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L'editore
Continuiamo il viaggio attorno alla parola, cuore della vita dei missionari clarettiani. Dopo “Prima che sia parola” e “Perché ci sia ascolto”, offriamo per il 2008 sotto il giudizio della parola.
È un termine severo che richiama, nel rapporto con la parola, l’uscita dalla doppiezza, dalla banalità, dal vuoto. Una parola netta che affronta anche il rischio della divisione, che scontenta. La fedeltà alla parola non richiede solo il coraggio di pronunciarla, ma anche la capacità del discernimento. Leggere e dire le cose essenziali del tempo e della vita.
Nei Vangeli siamo invitati a imparare a discernere, esercizio di silenzio e di sguardo penetrante e di lungo appostamento sulle strade della vita. Ci sono delle implicazioni: riferirsi alla parola perché illumini la nostra memoria, il patto stabilito, la comprensione delle cose trasmesse; ci vuole una grande libertà e trasparenza interiore per trascrivere queste cose nel nostro cuore. Una vita impegnata alla ricerca della verità e della giustizia con una grande coerenza interiore.
Ringraziamo gli amici ed amiche che hanno collaborato a questa creazione: Angelo Villa, Marco Vincenzi, Lidia Maggi, Maurizio Bevilacqua, Simona Corrado, Stella Buratti, Matteo Binda.
Siamo grati ai fotografi Mark e Marion Manancourt che hanno messo, gratuitamente, a nostra disposizione le loro immagini.
Siamo riconoscenti ai soci della comunità di via gaggio di Lecco per l’impegno di ideazione e redazionale.
Abbiamo raccolto testi di:
B. Forte, M. Vincenzi, E. Hillesum, R. Guardini, A. Maggi, S. Corrado, C. Molari, C. Carretto, D. Bonhoeffer, Sabrina, U. Galimberti, A. Oz, C. Dobner, J. Heschel, E. Montale, A. Rizzi, I. Calvino, M. Serra, N. Fusini, G. Caramore, D. Demetrio, S. Gallazzi, E. Vila-Matas, E. Bianchi, E. De Luca, G. Ravasi, C.M. Martini, P. Mazzolari, H. Arendt, P. Sequeri, M. Buber, E. Peyretti, Paolo VI, M. Mokkedem, E. Galeano, D. Turoldo, E. Rosner, A. Cavarero, L. Colombo.
La grafica è affidata alla perizia di Mariangela Tentori e la stampa all’Editoria Grafica Colombo.
A tutti l’augurio per il 2008 formulato da Angelo Villa nell’editoriale: che viviamo un anno usando bene la parola.
Angelo Cupini per i missionari clarettiani
Sotto il giudizio della parola
di Angelo Villa
Angelo Cupini mi ha chiesto di scrivere una piccola introduzione al calendario dei missionari clarettiani. Dato il tema proposto come argomento, quello cioè della parola, ho provato a sviluppare alcune sintetiche riflessioni in proposito. Pochi punti, cinque come le dita di una mano, che spero possano servire come traccia e stimolo. La parola è tema troppo grande, paradosso dei paradossi, per essere scritto o detto in maniera esaustiva. Ci si prova, ma non basta mai…
Punto primo
Una persona ha chiesto ad un’altra di scrivere. Chi siano le persone in questione ha qui poca importanza. Più significativo è cercare di illustrane la logica. Chiedere è umano. Più precisamente, è dell’umano. Essenzialmente significa due cose. Una: l’essere umano è tale perché parlante, cioè abitato dal linguaggio. Due: se uno parla è perché chiede. Magari, anche semplicemente, d’essere ascoltato. La parola insomma non è un fatto meramente linguistico. Si parla perché ci si rivolge all’altro. Un altro di cui ci si sente mancanti.
Riassumiamo, è bene non dimenticarlo.
Essere umani significa essere parlanti.
Essere parlanti vuol dire essere mancanti.
Conclusione logica: essere umani è essere mancanti. La parola ne è testimonianza.
Punto secondo
La parola si indirizza a qualcuno, sollecita cioè una risposta. Il termine responsabilità deriva etimologicamente da quello di risposta. L’uomo che risponde è l’uomo responsabile: risponde di sé davanti agli altri.
Se la parola è prova di una mancanza, la parola stessa può rilevare di un legame e della qualità di una relazione. Chi risponde si rende interlocutore di un messaggio, chi risponde, in prima persona, si espone. Domanda e risposta sono fatte della medesima stoffa: sottile ed essenziale. Le parole non si mangiano, non si bevono. E nemmeno si vedono. Eppure l’essere dell’uomo, la sua esistenza ne è condizionata.
Prova al contrario: quando le parole non arrivano a comunicargli qualcosa della sua vita e al loro posto compare il silenzio o le cose, l’uomo diventa cupo o avido, triste o bulimico, feroce o disperato. Ha fame di parole e non lo sa. Cerca altrove quella verità che non riesce nemmeno a circoscrivere come tale. Le parole sono il cibo dell’anima. Quelle che non rompono il rapporto con la verità, ben s’intende. Piccolo, tra virgolette, problema: perché qualcuno le ascolti occorre che un altro le proferisca. Le parole, quelle vere, insistiamo, costano, non sono gratis.
La parola può salvare. Può cambiare, in meglio, una vita. Si muore perché non ci sono le parole che aiutano a andare avanti. O anche solo a sopravvivere. Allora, si smette di vivere. Magari continuando a rifare ogni giorno le medesime attività.
Punto terzo
Occorre essere onesti. Se la parola può ridare un senso e un’energia nuova a un’esistenza ciò non implica che la parola sia onnipotente. La parola è potente, non certo onnipotente. La parola è vita, ma non può negare la morte. Anche la parola ha il suo limite. Il muro contro cui si imbatte violentemente. Si farebbe un cattivo uso della parola stessa se si cancellasse questa verità. Le parole sono pietre, ma le pietre rimangono tali. La morte resta quello che è. Ora, come denominare questo muro, queste pietre, questa morte che la parola incontra attimo dopo attimo: realtà? sensazioni?
Nella Genesi biblica la parola divina inventa il mondo. Per l’uomo, per Adamo, l’umano per definizione etimologica, non è così. Più che creare, la sua parola nomina. La differenza è sostanziale. Lui dà un nome a quello che già c’è, a quello che un Altro ha posto. La parola di Dio crea dal nulla, quella dell’uomo identifica la realtà. O si sforza di farlo. Quella che sta fuori di lui, come quella che sta dentro: gli stati d’animo, gli affetti del corpo. Nominare è distinguere, differenziare. Uscire dal caos del non essere dove i confini spariscono.
L’uomo non è Dio, anche se talvolta, rimirandosi allo specchio, stenta a non crederci. Le sue parole non fanno sorgere nuovi mondi, non allontanano il male. Eppure, non abbiamo che loro per poterci riconoscere, per rendere più vivibile il mondo in cui stiamo, per cercare di scongiurare il male che ci assedia. In fondo, che cos’è quest’ultima crudele realtà se non il riscontro puntuale e drammatico dell’inoperatività della parola?
Eppure, proprio per questo, o, se volete, nonostante tutto, siamo sempre lì. Dalla parola dobbiamo passare per poter coltivare l’illusione d’essere, il sogno o il fantasma di dirci umani. È la lezione che, dal fondo della sua fatica di vivere, ci ha consegnato uno dei più grandi poeti del secolo scorso: Samuel Beckett. Diceva lo scrittore irlandese: “Non c’è nulla da esprimere, nulla con cui esprimere, nulla da cui esprimere, nessun potere di esprimere, nessun desiderio di esprimere, insieme con l’obbligo di esprimere”.
Punto quarto
Si può insomma dubitare del celebre aforisma hegeliano: la parola è la morte della cosa. La cosa, le cose resistono alla parola. Sono loro la morte della parola: si pensi al consumismo.
Prendi, mangia, ingoia. Vale a dire: compra. Il consumismo non ama il silenzio, gli spazi vuoti, gli scambi. Va in una sola direzione. Se la parola rinvia alla mancanza, il consumismo si sforza di abolirla. Che vuoi? Che ti serve? Eccolo qui l’oggetto dei tuoi desideri. La domanda è saturata.
A che serve, in definitiva parlare? Il corpo è solo una grande bocca da riempire. Tutto è misurato su quel metro. Manda giù, porta a casa, fai tuo. Corpo su corpo, meglio se muto o nel brusio.
Il consumo suppone un movimento opposto a quello della parola. Per parlare non bisogna inghiottire, ma espellere. Il movimento è dal dentro al fuori. L’opposto dell’ingurgitare, dell’accaparrare. Uno dei primi esercizi che viene consigliato al bambino con difficoltà di linguaggio è quello di soffiare. Trattieni il respiro, gli consiglia la logopedista, ponendolo di fronte a una candela accesa. Adesso soffia, soffia fuori. Cioè: butta all’esterno, svuota l’interno.
Riandiamo alla Genesi, prima della parola c’è il vento: “e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gn. 1, 2). Poi il vento diventa soffio. Soffio divino, alito di vita. La statua di terra e fango, cioè Adamo, prende così vita. Così l’uomo “divenne un essere vivente” (Gn. 2,7). Soffio è “rauch” in ebraico, creare ha una radice “baro” che esprime simultaneamente in aramaico l’idea di situare all’esterno (vedasi il latino ex-sistere, letteralmente “situare all’esterno”) e quella di fare figli. La vita, nella sua accezione biologica, è condizione per essere. Perché si stacchi dalla natura, dalla terra occorre che incontri la parola. È il taglio necessario con il materno, nel senso del naturale e della sua ingenua mitologia. Creare è dare l’essere a un altro. Benedire, cioè dire bene. Dopo il soffio, occorre la parola. Il primo anticipa la seconda, convive con essa. Il modello biblico è una relazione filiale. La parola “av”, padre in ebraico, è la prima parola dell’ebreo dei profeti: è fatto dalle due prime lettere dell’alfabeto. Il padre, la parola, l’inizio.
Il piccolo dell’uomo acquista forza e potere sul mondo che gli sta intorno, inizia a non subirlo come una fatalità nella misura in cui diventa capace di fare i conti non con le cose, ma con i nomi che le identificano. Lì e non altrove nasce la possibilità di accedere alla vita. Essere senza nome significa essere cosa tra le cose: abitare la morte, la morte dentro la vita. Soffiare per parlare, il vuoto nella bocca perché nasca una parola invece piena.
Punto quinto
La parola non è lo scritto, anche se l’una intrattiene uno stretto rapporto con l’altro e viceversa. Entrambe sono tuttavia confrontate con l’origine e, quindi, sia con il loro limite che con la necessità di istituirne uno perché la vita possa vivere. La creazione regala all’uomo un oggetto. Il primo, il più concreto e reale : il corpo. Il Vangelo di San Giovanni illumina il mistero dell’incarnazione. La parola ha attraversato il corpo, lo ha inciso, lo ha segnato. Il corpo ha perso la sua anarchica libertà, l’essere ha trovato una casa. L’incarnazione è un’iscrizione. La parola che penetra nella realtà del corpo, oltre la superficie, nell’inconscio.
Nella tradizione mistica ebraica il corpo è il luogo dove il divino lascia per la prima volta la traccia del suo nome. La “brit milah”, un “patto di parola”, è l’avvenimento attraverso il quale la parte più intima della divinità, il suo stesso Nome, è iscritto nel momento della circoncisione nella carne del bambino maschio. La lama del coltello incide nel corpo del piccolo le lettere di El Shaddai, uno dei nomi di Dio. All’ottavo giorno di vita del bambino, quando la scrittura apparirà per la prima volta sul suo sesso si renderà palese un legame indelebile che unisce, nel suo affacciarsi al mondo, per il tramite di un segno, corpo, sesso, ferita, scrittura e storia.
La lettera non significa la rinuncia allo spirito, la sua umiliazione. Al contrario, in questo caso, la lettera viene a sostituirsi alla terra. Alla nuda realtà. È comunque, come la parola, un’istanza particolare, fatta di una materialità fragile, vulnerabile, poco sicura. Essa rinvia a una presenza, quella divina, la cui stessa assenza è posta a fondamento del suo Essere. Da qui la contraddizione che la pratica simbolica della circoncisione rende palese: un segno è inciso sul corpo, un segno che, però, rinvia a un’origine sospesa, incerta. Come se un uomo avesse un piede che poggiasse saldamente sul suolo e un altro, invece, nell’aria.
Levinas contrappone al mito di Ulisse, l’eroe che voleva tornare a casa, a quello di Abramo, il profeta che la lascia, partendo alla ricerca di luoghi che non conosce. La parola è sradicamento, sostiene il filosofo ebraico, erranza. Come la scrittura.
Penso ai tatuaggi che oggi non è difficile riscontrare tra i giovani. Ce ne sono, mi pare, di due tipi. I primi, i più leggeri ed ornamentali, sono quelli che si candidano ad essere visti. In genere, sono i più anonimi, quelli che paiono sollecitare un’attenzione estetica, un po’ alla moda o di maniera. I secondi sono, invece, quelli che domandano d’essere letti. Sia perché sono effettivamente delle scritte sia perché rappresentano figure o immagini che prendono il posto di un messaggio. È il rovescio della circoncisione, così come dell’incarnazione. O più veridicamente, il tentativo autarchico di provocarne una, di fare in modo che una scritta, cioè un nome, un segno, “qualcosa” di simbolico si iscriva nel corpo perché il soggetto si sostenga. Perché il corpo diventi un corpo, il proprio. Vissuto e sentito come tale.
Viene qui esposto quel che non è riuscito a entrare dentro. Il patto di parola, la verità di un dire. Lui lo fa materialmente, per conto proprio… Il segno è un “suo” segno. La circoncisione, l’incarnazione rinviano a parole che ci vengono da altri o dall’Altro. Qualcuno ce le rimanda, ce le trasmette, nella misura in cui si fa, a sua volta, credibile portavoce. Un discorso lo precede.
È così d’altronde quando s’impara a parlare. Il bambino si esprime in una lingua che è già lì, che non è sua. La recepisce perché chi gli parla usa con lui parole non menzognere, non generiche. Se la parola o lo scritto rinviano a un patto è perché chi lo propone l’ha già accettato. È la condizione esclusiva della sua veridicità.
Conclusioni
Anno nuovo, vita nuova, si usa dire. Come distinguere, però, il nuovo anno dall’ultimo? Una proposta? Eccola: un buon uso della parola. Potrebbe essere un proposito. O un augurio. Non è facile, per i motivi che si è detto. Perché, infine, la parola stessa può ben offrire una scappatoia contro sé stessa. La fuga nel bla bla è più usuale di quella più enigmatica e dolorosa nel mutacismo. Una parola ha un tempo, un’attesa. Non disdegna una certa ambigua complicità con un silenzio che le da forza e peso.
Veniamo a noi, dobbiamo terminare. Il cerchio si chiude, il cerchio si riapre. La parola rinvia a un incontro, memoria di una presenza. Lo scritto riconduce, al contrario, a un’assenza. La prima è l’eco di una voce, la seconda il segno di una lettera. Il pericolo che corre la parola è diventare vuota, quello che assilla la lettera è farsi morta, nemica della vita, perché pura forma.
A questa introduzione seguono i testi di chi ha collaborato al progetto. Testi propri o testi che ne riprendono altri, di autori famosi. Insomma, citazioni.
Il destino delle parole vere, dette o scritte che siano, è quello di mettere in viaggio chi le ascolta o le legge. Occorre ben disporsi verso di esse, lasciarsi tentare: accoglierle. Bisogna fare come con le poesie. L’opera d’arte è, in definitiva, la vera creazione umana. Invenzione dal nulla, capace di inventar un mondo. Zona aperta tra il contingente e il trascendente, tra la realtà e il suo aldilà.
Le poesie, dicevamo, vanno lette ad alta voce. Sentirne il suono per assaporane la prossimità, percepirne la lontananza, quasi che venissero da fuori di noi, per saperne la distanza. Il lettore o, potremmo dire, l’ascoltatore rende un pessimo servizio al poeta se non ricrea il testo attraverso sé stesso. L’autore gli ha fatto un dono, il lettore glielo restituisce. La poesia diventa così una proprietà ben poco esclusiva di chi l’ha scritta. Emozioni, pensieri si associano al testo, un materiale sconosciuto al poeta. Lui ci aveva messo del suo, il lettore fa altrettanto. La creazione vive di una miriade di creazioni che si originano intorno ad essa. Una buona citazione è ben questo. Una frase detta, scritta da un altro viene ripresa, ridetta, riscritta. Dopo essere stata accolta il suo destinatario non è più come prima, ma se il destinatario ha le orecchie e gli occhi curiosi anche lui intuisce che quella frase, dopo essere risuonata in lui, non è più la stessa. È una nave che continua a solcare il mare alla ricerca di nuove terre dove poter attraccare. L’imbarcazione è sempre la medesima, l‘equipaggio continua però a cambiare. Il motivo è chiaro: lo fornisce il lettore. Chi scrive è quello che domanda a chi legge. L’importante è che il gioco non si fermi, che le parole ne sollecitino altre, che i discorsi si dispieghino, anche attraversando gli equivoci, non di rado felici, dei malintesi. È il circuito vitale dell’esistenza. Le parole sono i bambini del vocabolario, Prevert dixit. Tocca a noi dargli la cura e la libertà di cui hanno necessità, se loro saranno a loro agio, anche il nostro essere lo sarà. Angelo Cupini mi ha invitato a stendere queste brevi note, io, Angelo Villa, ho provato a farlo.
Angelo vuol dire messaggero. A voi, dunque… Canta Leonard Cohen, meglio però (musicalmente, parere personale) la cover di Jeff Buckley, in “Hallelu-jah”: “Tu dici che nominai il Nome invano/Mai conobbi il Nome/Ma se così fosse, davvero, che importanza ha?/In ogni parola/Non importa quale udisti/La santa o la spezzata Hallelu-jah”. Buon anno. O, se volete, buon viaggio. Le parole non amano stare ferme, detestano la noia.
Angelo Villa,
è psicoanalista, membro dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi e della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi.
Docente alla Scuola
di specializzazione
in psicoterapia
ad orientamento
lacaniano dell’Istituto Freudiano, lavora sia
in contesti istituzionali
sia nell’ambito
della pratica privata.
Collabora con la rivista “Pedagogika”.
Da molti anni accompagna
le esperienze della
comunità di via gaggio
di Lecco. Tra le sue
pubblicazioni “La cura della malattia mentale”. |
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