: Rm 9, 2-3 “provo una grande tristezza e c’è nel mio cuore una incessante sofferenza; vorrei essere io stesso maledetto da Dio, separato da Cristo per i miei fratelli, quelli della mia razza”.
La comunità di Corinto
da Barbaglio La teologia di Paolo EDB pagg. 59-63
Secondo At 18 Paolo arrivò a Corinto dopo aver lasciato Tessalonica e Berea e con alle spalle l’insuccesso di Atene. Durante la sua permanenza di un anno e mezzo fu tradotto davanti a Gallione, proconsole della provincia romana di Acaia con tutta probabilità nel 51/ 52. Verosimilmente dunque restò nella metropoli greca dalla fine del 50 sino alla prima parte del 52. Vi annunciò il vangelo, non però con sapienza di parola (1Cor 1,17), non come mistagogo né retore facondo, bensì da evangelista di Cristo crocifisso (1,23-24 e 2,1-5). Trasmise anche tradizioni liturgiche protocristiane, quali il battesimo (1,13; 12,13) e la cena del Signore (11,23ss). Si impegnò inoltre a insegnare un nuovo stile di vita coerente con l’adesione di fede, indicando vie da percorrere (4,17) e modi di comportamento tradizionali (11,16). E solo l’immaturità dei corinzi gli impedì d’introdurli nella sapienza divina, incentrata nel mistero della croce di Cristo e donata dallo Spirito (2,6-16). Come strategia missionaria scelse di non farsi mantenere, ma di guadagnarsi da vivere col suo lavoro manuale (4,12), suscitando però malumori e aperte ostilità (cf. 1Cor 9 e 2Cor 11,7-12). La menzione poi in Rm 16,1-2 di Febe, diaconessa della chiesa di Cencre, dimostra che la sua azione missionaria dovette interessare anche i centri vicini a Corinto, di certo il porto di Cencre.
Riuscì a creare una comunità cristiana viva che guidò di persona nei suoi primi passi, aiutato certo da Sila e Timoteo, forse anche da Sostene. Dopo la sua partenza giunsero altri missionari cristiani a continuarne l’azione (cf. 3,5-15). Di loro però conosciamo di nome soltanto Apollo, «alessandrino di nascita, uomo colto versato nelle Scritture» (At 18,24), che aveva fatto degli adepti (3,5) e la cui permanenza a Corinto è attestata anche da At 19,1.6.
Qualificanti della vita della comunità erano le riunioni periodiche (14,23-26; 11,17-34; 10,14-22), non sappiamo con certezza in che giorno e con quale scadenza e se erano tutte plenarie (14,23) oppure se queste si alternavano ad assemblee domestiche più ristrette. Di certo vi risuonava la voce di profeti e glossolali e vi si celebrava la cena del Signore.
Diversamente dalla chiesa tessalonicese era una comunità in pace con l’ambiente, per nulla osteggiata, tanto meno perseguitata. Infatti, non solo 1Cor non dice nulla di una crisi di rigetto, ma anche positivamente testimonia una coabitazione pacifica e rapporti normali di buon vicinato.
I credenti erano invitati in casa di non-cristiani e ci andavano (10,27ss). Alcuni poi si sedevano a tavola nei restaurants annessi ai templi pagani (8,10). Le assemblee comunitarie erano aperte alla partecipazione di estranei (14,23ss). Per risolvere una vertenza si adiva al tribunale cittadino (6,1ss). La retorica greco-romana vi era apprezzata e ricercata (cc. 1-4).
Se la chiesa corinzia era bene integrata nella società cittadina, al suo interno invece si erano create divisioni e fratture. All’inizio, ancora presente Paolo, l’interazione personale nel gruppo non poteva non essere armonica: un solo capo riconosciuto, un piccolo gruppo di persone unite dalla nuova e intensa esperienza spirituale. Ma quando la guida parte lasciando un vuoto, succede che si creano divisioni e hanno origine conflitti e contestazioni del fondatore. Di fatto, solo i cristiani della prima ora conoscevano l’apostolo e si può supporre che gli fossero i più vicini. Quelli invece convertiti in seguito si scelsero altri capi. Si formarono delle fazioni all’insegna di un esclusivo e totale rapporto di alcuni con Paolo, di altri con Apollo, di questi con Cefa e di quelli con Cristo (1,10-12). Sembra però che la divisione più macroscopica fosse tra i paolinisti e gli apollinisti. Di certo, il nocciolo della questione riguardava la valutazione del discorso sapienziale (sophia logou), cioè di un parlare retoricamente forbito e ricco di intuizioni, riguardante sempre la realtà cristiana, ma capace di andare oltre al semplice annuncio evangelico.
È probabile che Apollo fosse considerato dai suoi partigiani un maestro in materia e che Paolo fosse da loro disprezzato dai suoi però difeso ed esaltato, perché carente in merito. In ogni modo, nella chiesa corinzia era in atto un processo di culto della personalità dei leader a scapito della centralità di Cristo. La fronda antipaolina poi doveva essere agguerrita: trattava con supponenza l’apostolo ed era critica nei suoi riguardi (4,6.18), non gli perdonava di aver rifiutato di farsi mantenere (c. 9), assumeva atteggiamenti contestativi (11,16), forse si riteneva superiore e non soggetta alla sua autorità (14,37). Ci spieghiamo così il carattere apologetico di diverse pagine dello scritto, in questo diverso da 1Ts.
Sempre di divisioni parla il brano 11,17-34, ma di genere sociale , tra quelli che possedevano case e potevano permettersi lauti pranzi e i nullatenenti. Nei suoi aspetti discriminanti la frattura si materializzava quando ci si riuniva per consumare la cena del Signore: i primi si presentavano in anticipo e mangiavano tutte le provviste da loro portate; i secondi, trattenuti dal lavoro, giungevano più tardi e restavano a stomaco vuoto, esclusi dal pasto comune e partecipi del solo pane e del solo vino eucaristici.
Si aggiunga una grande diversità di valutazione e comportamento a proposito della consumazione delle carni immolate agli idoli, vendute al mercato pubblico oppure offerte in tavole ospitali (10,23ss) o anche piatto forte di pranzi sacri consumati con amici o parenti nell’area del santuario pagano dopo la rituale offerta a questo o a quel dio (8,10; 10,14-22). Alcuni non avevano nessuno scrupolo in materia, anzi esibivano orgogliosamente la loro libertà; altri invece, «i deboli», se ne astenevano per motivi di coscienza, timorosi di fare atto idolatrico e scandalizzati da quelli.
Pure le riunioni comunitarie dedicate alla comunicazione della parola carismatica erano occasioni di divisioni (cc. 12-14): chi esibiva, con senso di superiorità, esperienze estatiche e glossolaliche e
cristiani che, essendone privi, si sentivano umiliati. Più grave era comunque la presenza di alcuni che a Corinto negavano la risurrezione dei morti (15,12). Doveva però trattarsi di un numero non rilevante di credenti, perché Paolo li distingue dalla comunità, da lui interpellata di regola con il voi e messa in guardia da loro.
Comunità divisa ma anche e perché composita: se At 18 attesta che giudei e pagani si convertirono alla sua predicazione, 1Cor precisa che la maggioranza era di origine pagana: «Sapete che quando
eravate gentili...» (12,2). Con probabilità è in questa maggioranza di ex-pagani che si possono ravvisare i credenti deboli, scrupolosi di fronte alle carni immolate agli idoli per la consuetudine (avuta) finora con l’idolatria. È anche verosimile che i comportamenti di degenerazione e di lassismo sessuale denunciati in 5,1-13 e 6,12-20 siano da attribuire a credenti gentili; i giudei si attenevano a codici etico-sessuali assai rigorosi. La stessa congettura vale delle profetesse corinzie, che nelle riunioni comunitarie prendevano la parola a capo scoperto (11,2-16); il costume giudaico era infatti molto severo in materia.
Pure la compresenza di credenti maschi e femmine suscitò qualche problema. Si è detto delle credenti che profetavano a testa scoperta durante le riunioni comunitarie (11,2-16); ma anche il c. 7 sottintende che in materia di astinenza sessuale le donne di Corinto dovevano essere in prima fila a far valere scelte non consuete. Infatti nei vv. 10-11 è alle mogli che soprattutto l’apostolo si rivolge nel richiamarsi al divieto del divorzio da parte di Gesù. Inoltre sembra che a loro risalisse l’iniziativa di vivere la continenza sessuale all’interno del matrimonio (cf. vv. 2ss). Infine è del comportamento da tenere verso le vergini che tratta la sezione dei vv. 25ss. Senza dire dei versetti finali dello stesso capitolo che riprendono il caso complessivo della donna nel suo duplice stato di sposata e di non sposata. Per completezza si aggiunga la compresenza di romani e greci: dei nomi di 17 credenti corinzi, attestati nelle lettere paoline e in At, 8 sono latini: Aquila e Priscilla, Fortunato, Gaio, Lucio (Rm 16,21), Quarto, Tizio Giusto, Terzo (Rm 16,22).
Il carattere composito della comunità cristiana di Corinto era ancor più il risultato di fattori socio-economici. Di fatto lo status sociale dei componenti non era omogeneo: una minoranza di credenti di ceto sociale medio e medio-alto, con probabilità forza traente della comunità, coesisteva con una maggioranza di appartenenti agli strati più umili, inclusi nullatenenti (11,22) e schiavi (7,21-23). L’attesta senza ombra di dubbio 1,26: «non molti sono i sapienti secondo la carne, non molti i potenti, non molti i nobili»: non molti, dunque alcuni, come Gaio che ospitava Paolo e tutta la chiesa di Corinto (Rm 16,23), Crispo, arcisinagogo convertito da Paolo (At 18,8), Erasto, amministratore della città (oìkononos tês poleôs Rm 16,23), Stefana dedicatosi con la sua famiglia al servizio della comunità (1Cor 16,17), Aquila e Prisca, infine Febe, patrona (prostatis) e diaconessa della chiesa di Cencre (Rm 16,1-2).
Le fonti di documentazione di questa scheda sono anzitutto la stessa lettera di Paolo ai Corinzi, ma anche, come fonte secondaria, At 18, che narra del suo soggiorno a Corinto. Il testo è raccolto da Giuseppe Barbaglio La Teologia di Paolo abbozzi in forma epistolare EDB.
Scandalo per i Giudei, follia per i pagani… la teologia della croce in 1 Corinzi
L’autodifesa di Paolo
Paolo dice qual è il tipo della sua predicazione del Vangelo, escludendo un’altra modalità richiestagli dai destinatari di Corinto e da lui ritenuta fuorviante. Si difende utilizzando un genere letterario di antitesi: non - ma. E’ stato chiamato a proclamare il Vangelo “non con sapienza di parola” ma con la parola della croce (1,17-18). Giudei e Greci tendono ai segni di potenza e alla sapienza lui invece proclama Cristo crocifisso, scandalo e insensatezza per quelli, ma potenza e sapienza di Dio per i chiamati (1, 22-24). È venuto a Corinto ad annunciare il mistero di Dio”non con sovrabbondanza di parola o di sapienza”, ma con la nuda presentazione di Gesù Cristo crocifisso (2,1-2). La sua parola e il suo annuncio fecero ricorso non a parole di sapienza capaci di persuadere, bensì alla potenza dimostrativa dello Spirito (2,4).
Paolo non utilizza slogan ma si appella all’agire paradossale di Dio evidenziato nell’evento della croce di Cristo e della sua proclamazione (1,18-25), nella chiamata alla fede dei corinzi (1, 26-31), nella stessa sua vicenda di evangelista a Corinto (2, 1-5), nella rivelazione “spirituale” del divino disegno di salvezza (2, 6-16).
Nessun tono personalistico però nella difesa della sua predicazione; in ultima analisi, è la genuinità del Vangelo incentrato nella croce di Cristo l’oggetto della sua apologia, indirizzata pur sempre a tutta la comunità, bisognosa di esortazione (1,10), ammonimento (4,14), imitazione del loro padre(4,16), fedeltà pratica alle sue “vie” (4,17), perché invischiata in personalismi di tipo settario, anche se è il “partito” di Apollo l’avversario dialettico.
In conclusione possiamo raccogliere il primo nucleo:
Il Dio di Gesù Cristo ha rifiutato la sapienza mondana dei sapienti
Ha manifestato il suo sapiente agire salvifico nell’evento della Croce di Cristo e continua a farlo nell’attuale annuncio evangelico del crocifisso.
Paolo si sente giustificato nella sua nuda proclamazione del crocifisso dalla “prassi” di Dio.
- La potenza salvifica divina è operante proprio nella parola della croce (1,18), non nella sapienza della parola.
- Dio ha distrutto la sapienza dei sapienti (1,19) e resa insensata la sapienza del mondo (1,20).
- Non avendolo il mondo conosciuto con la sua sapienza, ha deciso di salvare i credenti mediante l’insensatezza del Kerigma (1,21).
- Il suo agire, insensato, debole, ignobile, disprezzato, insomma della nullità, per coprire di vergogna i sapienti, le grandezze forti, in breve ciò che è (1,27-28).
- Con la sua potenza ha condotto i corinzi a credere al messaggio del crocifisso annunziato dal debole Paolo senza alcuna sapienza umana (2,5).
Perché Dio si comporta così?
- perché non sia svuotata di senso la croce di Cristo” (1,17)
- perché nessun essere vivente possa vantarsi davanti a Dio (1,29)
- affinché chi si vuole vantare, si vanti nel Signore (1,30)
- perché la vostra fede non poggi sulla sapienza umana, bensì sulla potenza
di Dio (2,5).
Paolo non parla della croce in generale bensì dell’evento della crocifissione di Cristo. Quale uomo finito sul patibolo della croce, è annoverato tra la feccia umana e maledetto da Dio. Sappiamo tutti la densità tremenda di questo supplizio presso i romani;presso gli ebrei la sospensione si applicava come pena aggiuntiva all’uccisione di idolatri e bestemmiatori lapidati, e sul giustiziato cadeva la maledizione di Dio.
Appunti per meditare e contemplare
Utilizzo per questo esercizio lo studio di Romano Penna Paolo di Tarso Un cristianesimo possibile Ed San Paolo.
Tutta l’attività taumaturgica di Gesù non trova nessun cenno in Paolo. Gli unici segni e prodigi vengono attribuiti alla presenza nella sua comunità postpasquale: 2Cor 12,12; Rm 15, 18-19.
Non sappiamo ancora spiegarci perché offre una scarsissima attenzione al Gesù terreno. Paolo non è assolutamente interessato al meraviglioso; il suo Gesù non ha bisogno di piedistallo. .
Il chiodo fisso del cristianesimo paolino è altrove: sono la morte e risurrezione di Cristo, che formano insieme il culmine dell’esistenza terrena di Gesù e la radice di tutto lo sviluppo teologico cristiano.
La morte e risurrezione di Gesù è messa in rapporto ad ogni cristiano. La vita cristiana è il punto di
Partenza dell’attenzione per Gesù.
Gesù non è un maestro di morale; non è uno che dà norme di vita, ma come Risorto egli diventa la nostra vita (Fil 1,21) così che ci è possibile affrontare semplicemente la comune esistenza umana “per virtù di colui che ci ha amati” (Rm 8,37) semmai soltanto “camminando nell’amore, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore” (Ef 5,2).
Paolo non è interessato al passato di Gesù ma al suo oggi per noi: “E’ adesso che mediante lui abbiamo ricevuto la riconciliazione” (Rm 5,11).
Il Cristo Crocifisso-Risorto di Paolo si salda immediatamente con il nostro vissuto umano ed ecclesiale. Ci rimanda a noi stessi, si inserisce nella nostra quotidianità, “togliendo via il vecchio lievito, per essere noi pasta nuova” (1Cor 5,7). Egli diventa nostro lievito in tutto ciò che di più ordinario possiamo fare (1Cor 10,31; Col 3,17).
Il Gesù di Paolo non sta solo di fronte a noi o cammina con noi; con la sua morte-risurrezione egli ci investe, ci interseca, s’innesta in noi.
Una prima considerazione: dobbiamo liberarci dall’iconografia romantica di Gesù (Ottocento ma anche oggi). Tutta l’attenzione è sul dramma della croce e del sangue.
Paolo “non ha preteso di sapere altro se non Cristo e questi crocifisso” (1Cor 2,2; Gal 3,1) sul quale però “la morte non ha più potere” (Rm 6,9).
La risurrezione e la crocifissione in Paolo non sono letti e vissuti come momenti successivi ma come aspetti di un unico evento: tra il Crocifisso e il Risorto c’è assoluta identità non solo storica ma soprattutto salvifica. Il Crocifisso non si è dissolto nel Risorto, nell’uno è sempre presente l’altro, per cui non si tratta della risurrezione di uno qualsiasi ma esattamente di Gesù in quanto crocifisso.
Se guardassimo solo il Crocifisso che differenza potremmo trovare con lo schiavo Spartaco, ribelle, crocifisso sulla Via Appia il 70 a.C. ? Se guardassimo solo al Risorto non finiremmo in una religione astratta e alienante ?
Il crocifisso del Golgota è risorto. Il risorto è un crocifisso.
È l’incontro con il Risorto che ha deciso Paolo a rivedere il suo concetto del Crocifisso e gliene ha dischiuso tutta la fecondità vitalizzante; non viceversa. Poiché Gesù è risorto, ne risulta che la sua morte deve aver avuto un significato e una portata del tutto particolari.
L’interrogativo di Paolo: qual è il valore della morte di Gesù per noi? In che cosa ci interessa da vicino? Un modello, un esempio da imitare?
È una prospettiva che ha avuto tanta parte nella storia della spiritualità; in Paolo è un elemento secondario. Una interpretazione “moralizzante” riduce la croce di Gesù a semplice modulo da ripetere e riprodurre nella vita di ciascuno; ma in questo caso la sua sarebbe una vita parallela alla nostra, non ci toccherebbe, mentre deve scendere diritta in ogni cristiano come una perpendicolare: occorre che essa “non venga resa vana” (1Cor 1,17) e che non sia “annullato lo scandalo della croce” (Gal 5,11).
Paolo anche quando esprime il desiderio di diventare conforme nella morte (Fil 3,10) lo vive nel concetto della koinonìa = partecipazione-comunione-assimilazione di tutto noi stessi alle sofferenze di Gesù, le quali non solo ci stanno davanti come un originale da copiare, ma sono cariche di potenza trasformante che si trasfonde in noi come linfa vitale (Rom 6,3-11;8,17) o ci accolgono come un bagno purificatore (1Cor 6,11).
La Croce di Gesù prima di essere una norma è una (1Cor 1,18.25) forza esplosiva di liberazione, di salvezza, di emancipazione, di riconciliazione (Rm 5, 6-8).
Il sangue del Diletto è la causa della nostra salvezza; atto di incondizionata obbedienza a Dio (Rm 5,19; Fil 2,8) e soprattutto di amorosa e suprema autodonazione per noi (Gal 2,20).
Questo gesto e il suo annuncio al mondo molti lo leggono come scandalo (inciampo) o una stoltezza (1Cor 1,23), perché questa salvezza passa attraverso l’umiliazione e la debolezza del patire. Ma è in quel gesto di amore di Cristo che si radica e consiste la redenzione di chi umilmente lo accetta come valido per sé (Rm 3,23-26).
Tutto ciò ha un senso alla luce della risurrezione di Cristo (1Cor 15,1-9). Essa significa qualcosa per Gesù stesso costituito Figlio di Dio in potenza (Rm 1,4). Essa rivela finalmente la vera statura del Crocifisso.
Per Paolo non è l’incarnazione a dischiudere la segreta natura di Gesù ma la risurrezione.
Paolo non vuole darci un ritratto fisico di Gesù né redigere una cronaca dei fatti, che presuppone; gli preme scendere in profondità nel mistero del caso-Gesù e far emergere il significato del suo singolare destino e il segreto nascosto della sua identità personale.
Non gli interessano le cristologie dal basso o dall’alto. Il Crocifisso-Risorto si pone a metà strada, poiché con le sue sofferenze sperimenta quanto di più umano si possa immaginare e con la sua glorificazione manifesta quanto tale umanità sia intrisa di divino.
L’Apostolo è cosciente di trovarsi alle soglie di un abisso di luce che “sorpassa ogni conoscenza” (Ef 3,19).
L’uomo, dall’albero di Gn 3, non conosce più il Signore, lo conoscerà solo quando sarà innalzato sul legno della croce: “Allora saprete che Io sono” (Gv 8,2).
Livello teologico
Il tema della Croce nel contesto della lettera
1. Le divisioni a Corinto: «Io sono di Paolo»; «io di Apollo»; «io di Cefa»; «io di Cristo».
2. L’esortazione di Paolo: Cristo è forse diviso? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete voi stati battezzati nel nome di Paolo?
3. La croce nella predicazione: Cristo non mi ha mandato a battezzare ma a evangelizzare; non con sapienza di parola, perché la croce di Cristo non sia resa vana.
La croce e la comunità di Corinto
1. Sapienza del mondo e follia della predicazione: Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione.
2. L’esempio della loro esperienza: Non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono.
Chiave situazionale
Siamo consapevoli di essere annunciatori di un messaggio folle?
I quattro che descrivono il suo passaggio sostengono che, morto, si è rialzato dalla morte. È questo indubbiamente il punto di rottura: questa storia che ha molti tratti della luce serena d’Oriente, assume qui una dimensione incomparabile. O ci si separa da quest’uomo su questo punto, e si fa di lui un sapiente come ce ne sono stati migliaia, pronti magari ad accordargli un titolo di principe. Oppure lo si segue, e si è votati al silenzio, perché tutto ciò che si potrebbe dire è allora inudibile e folle. Inudibile perché folle. L’uomo che cammina è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante da inghiottire perfino la morte. Coloro che ne seguono le orme e credono che si possa restare eternamente vivi nella trasparenza di una parola d’amore, senza mai smarrire il respiro, costoro, nella misura in cui sentono quel che dicono, sono forzatamente considerati matti. Quello che sostengono è inaccettabile. La loro parola è folle e tuttavia cosa valgono altre parole, tutte le altre parole pronunciate dalla notte dei secoli? Cos’è parlare? Cos’è amare? Come credere e come non credere?
Forse non abbiamo mai avuto altra scelta che tra una parola folle e una parola vana.
Cristian Bobin – L’uomo che cammina
Che cosa significa oggi per una comunità cristiana accettare la follia della Croce?
- Dio è al di là delle fazioni, ma se deve prendere posto sta sempre dalla stessa parte.
- Contare nel mondo o credere davvero che a Dio piacque salvare il mondo con la pazzia della predicazione?
- Le divisioni come tradimento della Croce di Cristo.
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Chiave esistenziale
Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato infine a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti. Se in questi tempi l’amarezza e l’astio non ci hanno corroso il cuore; se dunque vediamo con occhi nuovi le grandi e piccole cose, la felicità e l’infelicità, la forza e la debolezza; e se la nostra capacità di vedere la grandezza, l’umanità, il diritto e la misericordia è diventata più chiara,più libera, più incorruttibile; se, anzi, la sofferenza personale è diventata una buona chiave, un principio fecondo nel rendere il mondo accessibile attraverso la contemplazione e l’azione: tutto questo è una fortuna personale.
Bonhoeffer
Passare dal buon senso alla follia
Nel Capitolo generale dei missionari clarettiani del 2003 è stato invitato l’abate Olivera che ci ha parlato di Gesù, e della sequela appassionata, totalizzante, innegoziabile. Non ci ha parlato di voti, né di immagini da offrire, né di comunità. Ci ha suggerito “l’essere integri”, tutti d’un pezzo, consolidati nella fede: “Sarebbe triste essere inviati e non conoscere il volto di colui che ci invia”; forse, ha sospettato, missionari senza centro, frammentati, costruiti con avanzi, alimentano la spazzatura del mondo. La terapia è gratuita ed ognuno deve aspettare il suo momento opportuno fino a che la morte e risurrezione di Gesù lo colga nel più profondo dell’essere.
“Passate - ci ha detto sul finire - dal buon senso alla follia”. I 76 capitolari - come anche la maggioranza dei monaci - siedono nell’aula grazie al loro “buon senso”. Alcuni forse hanno fatto pazzie, ma oggi sono seduti e danno fiducia. Il buon senso chiede che tutto sia previsto o prevedibile. Allontana i soprassalti, chiede prudenza, tempo. I saggi hanno in mente il punto finale e il progetto. Dare spazio alla follia è lasciare che il sistema si rompa, vada in tilt; entrare in situazioni di emergenza; fare accomodamenti provvisori.
Anelo Cupini
Leggere Follia:perdersi per la vita del mondo pagg. 18/19 di Sappiamo stare al mondo?
Questi testi ti dicono qualcosa sulla logica della Croce? Ognuno di noi ha esperienze da raccogliere e raccontare; è un invito a comunicare tra noi. |