novembre 2008

 



a cura di Angelo Cupini

Estetica ed etica
per la città di Lecco


   
     
     
     
     
 

Mi sono abituato a vedere le città, in giro per il mondo, partendo dalle periferie, dalla cura della sepoltura dei morti nei cimiteri, dalle informazioni offerte ai turisti. Se una città ha a cuore la sua vita non cura solo il salotto buono, mettendo sotto il tappetino tutto quello che è residuo e periferico.
Mi è capitato di entrare in case dove le famiglie hanno cellofanato i mobili del salotto perché non prendano polvere; case da vedere e da ostentare ma non da vivere. Sono entrato in case povere, aperte ad accoglienti.
Queste ed altre cose mi sono tornate in mente quando ho ricevuto dallo Sportello Unico per le Attività Produttive del Comune di Lecco in data 17 ottobre la comunicazione nella quale “non si ritiene opportuno concedere l’utilizzo della Piazza Venti Settembre per motivazioni di ordine igienico-sanitario, (derivanti dalla programmata distribuzione di cibo e vino caldo su un’area pubblica) nonché dalla necessità di tutelare il decoro della piazza che è fra quelle di maggior pregio urbanistico ed ambientale della città”.
Questa la risposta alla richiesta che avevo firmato circa l’utilizzo della medesima piazza per lo svolgimento dell’iniziativa “La Notte dei Senza Dimora”.
Per dovere di cronaca e di verità devo anche dire che ci è stata offerta la possibilità di utilizzare un’altra area pubblica nella località Bione, “quale ad esempio l’area degli spettacoli viaggianti che già risulta attrezzata con impianti idonei”.
Scrivo questa nota dopo i dieci giorni canonici per far avere osservazioni scritte all’Ufficio comunale perché sia chiaro che non mi interessa controbattere una decisione della nostra Amministrazione; la mia preoccupazione è quella di continuare a sollevare degli interrogativi attorno al nostro vivere di cittadini responsabili.
Capisco l’inquietudine a tenere in ordine gli spazi e che risultino godibili da parte di tutti; l’investimento della comunità di via gaggio nella realizzazione de la casa sul pozzo lo testimonia inequivocabilmente.
Mi nasce il dubbio se questo sguardo non riveli altro. A tutti noi sarà capitato, di fronte ad alcune emergenze familiari, di riorganizzare la propria casa, dicendoci che chi  arriva è più importante del nostro ordine.
La mia domanda: per la nostra convivenza civile, che posto hanno le persone e i cittadini con delle difficoltà? Le famiglie degli anni cinquanta del nostro territorio raccontano che il piatto di polenta, nella tavola poco fornita, era per il passante anonimo, che era il “Signore”.
Quali sono i valori condivisi nell’organizzare oggi la nostra vita? Quelli selettivi del denaro e dell’immagine? Come ci stiamo attrezzando culturalmente e politicamente per affrontare le sfide delle nuove presenze (di persone più fragili o di stranieri che arrivano)? Siamo in difesa o intelligentemente aperti alle integrazioni reciproche? Il bene è più da esportare in altre regioni del mondo e meno da condividere riqualificando la nostra città ?
Per la crescita della bellezza umana della nostra città le varie ordinanze emesse dal Comune in questi tempi, servono? Non mi sembra di vedere una altrettanta esplicita dichiarazione di passione e di prassi per la vita delle persone.
Siamo una città accogliente o questo aggettivo è rimandato al volontariato che deve essere accogliente mentre politica, finanza, religioni, interessi, giocano con altri registri?
E oltre l’accoglienza quali investimenti facciamo per il futuro? Cosa chiediamo a queste persone, riconoscendo competenze di umanità e tecniche; in modo particolare per i giovani? Abbiamo fiducia nelle loro presenze?

Ai tempi del progetto giovani della città di Lecco la comunicazione era: chi sono e cosa rappresentano i giovani per questa città? È la domanda che riformulo per me ancora oggi: chi sono le persone oggetto delle ordinanze, ma non solo loro, per noi? Accettare di interrogarci è non chiudere il futuro. Mi sostiene in questo la posizione di un amico acuto e penetrante come è stato don Abramo Levi: “noi non dovremmo né cercare il consenso, né rincorrere il dissenso, ma essere cercatori di senso”.
 
     
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