24 aprile 2009
UN LABORATORIO SULLA PAROLA "ABITARE"
Queste note raccolgono sinteticamente l’itinerario compiuto da oltre venti persone (donne e uomini) che stanno vivendo l’esperienza dell’affido di ragazzi e bambini. Non è una cronaca del lavoro compiuto, che è stato molto stimolante sia in termini personali che di gruppo, ma una serie di materiali messi in circolo tra i partecipanti.
In questo laboratorio, che si è svolto a tappe lungo il 2009, ognuno ha svelato la propria posizione rispetto a quella dell’altro. Il punto di osservazione personale è stato ritenuto un punto privilegiato.
Il filo rosso è stato sviluppato sulla domanda: come ci sentiamo in questo tempo ?
Il lavoro si è svolto ala Casa sul pozzo di Lecco ed è stato accompagnato da Angelo Cupini. Offriamo ai lettori tre blocchi:
Gli interrogativi raccolti all’inizio del lavoro.
I racconti personali.
La sintesi generata da tre gruppi redazionali.
27 marzo 2009
Interrogativi sull’’Abitare
Il mio abitare è mobile o immobile?
Come è cambiato il mio abitare?
Quali elementi trasformano la casa da “rifugio” a “prigione”?
Come il mio abitare è legato o influenzato da coloro che abitano con me?
Dove mi piacerebbe abitare?
Sto bene nel mio abitare?
Con chi desidero abitare?
Ci sto dentro?
Quali le tracce del mio abitare?
Abitare “oltre” la casa…
Condividere la casa: quante fatiche e quanta pazienza!
Abitare la memoria
Abitare le relazioni
Spazio creativo condiviso e scambio di relazioni
Abitare la bellezza del luogo
Quando non abito?
E il mio abitare da solo?
Abitare come senso dell’appartenere
Star bene quando ti senti in sintonia con…
Abitare in una casa “aperta”
Abitare può creare conflitti?
Per poter abitare un luogo e/o una situazione devo saper guardare al mio abitare
I diversi modi di abitare
Quanto esprimiamo di noi stessi nell’abitare?
Quanti e quali sono i significati dell’abitare?
“Venne ad abitare in mezzo a noi”
Difficoltà di relazione con i vicini di casa
Cosa sostiene il desiderio di abitare?
Per la crescita di un bambino quanto è importante abitare e in che senso?
Abitare in salita
Lasciarsi abitare
Dove abiti?
Gli interrogativi non sono stati riorganizzati ma ripresi in elenco nell’ordine in cui sono stati detti.
La parola abitare attraverso il racconto dei partecipanti al laboratorio
Abitare dove? Con chi? Come? di Milena
È tutta la settimana che mi porto dentro questa parola, a casa al lavoro… e le tante domande che ci siamo fatti, ma non sono in animo di approfondirle perciò annoto solo qualche pensiero e sensazione.
Rivedo le diverse case, i luoghi, gli spazi, le persone con le quali li ho vissuti e le relazioni nate e coltivate fino al mio “abitare” di oggi e la strettissima relazione che esiste fra essi .
Si intrecciano, si condizionano e quasi si cercano.
Nella mia storia ogni desiderio di “abitare” ha condizionato la scelta degli spazi e viceversa spazi adeguati hanno sollecitato la disponibilità all’accoglienza e alla condivisione così che il mio “abitare” si è costruito ogni giorno, in ogni luogo o casa e con ogni persona nuova che è venuta a far parte della mia famiglia
Abitare mi fa pensare prima di tutto a movimento, evoluzione, cambiamento quindi
alla complessità dei rapporti, al coinvolgimento fisico ed emotivo, alla fatica e alla gioia, allo sconforto e alla speranza in questo “stare” tumultuoso, mai uguale, sempre in tensione , che mi prende, mi avvolge e spesso mi travolge
Purtroppo pochi sono i momenti in cui riesco a fermarmi solo per assaporarlo, per gustarlo, per sentirne la felicità e lo sento veramente come un regalo che spero sia per i miei cari, tutti, e magari, perché no, questo nostro abitare sia un gesto per costruire un modo nuovo di abitare il mondo per questo... grazie
Abitare, per me, è respirare di Maria Giovanna Bergamaschi
Quando ero bambina vivevo in una casa che sapeva di canfora e di naftalina: mia madre ne faceva un uso abbondante per la conservazione estiva dei vestiti invernali e questo odore perdurava sempre, tutto l’anno, impregnando tutto quanto c’era nella casa, l’intera mobilia, tutti gli oggetti,..persino noi bambini ce lo sentivamo addosso. Era l’odore tipico della mia casa. Ed aveva un sapore non buono: sapeva di malessere e di insicurezza. La casa che aveva quell’odore era un po’ soffocante, un po’ opprimente; non si lasciava abitare, ti conteneva ma non ti accoglieva; avevi sempre un poco l’impressione di essere nel posto sbagliato o che in te ci fosse qualcosa di sbagliato.
Quando entravo in una casa, per sentirla, per coglierne l’atmosfera, l’annusavo. Alcune erano asettiche, altre trasmettevano calore e avevano profumi piacevoli, altre ancora sapevano di qualcosa di sgradevole e sembrava che ti respingessero. Mi piacevano soprattutto quelle che sapevano essenzialmente di casa. E ancora oggi questo odore/sapore non saprei definirlo.
Quando Luca ed io ci siamo sposati siamo andati a vivere a Bresso (MI), vicini alla sua famiglia, in un appartamento al quarto piano. Negli anni in cui abitavamo lì sono nati i nostri tre figli.
Elio, il maggiore, chiamava il nostro appartamento “la casa dei tre divani” e mi piaceva molto che lui dicesse così. In effetti la sala era grande e su due lati avevamo fissato pannelli di legno chiaro su cui erano montati scaffali per i libri; entro questa struttura, in basso, avevamo disposto un divano angolare e, ai suoi fianchi, altri due divani. Ci piaceva molto questa disposizione. Ripensandoci, mi rendo conto che mi piaceva perché dava l’impressione di un abbraccio, ma non un abbraccio di quelli che soffocano: un abbraccio aperto. Tre divani, ma su due lati. Non l’avevamo voluto coscientemente, ma penso che esprimessimo, con quella disposizione, qualcosa di noi stessi, o dei nostri desideri.
In quella casa, si respirava bene.
Ma quando mi capita di passare vicino al palazzo in cui c’è il nostro ex-appartamento, non ne ho alcuna nostalgia. Proprio nessuna traccia di nostalgia.
Credo che sia così perché in qualche modo io quella casa l’ho interiorizzata.
In quegli anni però mi era venuto il desiderio di una casa che fosse tutta intera e raccolta in se stessa, non dispersa. A Bresso stavamo al quarto piano, con la cantina ed il box nei sotterranei e il solaio sei metri sopra di noi. Avrei voluto poter entrare sentendo di essere proprio dentro.
In quegli anni avevamo cominciato a cercare un posto in cui vivere che fosse più vivibile di Bresso: sia per le condizioni ambientali, sia per le dimensioni, sia per i collegamenti. Nella nostra ricerca (limitata al nord della Lombardia) univamo i due obiettivi: il luogo, con le caratteristiche di cui sopra, e l’abitazione, che non fosse in un condominio, ma autonoma.
Così, nel 1998 siamo giunti a Lecco.
Abitiamo in una villetta a schiera, vicina alla stazione, vicina alle scuole e al centro.
Internamente, continua ad essere modificata in risposta alle esigenze che in questi anni sono continuamente mutate, con la crescita dei tre figli naturali e l’inserimento successivo di due figli in affido. Così, è una casa che muta, non è per nulla statica, si adatta ai cambiamenti: e questo dà un senso di provvisorietà, ma non spiacevole.
Certo, ci si sente un po’ di passaggio, ma va bene così: ci accoglie bene nel presente, domani si vedrà. È strano, ma è in qualche modo rassicurante… e si respira benissimo!
Abitare... la vita di Florinda Silvestri
Per me abitare ha a che fare non tanto con spazi fisici ma interiori. Una dimensione quindi interiore di comunicazione, dialogo, apertura con e verso:
- se stessi (elaborazione, consapevolezza, dei fatti della propria vita, crescita continua... accettando tempi e mediazioni - difficili - dei propri percorsi)
- gli altri (reciprocità, sintonia; chiusura, incomprensioni, necessario mantenere sempre aperture per dare voce, costruire)
- le emozioni, sensazioni, percezioni, intuizioni
- il mondo, la natura
- il non conosciuto
- con? ...
Cercando di evitare idealizzazioni e buonismi mi sento abitata da coloro che, per le loro storie di sofferenze e carenze 'non si abitano', non comunicano (non sono consapevoli) con parti di sè e delle loro storie e con gli altri, la loro crescita e realizzazione personale (quindi collettiva) ne è compromessa, tarpata, ritardata, trasmessa.
Il passato è la struttura del presente, il futuro ciò che gli dà forma, movimento, dinamicità.
Concretezza, realismo, responsabilità delle proprie azioni e scelte - senza alibi, paraventi, pretesti - condizioni per costruire risposte, forse soluzioni.
Mamma di Carmen
È quasi l’una di notte, sono tornata da poco a casa: sono stanca, stressata, un po’ preoccupata... tante cose... troppe... problemi vari...
Tutti dormono: che pace!!
Io sto bene in questa casa (a volte meno bene, ma penso che sia normale) ma questi momenti sono qualcosa di esclusivo, qualcosa di mio: finalmente un po’ di spazio solo per me per fare… a volte nulla, a volte una preghiera, o come adesso, una cosa mia senza che nessuno mi chiami, urli, pianga… anche il telefono è muto… sento il rumore dell’orologio (e chi lo sente durante il giorno!), qualche auto che passa e poi silenzio...
Respiro a pieni polmoni, mi sento in pace con me stessa... solo pochi momenti ma questo mio abitare da sola mi fa recuperare energia, mi fa stare meglio...
Tra poche ore si ricomincia.. il mio abitare sarà diverso, pieno di corse, impegni… ma a suo modo “bello” e “ricco”...
Ora è meglio che vada a dormire!
Buonanotte!
Il mio abitare di Pinuccia De Capitani
Nei miei 50 anni ho abitato principalmente in un fazzoletto di verde circondato da monti, colline e lago, attorniato da poche case.
Zona di tranquillità, bellezze naturali, semplicità.
In questa continuità di abitazione nello stesso luogo è cambiato il mio abitare la vita perché da figlia e sorella sono diventata moglie e madre, ed a questi mutamenti hanno contribuito molto alcuni tempi più o meno brevi di abitazione in altri luoghi, che sono stati molto significativi in relazione al comprendere come abitare il mio piccolo mondo e la mia storia.
Un abitare che pur avendo una finestra sul mondo più o meno piccolo e sicuramente poco globale è molto riempito dal cerchio famigliare e dalle loro relazioni; un abitare che però si dilata grazie agli incontri spirituali e formativi che insieme alla preghiera personale e della Chiesa aprono la mia vita ad un Altro mondo.
Abitare qui - oggi (Trasformazioni, limiti e ricchezze)
Il mio abitare è anche un abitare “con” e un abitare “per”. Mi sono ritrovata molto nelle affermazioni dell’Arch. Spreafico quando parlava della trasformazione dell’abitare e mi sono sentita compresa nella definizione di abitare al femminile.
La trasformazione è dovuta al fare spazio fisicamente alle diverse persone che condividono il nostro abitare, ma la trasformazione più faticosa è riconoscere le dilatazioni da fare perché nella nostra abitazione ci si possa stare bene anche con il cuore,con i desideri diversi, con storie segnate da un abitare precario.
L’abitare “insieme con” e “aprire la casa a” dà la ricchezza di conoscere altri modi di abitare: alcune caratteristiche le ritrovi come universali, altre le scopri perché legate ai cambiamenti vertiginosi o alle problematiche nuove.
Riuscire a riconoscere la risorsa di alcune fatiche dell’abitare con cui sempre più il mondo convive, è un dono che viene dall’incontrare luoghi e spazi come questi di riflessione che sono per me la vera globalizzazione.
“La casa è il vostro corpo più grande” Gibran
Abitare = star bene quando ti senti in sintonia con chi ti vive accanto di Giuliana
Devo ammettere che è un sforzo grande quello di riconoscere ed accettare scelte che non condivido e che in qualche modo tradiscono le mie aspettative, ma la voglia di avere un rapporto di rispetto reciproco nel quale si possa dire chiaramente il proprio pensiero senza però escludere le ragioni dell'altro, mi porta , mio malgrado, a dover rivedere le mie posizioni. Questo mi costa molto, ma sento di non poter fare a meno dell'affetto delle persone con cui condivido la mia vita.
Lecco, 3 aprile 2009
La parola “abitare” di Enrichetta Capoferri
Sono nata nel 1937 e prima figlia di un maresciallo dei carabinieri che, come tale, aveva diritto a un appartamento per la sua famiglia nella caserma di cui era responsabile. Così, per i primi 16 anni della mia vita, ho seguito con la mamma e due fratelli i frequenti e numerosi trasferimenti di mio padre. Nel 1939, all’inizio della seconda guerra mondiale, abbiamo persino vissuto per un anno a Kukes, in Albania.
Poi la mamma è tornata in Italia per partorire a Milano, dove abitavano i suoi genitori, mio fratello Angelo, il secondogenito.
Mio padre è stato in Albania e noi siamo stati ospiti dei nonni paterni fino al 1942, data del ritorno in Italia del papà cui era stato affidato il comando della caserma di Dalmine, vicina all’omonimo stabilimento raso al suolo da un terrificante bombardamento che ci ha costretto a sfollare in una zona meno a rischio.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre, la prigionia in Germania di papà e noi di nuovo ospiti dei nonni, questa volta paterni.
Finita la guerra, siamo andati ad abitare, ancora in caserma, in un delizioso paesino sul lago Maggiore, poi in un paesotto della campagna bresciana e infine a Lecco nella Caserma di Corso Martiri, dove, dopo due anni, è arrivato per papà il sospirato congedo e finalmente una “normale” casa in affitto in un condominio.
Se penso a quegli anni, ricordo il dispiacere, provato tante volte, di dover lasciare i compagni di scuola e gli amici, la difficoltà di instaurare nuovi rapporti, la presenza continua e confortante di mia madre ma la mancanza, in molti periodi, di figure parentale tipo zii, cugini e nonni.
Per 16 anni ho così vissuto una specie di vita da nomadi, senza la possibilità di mettere radici.
Abitare era sentirsi protetti solo all’interno del proprio nucleo famigliare e avere, fuori di casa, la spiacevole sensazione di appartenere a una “razza” diversa.
Ricordo come mi feriva una cosa che può sembrare banale: mentre i miei compagni di scuola, che erano cresciuti insieme, si chiamavano per nome o con soprannomi carini, io ero interpellata solo col cognome.
Poi ho capito che la mia esperienza giovanile non è stata inutile perché, anziché rendermi scontrosa o chiusa, mi ha insegnato ad essere più sensibile e attenta ai bambini che, per diverse ragioni, rischiano di essere rifiutati o emarginati.
Il mio abitare: ieri e oggi di Francesca Dell’Oro
Il ricordo del mio primo abitare risale alla prima infanzia, un abitare in una casa semplice, molto semplice: un locale per cucina e, al di là di un lungo e stretto corridoio, luogo di passaggio “obbligato” per tutte le famiglie del piano, un locale adibito a camera. Il servizio in comune.
Un abitare tutto al femminile, nessuna figura maschile all’interno della mia famiglia.
Un abitare già provato dalla perdita di persone molto care (papà, sorellina, zio).
Un abitare caratterizzato dall’essenzialità ma che mia mamma ha avuto la capacità e la forza di trasformare in un abitare leggero, quasi trasparente perché l’ha saputo condividere con chi era obbligato come noi a passare su quel lungo e stretto corridoio.
Condivisione di cibo, condivisione di tempo e condivisione di esperienze diverse di vita.
È così che mia mamma mi ha fatto capire l’importanza di diminuire il mio abitare per dare spazio a quello dell’altro e, sempre grazie a lei, ho capito il significato della parola africana “ubuntu” (Io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti).
Queste sono le origini del mio abitare, abitare come figlia.
Oggi non abito più come figlia ma il mio è un abitare come sposa e madre.
Oggi devo essere io in grado di rendere l’abitare leggero e trasparente non solo per me ma per chi sta accanto a me. Non devo peccare di autosufficienza e nello stesso tempo non devo mettermi al centro del mio abitare, con il rischio di togliere “respiro” all’altro.
Il mio lasciarmi abitare implica l’accettare il diverso modo di abitare dell’altro, anche se costa fatica, ed accorgermi della bellezza che ha in sè ogni abitare.
Lasciarsi abitare di Betta Nava
Dopo aver letto più volte gli interrogativi sull’ “abitare “, ne ho sottolineati cinque (il mio abitare è mobile o immobile?- quali tracce del mio abitare – per poter abitare un luogo e / o una situazione devo saper guardare al mio abitare – cosa sostiene il desiderio di abitare? – lasciarsi abitare- ) e poi ne ho scelto uno in particolare: “ lasciarsi abitare “.
La parola “ abitare “ mi fa venire subito in mente l’abitazione, la mia abitazione, la grandezza dell’abitazione, il creare l’abitazione. Mi è sempre piaciuto pensare all’arredamento,alla creazione di nuove idee per la casa, e vedo in essa il luogo dove si possono vivere e privilegiare le relazioni.
Ma ora, in questo momento preciso della mia vita, è importante guardarmi dentro e scoprire cosa e chi abita in me e quanto spazio io do o non do a tutto e a tutti.
In primo piano vedo abitare in me gli affetti grandi di mio marito, dei figli, dei nipoti, dei fratelli, degli amici, di chi ci ha lasciato, di sacerdoti amici, di tante persone che si intrecciano nel mio cammino come donna e come madre,sorella ecc.
Sento in maniera forte l’amore che Dio ogni giorno mi dona, di quanto riesco dare a Lui, e qualche volta sento il vuoto delle contraddizioni della vita.
Spesso mi lascio abitare dalle emozioni di grandi eventi che mi prendono totalmente, dalle relazioni forti che mi vedono in ascolto o come interlocutrice; dal dolore di alcune persone vicine; dalla paura di alcune sfide educative determinate dalla crescita dei figli; dalla paura della solitudine; dalla determinatezza e dalla volontà dei giovani; dalla freschezza e spontaneità dei piccoli.
Mi lascio abitare anche dalla rabbia, dall’istintività, dallo scoraggiamento.
Non sempre mi lascio abitare da una fede grande.
Integrazioni ottobre 2009
La parola "abitare" non indica solo l'essere all'interno di una casa, ma vuol dire anche appartenere ad un luogo, avere radici; oppure essere anche all'interno di un nucleo: famiglia, amici, ecc. In breve sentirsi al sicuro all'interno di affetti.
Marika e Gabriele
Lo stile è una maniera di abitare il mondo di Marzia
Questa parola è per me tanto carica di significato e mi ha riportato ad una bellissima relazione del mio amico-teologo Franco Giulio Brambilla "..lo stile è una maniera di abitare il mondo. Questo modo di abitare significa che abitiamo nel mondo come in una casa piena di significati e di parole, di segni e di colori, di gesti e di silenzi, che chiedono di essere ricreati, per così dire abitati di nuovo, in maniera nuova.
In questa trasformazione del mondo risuona per noi e per gli altri un appello ad una risposta nuova, unica, singolare, che può suscitare con emozione una esperienza del senso, un nuovo incontro con l'altro, un nuovo modo di accostarci a Dio.
..."Abitare" il mondo ha un senso passivo e attivo insieme: io "abito nella casa" come il mondo in cui cresco e "abito la casa" come un mondo che faccio
crescere: nell'incontro con l'altro da me, nella generazione dei figli e nell'addomesticamento della vita".
Cosa ci sia dentro per me la parola ABITARE; direi innanzitutto quotidianità, perchè penso al significato dell'abitare dentro e fuori casa, alle relazioni, alla gestione del tempo, agli impegni e alla corse di tutti i giorni...di conseguenza direi STILE, e cioè il modo di abitare la casa, il lavoro, la scuola, la comunità, le amicizie tutti quegli spazi quotidiani.
Aggiungo infine anche la parola scelta-discernimento perchè dentro l'abitare nascono le scelte quotidiane, il nostro modo di abitare, il nostro stile di vivere, (La fatica e a volte la paura di prendere la decisione giusta!) Non aggiungo altro anche perchè non so se realmente era così che dovevo agganciarmi.
Avremo modo venerdì di capire meglio e di conoscerci!
Grazie e a presto
Abitare di Cristina Pizzi
La parola abitare risveglia in me una lunga serie di ricordi di luoghi in cui ho abitato e quando dico “abitato” non intendo solo fisicamente, ma anche con la mente e col cuore
Abitare non è solo avere una casa, ma viverla e vivere la realtà che c’è intorno alla casa, in cui la casa si inserisce, significa relazioni umane prima di tutto, ma anche con l’ambiente e la cultura, quindi per me abitare non è solo vivere in una casa, ma anche in una città, in un paese, cercando di conoscerlo e amarlo.
Abitare è dimorare, fermarsi, ascoltare, condividere, è un processo che richiede pazienza, tempo, apertura e disponibilità, perché non si abita veramente un luogo se non ci si lascia abitare dalle persone che ci sono intorno.
Mi piace molto pensare anche che abitare non è una cosa fissa, siamo pellegrini che abitiamo laddove piantiamo la tenda del nostro cuore.
Abitare: “non si può essere nel mondo senza abitare” di Valsecchi Erica e Barcelli Moreno
Ricordo questa frase nei miei studi universitari…non ricordo l’autore ma queste parole hanno contribuito fortemente nella nostra vita di coppia nella scelta dell’affido.
Abitare per noi non è solo possedere una casa dove vivere, ma sentirci parte di un luogo che sentiamo “come nostro”, nel quale costruire un mondo di relazioni possibili.
Relazioni che possono ri-generarsi ogni giorno.
Abitare di Ivana
Secondo me abitare significa vivere in un modo sano, cioè in armonia.
Bisogna vivere in armonia con l'ambiente circostante, sia quello domestico che con l'ambiente esterno.
Abitare ci permette di creare un percorso di vita fatto di equilibrio e di valori (il rispetto, la fiducia, la lealtà, onestà...),
Abitare significa avere una dimora, occupare un luogo, costruire e condividere uno spazio che è la casa, con il contesto sociale i cui si vive, covivenza è rispetto reciproco!!!.
Io vivo da 7 anni e mezzo con i miei nipoti,figli di mia sorella, e da quando loro sono entrati nella vita mia e di quella di mio marito ABITARE VUOL DIRE VIVERE NEL CUORE DI QUALCUNO!!!
OGNI BAMBINO HA DIRITTO AD AVERE UNA FAMIGLIA, AD ESSERE FORMATO E AD AVERE UNA RISPOSTA AD OGNI DOMANDA...!!!
Tanti saluti
Abitare mi fa pensare prima di tutto a movimento, evoluzione, cambiamento quindi alla complessità dei rapporti, al coinvolgimento fisico ed emotivo, alla fatica e alla gioia, allo sconforto e alla speranza in questo “stare” tumultuoso, mai uguale, sempre
in tensione , che mi prende, mi avvolge e spesso mi travolge I l mio lasciarmi abitare implica l’accettare il diverso modo di abitare dell’altro, anche se costa fatica, ed accorgermi della bellezza che ha in sè ogni abitare.
Spesso mi lascio abitare dalle emozioni di grandi eventi che mi prendono totalmente, dalle relazioni forti che mi vedono in ascolto o come interlocutrice; dal dolore di alcune persone vicine; dalla paura di alcune sfide educative determinate dalla crescita dei figli; dalla paura della solitudine; dalla determinatezza e dalla volontà dei giovani; dalla freschezza e spontaneità dei piccoli.
Mi lascio abitare anche dalla rabbia, dall’istintività, dallo scoraggiamento.
Abitare" il mondo ha un senso passivo e attivo insieme: io "abito nella casa" come il mondo in cui cresco e "abito la casa" come un mondo che faccio crescere: nell'incontro con l'altro da me, nella generazione dei figli e nell'addomesticamento della vita .". dentro l'abitare nascono le scelte quotidiane, il nostro modo di abitare, il nostro stile di vivere, (La fatica e a volte la paura di prendere la decisione giusta!
Mi piace molto pensare anche che abitare non è una cosa fissa, siamo pellegrini che
abitiamo laddove piantiamo la tenda del nostro cuore.
Secondo me abitare significa vivere in un modo sano, cioè in armonia.
Bisogna vivere in armonia con l'ambiente circostante, sia quello domestico che con
l'ambiente esterno.
Abitare di Laura Scola
Valmadrera, 10 novembre 2009
Eccomi qui a rileggere le parole ascoltate lo scorso incontro, da padre Angelo e
dagli altri convenuti.
Non avendo partecipato ai primi incontri mi sono trovata un po' “spaesata”, mi sono
riconosciuta in quasi tutti gli interventi ed ho voluto fare la “spettatrice”.
Se riguardo la mia vita come se fosse un film mi accorgo dei miei modi diversi di
abitare, non intesa come vivere, ma come respirare le persone che mi circondano.
Sin da piccola ho imparato che il vero abitare non è vivere con mamma e papà nel
nostro piccolo appartamento, ma bensì allargare la famiglia alla convivenza con una
persona anziana che era il nonno. Ricordo che in casa mia la porta non veniva mai
chiusa, perchè la zia e i cugini avevano diritto di venire a trovare anche loro il papà
e nonno....quindi già era una famiglia “allargata”.
In seguito, gli incontri fatti a scuola mi hanno portato a conoscere delle realtà
diverse, il volontariato con i disabili e la conoscenza con le loro famiglie. Adesso a
distanza mi accorgo che era un “abitare” con loro, vivere la disabilità del figlio o
del congiunto ci dava modo di relazionarci e perciò di abitarci reciprocamente.
In seno a questa esperienza è nato l'inizio della nostra famiglia. Non abbiamo mai
creduto che chiudendoci in noi stessi, io e mio marito, potessimo abitare meglio, al
contrario abbiamo sempre aperto le nostre porte a chicchessia, senza curarci della
razza, del colore o dal ceto sociale.
Valori che abbiamo anche cercato di instillare anche in Gabriele nostro unico
figlio.... certi che i fatti insegnassero più di tante parole, gli abbiamo fatto capire
che aprirsi.....farsi abitare da altri bambini meno fortunati di lui desse valore
aggiunto all'amore che la nostra famiglia prova, ed eccoci qui, ogni giorno è una
nuova sfida, ogni giorno un “abitare” diverso.
Il testo di sintesi
Abitare…leggero e trasparente
Abitare vuol dire vivere nel cuore di qualcuno e nel mondo.
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Questo modo di abitare significa che abitiamo nel mondo come in una casa piena di significati e di parole, di segni e di colori, di gesti e di silenzi, che chiedono di essere ricreati, per così dire abitati di nuovo, in maniera nuova, accettando il diverso modo di abitare dell’altro, anche se costa fatica, ed accorgendoci della bellezza che ha in sè ogni abitare.
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Abitare:
- la novità
- la diversità
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la bellezza
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Un abitare caratterizzato dall’essenzialità, ma che ha la forza di trasformarsi in un abitare leggero, quasi trasparente e di rendere l’abitare leggero e trasparente non solo per noi, ma per chi ci sta accanto; senza metterci al centro, con il rischio di togliere “respiro” all’altro.
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Abitare:
- essenziale
- leggero
-
trasparente
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Abitare fa pensare prima di tutto a movimento, evoluzione, cambiamento, quindi alla complessità dei rapporti, al coinvolgimento fisico ed emotivo, alla fatica e alla gioia, allo sconforto e alla speranza, in questo “stare” tumultuoso, mai uguale, sempre in tensione, che ci prende, ci avvolge e spesso ci travolge. |
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Abitare:
- cambiamento
- coinvolgimento
- tensione
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È bello pensare anche che abitare non è una cosa fissa: siamo pellegrini che abitano laddove piantano la tenda del loro cuore.
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Abitare
da pellegrini
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La trasformazione è dovuta al fare spazio fisicamente alle diverse persone che condividono il nostro abitare, ma la trasformazione più faticosa è riconoscere le dilatazioni da fare perché nella nostra abitazione ci si possa stare bene anche con il cuore, con i desideri diversi, con storie segnate da un abitare precario.
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Abitare
per stare bene |
Riuscire a riconoscere la risorsa di alcune fatiche dell’abitare, con cui sempre più il mondo convive, è un dono che viene dall’incontrare luoghi e spazi di riflessione, che sono la vera globalizzazione. |
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Abitare
nell’incontro
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AD ALTA VOCE
“Ma ora, in questo momento preciso della mia vita, è importante guardarmi dentro e scoprire cosa e chi abita in me e quanto spazio io do o non do a tutto e a tutti.
Sento in maniera forte l’amore che Dio ogni giorno mi dona, di quanto riesco dare a Lui, e qualche volta sento il vuoto delle contraddizioni della vita.
Spesso mi lascio abitare dalle emozioni di grandi eventi che mi prendono totalmente, dalle relazioni forti che mi vedono in ascolto o come interlocutore; dal dolore di alcune persone vicine; dalla paura di alcune sfide educative; dalla paura della solitudine; dalla determinazione e dalla volontà dei giovani; dalla freschezza e spontaneità dei piccoli.
Mi lascio abitare anche dalla rabbia, dall’istintività, dallo scoraggiamento.
Non sempre mi lascio abitare da una fede grande.”
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Le emozioni
dell'abitare risuonano in me
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Non si può credere che chiudendoci in noi stessi possiamo abitare meglio; al contrario dobbiamo aprire le porte senza curarci della razza, del colore, del ceto sociale.
Tutto questo è come un abbraccio per sentirsi sicuri all’interno di affetti. |
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Abitare è
aprirsi...
... in un abbraccio |
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