18 gennaio 2011
BABILONIA: LA FECONDITÀ DELL'ESILIO (Ger 29, 1-9)
di Marco Vincenzi
accompagna Angelo Cupini
1 Il contesto
Il brano che abbiamo letto fa parte del libro del profeta Geremia, un profeta vissuto nel cuore di grandi sconvolgimenti sociali, politici e religiosi.
1.1 Il contesto politico
Il profeta nasce quando ormai la stella dell’impero assiro è nella sua fase discendente e sta per sorgere quella dell’impero babilonese.
Israele sta vivendo un tempo di relativa pace e benessere. Il governo oculato e saggio del re Giosia ha fatto crescere nel popolo la speranza di un nuovo futuro. Approfittando della debolezza dell’impero assiro che aveva occupato nel 722 la Samaria, conquista gran parte del regno di Davide e ricompone l’unità del regno.
Giosia fa però una scelta sbagliata. Nel tentativo di bloccare gli Egiziani che stanno correndo in aiuto all’Assiria che sta cedendo sotto i colpi del regno Babilonese, viene sconfitto a Meghiddo e muore. Prontamente sostituito dal figlio cade però sotto la signoria dell’Egitto che vi impone un suo re.
Comincia un periodo di grande difficoltà, tra alleanze sbagliate e spinte nazionalistiche, che finiranno con la prima deportazione a Babilonia nel 597 e la deportazione definitiva del 587.
Geremia esercita il suo ministero lungo questi difficili quaranta anni.
1.2 Il contesto sociale
Come è facilmente prevedibile un contesto politico così turbolento trascina con sé anche della grosse difficoltà sociali.
I governanti, sostenuti da uno stuolo di profeti che vendono sicurezze a buon mercato, vanno ripetendo con ostinazione: «Va tutto bene, non ci sono problemi. Tutto è sotto controllo. State tranquilli».
E quelli che come Geremia vedono invece il pericolo incombente vengono scambiati per collaborazionismo con il nemico e perseguitati, messi in prigione, uccisi. Geremia stesso, ed il suo segretario Baruch, vivono per un lungo periodo in clandestinità; viene messo in prigione e accusato di tradimento; rischia la pelle… Veramente il mestiere di profeta, il cercare di aiutare la gente ad aprire gli occhi, è pericoloso.
1.3 Il contesto religioso
Ma la crisi ha una sua radice molto più profonda. È una crisi religiosa, una crisi di fede.
Il popolo vive una «euforia nazionalistica», ed è continuamente in cerca di alleanze politiche, strategiche, per riportare a splendore i fasti del regno davidico. In una parola è legato ad una concezione della promessa di Dio di stampo politico.
Ad essi Geremia risponde dicendo che a nulla vale confidare nelle potenze delle armi ed affidare il proprio futuro nelle mani dei potenti di turno. Il futuro del popolo è solo opera da Dio, e da lui occorre attenderlo e cercarlo.
Ma vive anche immerso in false certezze, in una sorta di menzogna esistenziale.
I falsi profeti incoraggiano una religiosità di facciata, non sanno andare alla radice del degrado morale, e cercano di tranquillizzare la gente facendola convinta che tanto ad essi non capiterà nulla. Israele è il popolo eletto, il depositario delle promesse, ha al suo centro il tempio… Come può Dio dimenticare tutto ciò? Devono perciò stare tranquilli, perché Dio li proteggerà.
Geremia cerca di lottare contro questa deformazione religiosa. La religione non può essere l’oppio del popolo. Il tempio, la promessa, l’alleanza è vuota se a tutto questo non corrisponde una vita vissuta in conformità con la parola e la promessa di Dio.
Arriva persino ad annunciare che il Tempio verrà distrutto, suscitando l’indignazione e la ribellione dei capi, in primo luogo, e di parte del popolo.
La verità fa male, e la gente non ama sentirsela dire.
2 Il pretesto
Il testo che abbiamo letto è una lettera che il profeta ha indirizzato agli israeliti che sono stati deportati a Babilonia nella prima grande deportazione. Nabucodonosor ha decapitato il popolo e condotto in esilio il re, la corte, i capi, i sacerdoti, le teste pensanti ed i tecnici che potevano con le loro conoscenze offrire strumenti per la difesa.
Tra questi deportati vi sono anche alcuni profeti, che vanno dicendo che l’esilio sarebbe stato breve, una semplice parentesi, ma nulla di grave. Sarebbero infatti presto tornati a casa e tutto sarebbe presto stato dimenticato.
In questo contesto possiamo allora comprendere le domande che il popolo si fa: come vivere questo tempo d’esilio? Ma anche le tentazioni a cui si sente sottoposto.
Vivere l’esilio come una parentesi
È la prima tentazione. Sentire che l’esilio è una parentesi, dolorosa, ma breve. Il ritorno in patria sarebbe stato veloce.
È la tentazione di chi guarda al futuro guardando al passato, guardando all’indietro.
Un atteggiamento di difesa
Gli esuli si rendono conto di trovarsi in una terra straniera, che non è la loro, che ha abitudini, cultura, religione diversa dalla loro… Sono perciò tentati di mettersi in un atteggiamento di difesa, di chiudersi a riccio, di fare un ghetto, per trovare sicurezza, di essere tra persone conosciute. È la tentazione di vivere come in un’isola, estranea al mondo che li circonda.
È la tentazione di chi pensa che il futuro non possa essere altro che la riedizione del presente.
L'omologazione
Non mancano, anche, coloro che pensano che l’unica soluzione sia quella di integrarsi nel nuovo mondo, assumendo gli usi e i costumi della realtà in cui sono venuti a trovarsi.
Se il loro mondo è stato sconfitto significa che era debole, e che occorre integrarsi nella cultura vincente.
È la tentazione di pensare che il futuro si costruisca dimenticandosi del passato per tuffarsi indiscriminatamente nel nuovo.
Il risentimento
C’è infine un’ultima tentazione a cui il popolo si sente esposto: quella di farsi prendere dall’amarezza, dalla voglia di rivalsa, di vendetta. Quella di non aspettare, e desiderare, altro che vengano ripagati con la stessa moneta coloro che li hanno deportati e messo fine alle loro attese.
È la tentazione di vive nel risentimento, pieni di acredine, Un sentimento che invade il cuore e le relazioni.
Anche in questo contesto Geremia si dimostra uno che va controcorrente, invitando i suoi concittadini ad abitare l’esilio, perché il futuro sarà qualcosa di nuovo che nascerà dall’incontro tra il patrimonio della promessa e dell’alleanza ed il mondo sconosciuto che si trovano ad affrontare.
Il futuro sarà qualcosa di radicalmente nuovo, ma alla maniera di una sintesi, di una nuova esperienza di Dio. Nel cuore dell’esilio Dio sta preparando un nuovo popolo. È un tempo di fecondità.
3 Il testo
Come possiamo vedere il testo è molto semplice e chiaro. Ha lo stile della lettera, il che significa che questi deportati potevano avere dei contatti costanti con quanti erano rimasti in patri.
Sono interessanti le raccomandazioni che Geremia fa loro, in polemica con i venditori di false sicurezze.
3.1 “Costruite case ed abitatele”: attrezzarsi per vivere i tempi lunghi
A quanti pensavano ed andavano dicendo che l’esilio sarebbe stato una parentesi breve, Geremia risponde: l’esilio durerà a lungo. Occorre perciò attrezzarsi sul lungo termine.
Non si costruisce infatti una casa se non si pensa di stabilirsi in un luogo e di rimanervi.
Ecco la prima riposta che egli invia alle questioni che dibattevano tra di loro. Occorre vivere là ove ci si trova, perché non abbiamo altro luogo nel quale crescere e maturare.
3.2 “Piantate orti e mangiatene i frutti”: anche la terra d’esilio ha dei frutti nutrienti
Anche questa immagine richiama la necessità dei tempi lunghi. Fare orti, dissodare la terra, piantare alberi ed attendere che crescano e facciano frutti, richiede la pazienza del contadino, che sa faticare ed attendere.
Una attesa, però, che viene premiata dai frutti. Anche la terra d’esilio, se la si dissoda, se si impara a seminare e potare, è capace di produrre frutti capaci di sfamare. Anzi può produrre frutti dai gusti sconosciuti, nuovi, ma non per questo meno gradevoli di quelli lasciati in patria.
È la sua risposta a quanti pensavano solo a lagnarsi, a rimpiangere il passato, a vivere di nostalgie.
3.3 “Prendete moglie e fate figli”: la fine di un mondo non è la fine del mondo
Per molti la deportazione segnava la fine di tutte le loro speranze. Era come la «fine del mondo». Ma non si rendevano conto che era soltanto la fine del «loro mondo».
Ad essi Geremia manda a dire che a fine del loro mondo, della loro concezione di Dio e della religione, delle sue promesse, non era «la fine del mondo». Era solo crollato il mondo che aveva abitato il loro immaginario. La storia continuava, ed occorreva apprendere ad abitare il nuovo che stava avanzando.
Non è in fondo questo il senso del fare figli e figlie? Non è un credere che il mondo va oltre noi ed il nostro tempo?
Invitava quindi gli esuli a lavorare per costruire il futuro, e non per attardarsi nel presente, anche se essi non sarebbero entrati in quel futuro per il quale faticavano.
Era questa la sua risposta a quanti pensavano che il futuro non avrebbe potuto essere niente altro che la ripetizione del passato.
3.4 “Scegliete mogli per i vostri figli”: la novità fiorisce dalla contaminazione
È l’invito a non aver paura di mischiarsi con la popolazione in mezzo alla quale si sono trovati a vivere, a non aver paura di lasciarsi contaminare dai loro usi, costumi, cultura… Anche tra i nemici c’era molto da imparare.
Cercare mogli per i propri figli, e mariti per la proprie figlie, significa accettare di accogliere in casa persone di un’altra razza, di un’altra cultura, aprirsi quindi a nuove dimensioni, facendo così fiorire una nuova conoscenza dell’uomo e di Dio.
Era la sua riposta a quanti volevano chiudersi in un ghetto per salvare le proprie tradizioni e la propria cultura, chiudendosi ad ogni nuova prospettiva.
3.5 “Cercate il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare: vivere da cittadini in terra straniera
Geremia coglie il rischio per i deportati di stare alla finestra, di sentirsi ospiti, disimpegnati. Pensare che hanno a che fare con un paese oppressore, e che quindi non bisogna collaborare con il nemico.
A questi suggerisce a sentirsi parte di quel popolo, a non pensare di coltivare il proprio piccolo interesse, in una parola a cercare di «salvarsi da soli», lasciando che il mondo vada in rovina.
Il benessere di uno dipende dal benessere degli altri. E cercare il benessere di tutti non è solo un fatto di buon cuore, ma di intelligenza e preveggenza.
E lavorando assieme avrebbero anche potuto scoprire che le cose che li accomunavano erano molte di più di quelle che li dividevano.
Era questa la risposta del profeta a quanti erano tentati d fare spazio al risentimento, alla voglia di vendetta, al desiderio del «tanto peggio tanto meglio”. La caduta degli altri sarebbe stata anche la loro caduta.
3.6 “Pregate il Signore per esso, perché dal suo benessere dipende anche il vostro benessere”: il servizio dell’intercessione
L’ultima raccomandazione è quella che più sconcerta. Un ebreo che invita a pregare per dei pagani e per degli oppressori.
Ma ormai i destini dei vincitori e dei vinti erano incrociati. Non ci sarebbe stato benessere per gli uni senza il benessere degli altri. Nella vita si avanza o si cade insieme.
Il popolo di Dio non si salva, lasciando perdere il mondo nel quale è immerso, ma solo facendosi carico della carovana umana con la quale condivide il cammino nella storia.
Era questa la risposta del profeta a quanti pensavano che Dio era il Dio degli ebrei, che attendevano la vendetta contro il nemico e l’oppressore. Il Dio che li aveva scelti li aveva chiamati per una missione a favore di tutti. La scelta era una missione, non un privilegio.
4 Abitare a Babilonia
4.1 L’esilio: una esperienza umana
Prima o poi nella vita siamo tutti chiamati a «vivere a Babilonia».
Sarà a causa di qualche fatto personale che ci sbalza in maniera violenta fuori da percorsi che abbiamo costruito a lungo e con fatica. Oppure per fatti legati alla storia nella quale siamo immersi. Ma prima o poi ci troviamo tutti in terra d’esilio, ove sembrano smarriti i punti di riferimento che con fatica ci siamo costruiti, i criteri di lettura ai quali ci siamo appoggiati, la cultura che ha tessuto il nostro esistere…
Non è vero che talvolta ci sembra di vivere come in terra d’esilio, in un mondo che ci è diventato improvvisamente estraneo? Ed allora grande è la voglia di fuggire, di fermare la storia, di aggrapparci a quanto ci sta sfuggendo.
Geremia ci invita, invece, a non aver paura di «abitare a Babilonia», di non farci prendere dalla fretta di capire tutto e subito, di incasellare tutto dentro i nostri schemi. Ma di darci il tempo per lasciare che emerga una nuova concezione della realtà. Ed allora anche babilonia si rivelerà una città ricca di volti ed abitata da presenze amiche.
Qual è la Babilonia nella quale viviamo?
Cosa sentiamo nascere in noi in questi momenti d’esilio?
Come reagiamo?
4.3 La fecondità dell’esilio
Mentre tutti vedono nell’esilio l’inizio della fine, Geremia vi intravvede la possibilità di un «nuovo inizio».
L’incontro con culture nuove, con nuove domande, apre ad una più profonda conoscenza di Dio, a scoprire tracce inedite del suo volto.
Mentre tutti vedono nell’esilio una tomba, Geremia vi vede la culla di un popolo nuovo, raffinato dalla sofferenza, che impara a fidarsi di Dio e costruire con lui una relazione nuova.
4.3 L’esilio: le doglie del parto
La violenza degli avvenimenti, se vissuti nella mani di Dio, diventano così le doglie di un parto.
Geremia era stato sconcertato dalla morte violenta del re Giosia, uno dei migliori dei re che Israele avesse avuto, colui che aveva cercato di ripristinare la fedeltà alla Legge… E non riusciva a comprendere perché Dio non gli avesse dato lunga vita e vittoria sui nemici.
La sconfitta era il segno di un castigo di Dio?
Geremia intuisce, invece, che la sofferenza non è un castigo, che chi soffre non lo è sempre a causa dei suoi errori… Ma che spesso da una grande sofferenza nascono anche cose grandi, e che spesso coloro che sanno soffrire per quello che credono sono anche coloro che fanno avanzare la storia con maggiore alacrità.
All’apparenza a fare la storia sono i vincitori, in realtà è fatta da coloro che sanno pagare di persona. Anche la sofferenza ha una sua fecondità, che nasce dall’amore.
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