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La questione
La crisi dell’assolutezza della parola nel tempo della modernità
La modernità è stato il tempo dell’ebbrezza della parola. Tutte le ideologie sono state segnate dalla retorica della parola. L’ideologia si consuma nell’ebbrezza della parola, nella pretesa di dire tutto, di risolvere tutto con la potenza di una ragione che si è fatta verbo. Ma la crisi di questo sogno solare, dunque la notte che segue la luce della ragione, porta con sé la crisi stessa della parola.
Siamo in un tempo di crisi della parola, in cui ciò che si affaccia è il silenzio rinunciatario, dal momento che le parole ci hanno tanto ingannato… La crisi del logocentrismo della modernità è la crisi del mezzo attraverso cui la ragione moderna presumeva di cambiare il mondo e la vita. …
Sono due le grandi sfide che vengono a noi da questi scenari descritti:
La sfida di ritrovare i sentieri del silenzio; non il silenzio della rinuncia, della incomunicabilità, della infinita solitudine, ma il silenzio come spazio dell’ascolto, dell’incontro, del dono; dall’altra parte il bisogno di riscoprire la Parola in un tempo stanco di parole.
Ecco allora la domanda: come dire la Parola a una cultura che non ha più certezze forti, legate al Logos, a una cultura tentata dalla rinuncia ad ogni forza del dire, in cui tutto sembra risolversi nella comunicazione volgare e rassicurante della persuasione mediatica? …
Riscoprire il silenzio e la parola nel loro reciproco fecondo rapporto, è un’urgenza assoluta del nostro tempo. Abbiamo bisogno di imparare nuovamente a parlare, ma a parlare nel senso di dire parole che vengano dal silenzio e che dimorino nel silenzio dell’ascolto dell’altro; imparare a tacere non nel senso di chiudersi nella prigionia delle nostre solitudini, ma di lasciarsi raggiungere dalla parola che evoca, che abita, che attira, che trasforma.
Mons. B. Forte, Camaldoli, 2001
Sguardi dalla stiva
Decrescere per poter dire parola
Viviamo un tempo appesantito e opulento, schiacciati da tanti pesi morti e piegati da carichi inutili. È tempo di agire più per togliere che per aggiungere.
Siamo così inebriati di una cultura dell’aggiungere che togliere ci sembra perdita, depressione, rendere carente: ma nessuno direbbe così del lavoro dello scultore. Toglie per cercare la forma, toglie per lasciare bellezza, toglie per rendere parlante ciò che è informe.
Procedendo per via di sottrazione, togliendo il superfluo, levigando, lavorando… insomma decrescendo, si può giungere alla bellezza leggera dell’essenzialità, a una forma più trasparente di presenza, alle verità disarmate delle identità e, anche, a non ingombrare inutilmente di noi la scena umana. Decrescere è imparare dalla morte la via del vivere pieno perché vuoto: distacco dall’autoreferenzialità, dai ruoli, dai poteri, dai possessi, dai titoli per affidare e affidarci radicalmente all’Essenziale. Come persone, come gruppi e associazioni, come comunità e chiese.
Vale non solo per l’economia e lo sviluppo, ma anche nel presunto valore che diamo al fare tante esperienze, al sempre di più che chiediamo nelle relazioni con l’altro o nell’appartenere a un gruppo, nel possesso e accaparramento di emozioni, poteri, cose: ciascuno di noi è ricco in proporzione al numero di cose di cui può fare a meno. (H.D. Thoreau)
M. Vincenzi
Focus
“Io detesto gli accumuli di parole.
In fondo, ce ne vogliono così poche per dir quelle quattro cose
che veramente contano nella vita.”
E. Hillesum
Breviario
Silenzio è ciò che si verifica quando l’uomo, dopo aver parlato, ritorna in se stesso e tace. Oppure quando egli, potendo parlare, rimane zitto...
Parlare significativamente può soltanto colui che può anche tacere, altrimenti sono chiacchiere; tacere significativamente può soltanto colui che può anche parlare, altrimenti è muto.
R. Guardini, “Virtù”, Morcelliana 1972
Dalla Bibbia
Dalla Bibbia
Quanti scelgono di condividere tutto quello che hanno:
Beati! Perché Dio si prende cura di loro.
Gli oppressi:
Beati! Perché terminerà la loro oppressione.
Gli emarginati:
Beati! Perché ritroveranno dignità.
Quelli che vivono per la giustizia:
Beati! Perché questi saranno soddisfatti.
Quelli che sono sempre pronti ad aiutare:
Beati! Perché saranno sempre aiutati da Dio.
Quelli che sono sinceri:
Beati! Saranno sempre in presenza di Dio.
Quanti lavorano per la felicità dell’uomo:
Beati! Il Padre è con loro.
I perseguitati per la loro fedeltà al vangelo:
Beati! Perché Dio si prende cura di loro.
Mt. 5, 1-11
Traduzione pastorale di. A. Maggi
Sui propri passi
Ci sono persone che parlano di tutto. Li potremmo raccontare così.
Il tuttologo si presenta inafferrabile e perfetto nel suo sapere… ma come una statua su un piedistallo rimane rigida e ferma sulle sue posizioni, idee e giudizi!
Il tuttologo usa le parole come un giocoliere e attira la curiosità dei presenti e forse la rabbia degli ignoranti… ma dopo pochi minuti le folle si dileguano e chi lo ascolta rimane con un pugno di sabbia in mano!
Il tuttologo ha in mano la situazione presente, conosce la realtà attraverso le innumerevoli informazioni che possiede…conosce, ma non gusta il sapere degli eventi che si fanno storia attraverso le imperfezioni umane e le miserie sanate dal mistero!
Il tuttologo incanta il suo pubblico con la dialettica, crea un feeling apparente che coinvolge l’abisso emotivo… ma nelle sue relazioni costruisce “distanza”!
Il tuttologo è ciascuno di noi quando vuole possedere la parola e non lascia alla Parola di abitare l’abisso di se stesso per trasformarlo in “sapiente tapino”!!!!
Simona Corrado
Musica:
tra babele e afasia
Orchestra di piazza Vittorio - Orchestra di piazza Vittorio
Orchestra di piazza Vittorio - Sona
(2 album di un collettivo internazionale che si è formato a Roma da musicisti che vengono da tutto il mondo, una vera babele di stile e di razza). |
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