LINEA DEL TEMPO
- 16 mar 597 a.C.: Nabucodonosor occupa Gerusalemme e deporta la classe dirigente
- giugno-luglio 587 o 586: distruzione del tempio e nuova deportazione a Babilonia
- ottobre 539: Ciro entra in Babilonia.
Dal 550 al 539: Deuteroisaia (Is 40-55)

 

TESTI

“Le identità non rispondono mai alla domanda: «Chi siamo? Da dove veniamo?».
Rispondono piuttosto alla domanda:
«Chi siamo? Dove vogliamo andare?».
Le identità sembrano riguardare il passato,
ma in realtà attingono al passato
e al presente per costruire il futuro”.

(Stuart Hall)

Es 33,18-23
18 Gli disse: “Mostrami la tua Gloria! ”.
19 Rispose: “Farò passare davanti a te tutto
il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò
far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia”.
20 Soggiunse: “Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”.
21 Aggiunse il Signore: “Ecco un luogo vicino
a me. Tu starai sopra la rupe: 22 quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato.
23 Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere”.

Is 45,15.18-19: un Dio nascosto
15 Veramente tu sei un Dio nascosto [che si nasconde], Dio di Israele, salvatore.
18 Poiché così dice il Signore, che ha creato i cieli; egli, il Dio che ha plasmato e fatto la terra e l’ha resa stabile e l’ha creata non come orrida regione, ma l’ha plasmata perché fosse abitata: “Io sono il Signore; non ce n’è altri.
19 Io non ho parlato in segreto, in un luogo d’una terra tenebrosa. Non ho detto alla discendenza di Giacobbe: Cercatemi in un’orrida regione! Io sono il Signore, che parlo con giustizia, che annunzio cose rette.

Is 43,16-20: un nuovo esodo
16 Così dice il Signore che offrì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti 17 che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi insieme; essi giacciono morti: mai più si rialzeranno; si spensero come un lucignolo, sono estinti.
18 Non ricordate più le cose passate, non pensate [ruminate] più alle cose antiche!
19 Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa.
20 Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto.

Dai 4 canti del servo di Javhè
Is 42,1-4
1 Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni.
2 Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce,
3 non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Proclamerà il diritto con fermezza;
4 non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra; e per la sua dottrina saranno in attesa le isole.
Is 49,1-4
1 Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome.
2 Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra.
3 Mi ha detto: “Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria”.
4 Io ho risposto: “Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio”.
Is 50,4-7
4 Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati.
5 Il Signore Dio mi ha aperto [scavato] l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.
6 Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
7 Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso.
Is 52,13-53,12
13 Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato.
14 Come molti si stupirono di lui - tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo
15 così si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito.
Is 53
1 Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
2 È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. 3 Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
4 Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato.
5 Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dá salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
6 Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.
7 Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca.
8 Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
9 Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca.
10 Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
11 Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità.
12 Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori.

L’angelo dagli occhi tristi
(Elie Wiesel, La notte, Firenze 1980, p.66-67)
…il piccolo servitore dell'olandese [un ragazzino un pipel, come lo chiamavamo noi] era adorato da tutti. Aveva il volto di un angelo infelice. (…) Messo alla tortura restò anche lui muto. Allora le S.S. lo condannarono a morte, insieme a due detenuti presso i quali erano state scoperte altre armi.
Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell'appello: tre corvi neri. Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipel, l'angelo dagli occhi tristi.
Le S.S. sembravano più preoccupate. Più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L'ombra della forca lo copriva.
Il Lagerkapo si rifiutò questa volta di servire da boia. Tre S.S. lo sostituirono.
I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi. - Viva la libertà! - gridarono i due adulti.
Il piccolo, lui, taceva. - Dov'è il Buon Dio? Dov'e? - domandò qualcuno dietro di me. A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte. Silenzio assoluto. All'orizzonte il sole tramontava.
Scopritevi! - urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.
- Copritevi! Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora... Più di una mezz'ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.
Dietro di me udii il solito uomo domandare: - Dov'è dunque Dio?
E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: - Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca...

 


3 febbraio 2009
L'IDENTITÀ IN TEMPI DIFFICILI
L'esperienza del resto di Israele di Marco Vincenzi

introduzione: Fil 2,5-11

Premessa: la lettura della Parola che metto a disposizione nasce dalle pratiche di gruppi CNCA, dal percorso di formazione che ho potuto avere, e, in specifico, da uno stimolo del biblista Giuseppe Florio su questa lettura dell’esilio che ho cercato di raccogliere e innestare nel percorso di riflessione del gruppo spiritualità CNCA ( vedi testo "
Decrescere per il futuro").

Esodo 33,18-23
È una parabola straordinaria e lascia intendere, come tutte le parabole, più di quello che le parole dicono: è da tenere come principio di discernimento oggi nell’identità e per il futuro del cristianesimo. Mosè è stanco, provato, e vorrebbe una conferma da Dio: “voglio vederti in faccia”, come tra gli umani, guardarsi negli occhi, faccia a faccia…
Dio è come questi pochi versetti descrivono: è la strada che ha scelto e il Nuovo Testamento la confermerà (Gesù è esattamente in questa linea). Come se l’identità di Dio la scoprissimo sempre dopo, e spesso attraverso l’oscurità: “
di spalle”… il chiaroscuro ci dice qualcosa, non la luce. La luce piena è abbagliante.
Vale anche per la nostra identità di persone e comunità: intravediamo le identità solo nel chiaroscuro; forse l’identità la scopriamo sempre dopo, essa in qualche modo ci precede, è più avanti. Quando ne percepiamo i contorni è già passata oltre. Non siamo ancora quello che la vita ci sta chiamando ad essere (come persone, ma anche come gruppi). In qualsiasi situazione e ad ogni età, incontri ed esperienze ci mettono a disposizione continuamente doni vitali che, accolti, permettono alla vita di essere e continuare. Ma noi, sappiamo stare in questo oggi? “So-stare?”
(CNCA,
Decrescere per il futuro, pag.19ss)?

Ai nostri giorni:
Serve oggi una maggior attenzione al tema delle identità. L’immagine è quella del caleidoscopio con tante diversità – di forme, dimensioni e colori – che nel movimento si spostano, si sovrappongono, si scontrano: ferme non dicono nulla, il caleidoscopio fa vedere immagini sorprendenti quando lo si gira, nel movimento. Stiamo pagando politicamente un’incapacità del pensiero progressista e anche di quello più marcatamente alternativo – politicamente e teologicamente – a lavorare, da prassi pur consolidate, sulla trasformazione di significati attorno al tema delle identità (parola che abbiamo lasciato incautamente e quasi totalmente in mano di parlamentari anti-costituzionali, atei devoti e cardinali che pensano a fare lobby). Ha scritto Stuart Hall, studioso di culture: “le identità non rispondono mai alla domanda: «Chi siamo? Da dove veniamo?». Rispondono piuttosto alla domanda: «Chi siamo? Dove vogliamo andare?». Le identità sembrano riguardare il passato, ma in realtà attingono al passato e al presente per costruire il futuro”. Anche qui torna la questione del guardare avanti, del futuro e forse questo ci aiuta a capire come una società senza futuro riesca a declinare politicamente le identità solo come bagagli-luoghi-tradizioni da difendere ‘contro’ qualcuno che un futuro – per sua fortuna – ce l’ha in mente e lo cerca caparbiamente.
Alcuni punti di riferimento in tema di identità (cfr Decrescere per il futuro, p.31ss):
- nella ricerca d’identità “la relazione viene per prima, precede”
- identità non è quello che ci distingue dall’altro; occorre piuttosto evidenziare l’originalità e la pasta comune dell’umanità di ciascuno e di tutti
- la cultura è un cantiere aperto, l’identità è un processo
- serve costruire non dei recinti ma tanti crocevia vitali (…): ci sono troppe identità reattive, che reiterano il conflitto sclerotizzandolo
- diventa decisivo per l’oggi l’essere capaci di cercare linee fondanti senza generare fondamentalismi. Logica non dell’avere (identità come possesso) ma dell’essere (interiormente e politicamente). Ricordando anche che, spesso, le identità vengono spesso costruite, inventate (tradizioni inesistenti ad arte create e poi alimentate) ed è necessario essere, dunque, attenti per svelare alcuni giochi…
Nell’esperienza di ciascuno di noi, la sensazione di essere vicini a un punto zero: ci sarà un futuro per il cristianesimo? Un milione di islamici in Italia, 80mila buddisti…; poche vocazioni, allontanamento del mondo adulto e giovanile; istituti religiosi e seminari dovunque ormai vuoti, ecc; le identità nazionali e religiose usate per alimentare guerre (Gaza), scontri (razzismo, intolleranza) e divisioni (anche nel dialogo interreligioso, vedi recenti posizioni del papa in premessa a un libro di Marcello Pera)
D’altro canto, assistiamo a un prepotente ritorno di Dio nelle nostre società (gruppi evangelici Usa, da noi ‘teocon’ e ‘teodem'): “…si avverte la gravità del rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà. Questa sensazione, che è diffusa nel popolo italiano, viene formulata espressamente e con forza da parte di molti e importanti uomini di cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano la nostra fede.” (Benedetto XVI al IV Convegno Nazionale della Chiesa italiana, giovedì 19 settembre 2006;). E’ una linea in una certa contraddizione con il taglio dell’intervento iniziale del card. Tettamanzi, che ha ricordato: "È meglio essere cristiani senza dirlo, che dirlo senza esserlo".
I vari ‘teocon’ (e/o ‘teodem’) dicono: ci sono dei valori non negoziabili e in nome di questi noi abbiamo il diritto di avere un peso determinante per le leggi nel parlamento perché dobbiamo salvare un’identità e una civiltà cristiana. Finora i valori non negoziabili sembrano essere quelli dell’etica, intesa (riduttivamente!) come etica familiare, sessuale e collegata alle questioni della bioetica e del confine vita-morte.
Si sta scommettendo l’identità ecclesiale e dei cristiani su questo e penso sia un errore che potrà avere effetti devastanti per il futuro della fede cristiana.

L’ESPERIENZA DELL’ESILIO come paradigma della ri-visitazione di un’identità in tempi di stravolgimenti e difficoltà.

Perché partire dall’esilio? Perché l’esilio è storia di decrescita, che tocca una sorta di ‘punto zero’; credo possa essere illuminante per il nostro tema di oggi, l’identità personale e collettiva in tempi difficili.
L’esilio è stato un momento nella storia ebraica e nella storia della salvezza in cui tutto è realmente crollato. Il popolo che era nato dall’esperienza dell’esodo, dall’uscita dall’Egitto (descritta in forma catechetica…: la promessa, il re, il culto, la terra…) viene sconfitto. Gli Ebrei erano un piccola realtà nel mediterraneo. Avevano tutta una costruzione di uno stato imperniato sull’unità indissolubile di fede e politica: tutto perché la fede fosse sostenuta, l’identità fosse assicurata… l’orgoglio di essere il popolo di Dio. Tutto questo è crollato nel 597 a.C.: l’impero del nord (Babilonia, Nabucodonosor) scende; in quel momento c’è una classe militare con grandi velleità. Geremia tenta di smontare le illusioni ma non ci riesce, prevale la fazione interventista e Nabucodonosor nel 597 viene a Gerusalemme e deporta tutta la classe dirigente a Babilonia. In questo modo dà un segnale chiaro, ma non basta e una decina di anni dopo (587-586) Nabucodonosor ritorna, distrugge il tempio, deporta ancora qualcuno. Tutto è finito, come se Dio avesse ingannato il suo popolo.
È significativo che per una cultura e una religione ci sia un passaggio per un punto zero (oltre questo c’è solo la sparizione, come è avvenuto per diverse culture). Ma quando non scompaiono, che cosa resta? cosa hanno imparato? che cosa ci hanno trasmesso? In tempi in cui dobbiamo ripensare le nostre identità, le nostre impostazioni culturali (perché il mondo è molto cambiato nel frattempo) non credo sia inutile, anzi sia profondamente indicativo far riferimento a quegli eventi storici - che poi hanno avuto una riflessione teologica – in cui tutto è crollato.

Le due interpretazioni dell’esilio
Come sempre, a fronte di eventi stravolgenti, le letture sono numerose e, sull’evento sconvolgente dell’esilio, ci sono state due grandi interpretazioni:
l’interpretazione deuteronomistica. Ha avuto alle sue origini il profeta Geremia e si trova non solo nel libro del Deuteronomio, ma si trovano accenni a questi eventi dell’esilio anche nei libri dell’Esodo, Numeri, Levitico, dei Re…. Come hanno letto l’evento dell’esilio? Come il castigo più normale che poteva capitare; “siamo stati un popolo infedele, dalla nuca dura” (la ‘cervicale’ irrigidita non consente più di girarsi verso il Sinai, segno della conversione). “L’infedeltà del popolo è stata tale da meritarci l’esilio”: è un’interpretazione totalmente moralistica e non tiene conto né della storia, né della geografia, né di niente. L’aspetto più dirompente è stato: “se questo è accaduto è finita anche l’elezione, il popolo eletto… e allora, che futuro abbiamo?”. L’ideologia dell’elezione viene rimessa in questione.
la lettura profetica. Avviene con tempi brevi, dal 550 al 539 a.C., quando arriva Ciro, vede gli Ebrei e li rimanda a casa. Il cosiddetto “deuteroisaia” va dal cap. 40 al cap 55 del libro di Isaia, dove si trova finalmente una lettura profetica dell’esilio. Mentre la lettura deuteronomistica muore su se stessa, c’è una lettura profetica di cui c’è bisogno per continuare a vivere, per darsi un futuro di fronte a eventi sconvolgenti. Tra i temi sollevati dal deuteroisaia in questi 15 capitoli (che in parte continuano nei 10 cap successivi di Isaia, fino al 65) c’è una forte polemica con gli idoli. Gli Ebrei sono a Babilonia, deportati; arriva Ciro, dalla Persia, coglie che l’impero babilonese è sprofondato da solo e Ciro senza guerra conquista Babilonia e tutto era attribuito agli dei. Il profeta reagisce e dice che la storia è in mano di Dio: ma dire così da parte di un popolo che è stato deportato diventa un problema (un popolo di sconfitti, con un Dio sconfitto… non può dire che il suo Dio è il Dio della storia, non avevano le carte in regola per dirlo!). Però emergono anche altri elementi, veramente straordinari e cioè la scoperta di alcune cose geniali che un piccolo gruppo di “poveri cristi” hanno tirato fuori dallo sprofondo in cui si erano trovati: per la prima volta si parla di un Dio nascosto, per la prima volta si parla di un nuovo esodo, per la prima volta si parla di un servo sofferente (i canti del servo di Javhè).
La lettura che comunque viene fatta dell’esilio è comunque una lettura religiosa, non esisteva una lettura laica degli eventi: ce n’è una sola ed è appena accennata in Is 52,4-5a (“deportato per nulla”), dove è stata espressa e mai più sviluppata (non c’era la maturità teologica e neanche il contesto culturale).
I 3 punti scoperti dal resto di Israele, in relazione al tema dell’identità:
− Is 45,15 “veramente tu sei un Dio che si nasconde…”, poi si rende conto di quel che ha detto e l’autore è quasi imbarazzato e dice (v.18-19) che Israele sarà salvato… che Dio ha plasmato i cieli… E se è nascosto, dov’è che è andato a nascondersi? Si collega al brano di Es 33,18-23.
− Is 43,16-20: per la prima volta si parla di un nuovo esodo. Sono lì a Babilonia deportati, a casa tutto è stato distrutto e quelli che sono rimasti sono proprio annientati e succede che nel 539 Ciro vede che Babilonia ormai implode da dentro, viene e la annette senza spargimento di sangue. Ciro usa un’altra politica, rispetto ai precedenti dominatori e manda a casa tutti i deportati. Senza nessun miracolo. In questa situazione di sbigottimento, l’autore biblico dice: stiamo capendo qualcosa di nuovo. Il nuovo viene fuori proprio attraverso un passaggio oscuro, qualche volta di annientamento dove mai nessuno si sarebbe immaginato (“non ricordate più le cose passate, non ruminate più le cose antiche! Ecco…”). Il Dio epico che troviamo nel libro dell’Esodo non c’è più. Dio è nascosto, sembra sia un perdente, non un vincente.
− 3° aspetto che questo resto d’Israele ha scoperto è questo personaggio misterioso del servo di Javhè. Dal cap.42 al cap 53 ci sono 4 canti da approfondire. Questo servo è una persona concreta, una comunità intera? Non si sa. Certo che è un servo e che se deve salvare l’identità di un popolo, affermare la signoria di Dio, è un servo un po’ debole: Is 42,1-4; Is 49,1-4; Is 50,4-7; Is 52,13-53,12 (quarto canto): è la prima volta in tutta la bibbia che qualcuno patisce senza avere meritato il patimento, quasi in contraddizione con la lettura deuteronomistica.

Cosa ha dunque imparato questa minoranza dalla tragedia dell’esilio? con che identità ne esce?
1. che Dio è nascosto
2. che c’è sempre un esodo possibile, ma il Dio dei miracoli non c’è
3. dove si è nascosto Dio? Dio si è nascosto nel dolore umano, nel dolore delle comunità, nel dolore e nella morte degli innocenti (cfr testo di Eli Wiesel,..). Qui veramente c’è un valore non negoziabile. Dove troviamo il volto di Dio? Lo troviamo nel nascondimento in cui lui stesso si è messo del dolore umano, della vittima, dello sfigurato, dell’abbandonato, ecc.. Questo è il mistero che fonda l’identità più profonda del cristianesimo; questo davvero io credo non sia negoziabile.

Ecco che cosa ha scoperto una minoranza ed è ciò di cui non possiamo dimenticarci oggi nei nostri problemi di identità, di salvaguardia del cristianesimo, di quello che trasmettiamo alle nuove generazioni.

“Io credo che… Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare - se non li ospitiamo e nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione -, allora non siamo una generazione vitale.
Certo che non è così semplice […]; ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni costo - e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione -, allora non basterà.
Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portar chiarezza oltre i recinti di filo spinato, e congiungersi con quelle che là fuori ci si deve ora conquistare con altrettanta pena, e in circostanze che diventano quasi altrettanto difficili. E forse allora, sulla base di una comune e onesta ricerca di chiarezza su questi oscuri avvenimenti, la vita sbandata potrà di nuovo fare un cauto passo avanti”.
Etty Hillesum, Lettere, Adelphi, pag. 4

Grazie dell’ascolto.

 
 
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