18 gennaio 2011
NINIVE: QUANDO LA CITTÀ CONVERTE IL PROFETA (Jo 4,1-11)
di Marco Vincenzi

accompagna Angelo Cupini

(1) Ma Giona ne provò grande dispiacere e ne fu indispettito. (2) Pregò il Signore: «Signore, non era forse questo che dicevo quand'ero nel mio paese? Per ciò mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e clemente, longanime, di grande amore e che ti lasci impietosire riguardo al male minacciato. (3) Or dunque, Signore, toglimi la vita, perché meglio è per me morire che vivere!». (4) Ma il Signore gli rispose: «Ti sembra giusto essere sdegnato così?».
(5) Giona allora uscì dalla città e sostò a oriente di essa. Si fece lì un riparo di frasche e vi si mise all'ombra in attesa di vedere ciò che sarebbe avvenuto nella città. (6) Allora il Signore Dio fece crescere una pianta di ricino al di sopra di Giona per fare ombra sulla sua testa e liberarlo dal suo male. Giona provò una grande gioia per quel ricino.
(7) Ma il giorno dopo, allo spuntar dell'alba, Dio mandò un verme a rodere il ricino e questo si seccò. (8) Quando il sole si fu alzato, Dio fece soffiare un vento d'oriente, afoso. Il sole colpì la testa di Giona, che si sentì venir meno e chiese di morire, dicendo: «Meglio per me morire che vivere».
(9) Dio disse a Giona: «Ti sembra giusto essere così sdegnato per una pianta di ricino?». Egli rispose: «Sì, è giusto; ne sono sdegnato al punto da invocare la morte!». (10) Ma il Signore gli rispose: «Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita: (11) e io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?» (Giona 4, 1-11).

(1) Il libro di Giona: storia o invenzione?
Prima di entrare bel tema della città, che è il cuore della nostra ricerca, occorre cercare di dare una risposta ad una domanda fondamentale: che razza di libro è quello di Giona?
Se lo leggiamo per intero, e del resto non è molto lungo, possiamo notare che gli aspetti fantasiosi sono sparsi largamente lungo tutto il testo: la fuga del profeta, il sonno nella stiva della nave mentre infuria la tempesta, il suo venir gettato in mare e la storia del pesce, l’essere sputato sulla riva di Ninive, l’avventura del ricino…
Tutto concorre a dirci che si tratta di un racconto fantasioso, di una «parabola».
All’apparenza un testo fantasioso, ma non per questo meno impegnativo. Il libro, infatti, si chiude con una domanda, alla quale Giona non risponde, lasciando la risposta a ciascuno di noi: «E tu, che posizione hai di fronte a questa questione? Che riposta dai?».

(2) Ninive, la città dell’oppressione: il contesto storico
Il libro è ambientato a Ninive, la capitale dell’Assiria, che sappiamo soppiantata e distrutta da Nabuconosor.
Ninive rappresentava per il popolo ebraico l’emblema della città nemica e di un potere oppressore, espansionista.
Il regno del Nord, con capitale Samaria, tentò di resistere a lungo alla sua prepotenza, ma ne uscì sconfitto più volte, sottomettendosi al pagamento di un consistente tributo.
Finché, stanco delle sue ribellioni, il re Sargon II nel 722 deportò il re Osea e tutta la popolazione.
Il nostro testo la descrive come una «grande città» (1,2; 3,2; 4,11), «larga tre giorni di cammino» (3,2), abitata da «centoventimila persone che non sanno distinguere la destra dalla sinistra» (4,11).
Una città quindi popolosa, ricca e potente, ma culturalmente e umanamente povera. Il potere e la ricchezza accecano, disumanizzano.
È perciò significativo che Giona venga mandato ad una città tradizionalmente nemica. È l’unico caso di un profeta inviato in mezzo a un popolo pagano. Troviamo spesso profezie sui popoli pagani, ma mai uno è stato inviato presso di loro, eccetto Giona.

(3) Giona: le perplessità di un popolo credente. Il pretesto
Tenendo presente il contesto storico possiamo comprendere ed intuire le domande che attraversano il popolo dei credenti, e che traspaiono dal racconto.
Un Dio d’Israele o un Dio di tutti?

È la prima domanda che passa per il cuore dei credenti: Dio, il nostro Dio, è il Dio del nostro popolo, del popolo che si è scelto e con cui ha fatto alleanza, oppure è anche il Dio di tutti gli altri popoli? Anche di quelli che non condividono la nostra religione e ci sono nemici?
Una domanda che ne sottende una più profonda: chi è nostro nemico, è anche nemico di Dio?
Un Dio misericordioso o un Dio giusto?

La seconda domanda va ancora più in profondità e taglia la carne viva del popolo. Può Dio aver misericordia di una città che ha fatto tanto male e ha procurato tanta sofferenza al nostro popolo?
Se Dio è giusto deve fare pagare a lei almeno quello che lei ha fatto pagare a noi. Misericordia e giustizia non possono andare d’accordo.
Nessun futuro per una città così malvagia

Tra le righe possiamo rilevare infine una terza questione: per una città così, per una città così malvagia, non è possibile nessun futuro, è incorreggibile. È irrimediabilmente in balia del male.
Sono obiezioni così radicate nel cuore del popolo che lo conducono a contestare Dio, a discutere con Lui, a rinfacciarGli la sua incoerenza.

(4) Il cammino di conversione del profeta
Un nome, un programma

Il testo ci dice, anzitutto, il nome di questo profeta: «Giona, figlio di Amittai».
Ora «Giona» significa «colomba», ed «Amittai» contiene le sillabe della parola «verità», per cui dovremmo tradurre: «Colomba, figlio di Verità».
Un nome certamente ironico, visto che si tratta di un uomo che non ha affatto i tratti della colomba e della verità. Non ha infatti altro desiderio che godersi lo spettacolo della distruzione della città. E poi, mentre tutti obbediscono a Dio (il vento, il mare, i marinai, il pesce, gli abitanti di Ninive, il ricino, il verme…), l’unico che non obbedisce a Dio è proprio il profeta.
Dalla fuga alla missione

Di fronte alla parola che lo chiama Giona è un uomo in fuga. Non vuole assumersi la responsabilità della chiamata, non intende di aver nulla da spartire con la città nemica.
Ed allora, fugge, si nasconde.
Dapprima prende la nave che va nella direzione opposta a quella indicata; scende poi nell’angolo più nascosto della stiva e sprofonda in un sonno così pesante che non si accorge neppure della tempesta che imperversa attorno a lui.
Si fa infine gettare in mare, dove viene ingoiato da un enorme pesce, che lo trascina fino in fondo agli abissi del mare.
La sua è una fuga che lo trascina sempre più giù, sempre più in basso, fino a toccare il fondo dell’abisso.
È lo smarrimento dell’uomo in fuga davanti a Dio, ma anche lo smarrimento di un popolo che non riesce più a comprendere il senso della sua vita, della sua missione, del suo stare al mondo.
Ed ecco, che nel momento del buio più profondo, sepolto nel ventre del pesce, Giona fa quello che non aveva fatto fino ad allora: prega, invoca Dio, chiede luce. E comincia il lento cammino di risalita, finché il pesce lo sputa sulla riva di Ninive, dove finalmente può cominciare la sua missione.
Dalla missione al sapere su Dio

Giona comincia a percorrere la città e ad annunziare: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta».
Il suo messaggio ha tutto il sapore dell’ultimatum: ormai Ninive ha i giorni contati e sta per abbattersi su di lei il castigo divino.
Giona, infatti, va a sedersi sulla cima della collina che sovrasta Ninive e si predispone a godersi lo spettacolo della città che va in fumo.
Ma il suo messaggio ha anche un risvolto positivo: «Ancora quaranta giorni…». Dio è colui che dà tempo all’uomo perché possa cambiare vita. C’è ancora una possibilità, il futuro è aperto. Non a caso la parola che Giona usa ha un duplice significato: significa sia «distruzione» che «conversione».
È la stessa parola usata per Sodoma e Gomorra. Ma mentre Abramo si mette in un atteggiamento di intercessione per la città, Giona attende la sua distruzione. Il popolo ebraico è sì figlio di Abramo secondo la carne, ma non secondo la sua fede, il suo stile di vita…
Ecco: Giona è inviato ad annunciare che Dio offre tempo per la conversione, ma non ci crede. Ha già deciso in cuor suo che quella città, così crudele, non ha altro futuro che la distruzione.
Dal sapere su Dio alla compassione

Giona è un uomo (non dobbiamo dimenticare che è l’icona del popolo dell’Alleanza) che ha un sapere esatto su Dio.
Quando di fronte al suo sdegno per la piante di ricino, sotto la quale si è riparato, si è seccata, egli risponde piccato a Dio che lo interroga in una maniera perfetta, come uno scolaretto che ha imparato la lezione a memoria:
«Signore, non era questo che ti dicevo quand’ero nel mio paese? Per questo motivo mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore e che ti ravvedi riguardo al male minacciato» (4,2).
Egli ha una conoscenza teologica perfetta, ma non gli basta.
Dio gli pone una domanda che vuole condurlo più in profondità: «Tu hai pietà per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica, e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita. E io non dovevo aver pietà  di Ninive, la grande città, nella quale ci sono più di centoventimila persone che non sanno distinguere la destra dalla sinistra, e una grande quantità di animali?» (4, 10-11).
Dio lo ha inviato in missione perché imparasse l’unica cosa che contava: perché imparasse la misericordia, la compassione, ad aver pietà, a fare della causa dell’uomo, anche del nemico, la sua unica causa.
La missione che gli era affidata era il luogo nel quale Dio voleva educare e formare il suo profeta, per farlo entrare nella sua stessa compassione. Egli voleva farlo passare dal «sapere su Dio» alla «conoscenza di Dio», una conoscenza che è il frutto di una condivisione di vita e una partecipazione alla sua compassione.
E per questo era necessario che ad annunciare la possibilità della conversione fosse una delle vittime della ferocia di Ninive, uno che aveva sperimentato l’oppressione, che era passato attraverso il fuoco del dolore, facendone uscire, come oro puro, il fiume della compassione e del perdono.
Il nostro testo lascia il racconto in sospeso. Giona saprà raccogliere l’invito? Saprà passare da quello che ha scoperto su Dio leggendo i libri, ad una conoscenza di Dio fondata su una comunione di vita?
Saprà il popolo dei credenti dire questa parola su Dio nei confronti dei suoi nemici? Proprio a partire da quello che ha sofferto? Saprà accogliere la missione affidata, o si darà ancora alla fuga?
Il racconto non ha una risposta. La lascia a ciascuno di noi. Perché, in fondo, Giona siamo noi.

(5) Per la nostra vita
Abbiamo fatto un pezzo di strada in compagnia di Giona, il profeta.
Vogliamo ora chiedergli: cosa hai da insegnarci, Giona, per il nostro abitare la città, la nostra città? Che consigli puoi darci?
Raccogliamone alcuni.

5.1 “Abita Ninive”
Anche noi viviamo in una città che ha i tratti di Ninive: una grande città, abitata da più di centoventimila persone, che non sanno distinguere la destra dalla sinistra…
Possiamo chiederci: quali sono i segni di questo smarrimento nella nostra città? Quali i segni di smarrimento, di confusione, di povertà riscontriamo?
Ma soprattutto Giona ci direbbe: «Abita Ninive». Perché può essere facile «abitare a Ninive», ma è molto più difficile «abitare Ninive», con tutte le sue povertà, le sue contraddizioni, le sue incomprensioni.
Si può benissimo abitare in un luogo, ed essere altrove con il cuore…
Quali sono le nostre fughe da Ninive?

5.2 “Credi in Ninive”
Giona non credeva in Ninive. Aveva fatto troppo male, era stata troppo crudele per cambiare. Non l’attendeva se non un futuro di sofferenza e distruzione.
Ed invece Dio insegna a Giona che non c’è situazione così negativa nella quale non possa fiorire la novità, che non possa aprirsi al futuro, che non possa ricominciare.
Ecco, allora, il secondo invito che Giona fa anche a noi: «credi in Ninive». Non stancarti di lavorare perché il futuro abbia inizio. Non stancarti di annunciare la Parola. Non rinchiuderti nella tua visione di città, nel giudizio che ti sei fatto. Non farti prendere dalla delusione, dal pregiudizio.

5.3 “Ama Ninive”
Ma soprattutto ci direbbe: «Ama Ninive». Ama la tua città. Amala così com’è. Solo se la ami potrai scoprire in lei i segni della novità che fiorisce nella maniera la più inaspettata possibile. Anch’io ho imparato a mie spese a scoprire la novità che fioriva nella vita dei marinai, degli abitanti di Ninive, anche se da loro non mi aspettavo nulla.
Senza amore non saprai vedere quello che di nuovo sta nascendo, e non saprai gioire per la vita che sboccia anche nel cuore dei tuoi peggiori nemici.

5.4 “Impara da Ninive”
Infine ci direbbe: «Impara da Ninive». Impara ad abitare la tua città con il cuore dello scolaro, di colui che desidera lasciarsi formare, plasmare, senza mai stancarsi, da tutti, anche da coloro che ti sembrano i più lontani.
Il signore ci affida una missione perché vuole, prima di tutto, formare noi, educare noi, introdurci in una conoscenza sempre nuova del suo amore e della sua vita.

 
 
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