Apriamo il 2012 con le prime pagine di un libro, in corso di stampa, Lecco sono anch’io, prodotto da la Comunità di via Gaggio quale strumento per capire a cosa siamo chiamati in questo tempo.
Questo piccolo libro è un gesto di fiducia intelligente per il futuro, è un gesto di passione politica per le donne e gli uomini che abitano il nostro territorio.
È nato dalla provocazione della vita fatta insieme, da oltre sei anni, con alcune centinaia di adolescenti e giovani, giorno dopo giorno, senza pause festive ed estive, a la Casa sul Pozzo in corso Bergamo 69 a Lecco.
I Paesi di provenienza sono oltre una trentina e raccontano il mondo con le fatiche, le tensioni, i desideri, i fallimenti, le paure, le decisioni, i rischi. Spesso sono la denuncia dei modelli imposti sulla umanità: modelli di sviluppo e di economie (sotto traccia si possono leggere i processi delle organizzazioni mafiose).
I ragazzi sono il grappolo finale delle scelte degli adulti; per questo è vitale dialogare con loro, capire il motivo del loro movimento, per alcuni drammatico nelle modalità, verso altri mondi.
È un esercizio che non si ferma ma che diventa sempre più intenso, sempre più inquieto.
Abbiamo tolto, da quasi subito, la coperta di linus alla parola immigrato per imparare a chiamare tutti per nome, a scoprire le storie personali, per dare dignità e sollievo alla fatiche, per organizzare gli strumenti personali perché ognuno possa spendersi nella vita con intelligenza.
Ci siamo detti all’inizio di questa storia, e ci è bastato: se non ci prendiamo cura di loro, cosa ne sarà delle loro vita?
Quali costi umani, ambientali ed economici graveranno sul territorio lecchese?
Abbiamo dichiarato a noi stessi che questo modo era fare politica, lungimirante. Ci siamo anche detti con chiarezza, parafrasando Kennedy, che non era importante sapere cosa la città di Lecco poteva fare per La Casa sul Pozzo ma quello che noi potevamo fare per la nostra città/territorio.
Questo testo è un frutto di questo amore per la Città e il suo Territorio.
La prima considerazione è: questi giovani costituiscono un potenziale umano straordinario, un flusso vitale di risorse che si aggiunge a quelle esistenti.
Il nostro futuro è rivitalizzato con queste presenze che non si possono depositate o lasciare in attesa, ma richiedono a tutte le componenti della società un investimento di creatività straordinario; non c’è spazio per le ideologie, per i piccoli orti personali, per le pigrizie complessive, per le dichiarazioni tipo: non abbiamo i mezzi. È una emergenza vitale che richiede per i giovani patti generazionali, sperimentazioni collettive di cittadinanza; alle imprese un sforzo di investimento sull’oggi possibile perché il domani ridisegni una Lecco motore di espansione; alle chiese chiede un investimento educativo solidale con tutti e lo sforzo di scoprire spazi reciproci di incontro, non solo rituali, soprattutto la tessitura dei valori fondamentali che appartengono all’umanità prima delle confessioni religiose, delle appartenenze etniche, delle aree di espansione e di presenza.
Non voglio fare un elenco dei soggetti, dobbiamo interrogarci sul prossimo futuro della città/territorio: quando queste centinaia di giovani avranno dai 24 ai 35 anni quale sarà il volto di Lecco?
Avrà il volto che saremo andati costruendo oggi, con intelligenza, passione, costanza e sviluppo di sinergie.
Ma dobbiamo avere una coscienza e una lettura diversa sulla nostra città.
Lecco non vive più nella logica dell’assorbimento dei “terùn”, come ci racconta Anna Pozzi; non è forte, non offre lavoro e tolleranza; è provocata, silenziosamente, a una perdita e a un cambiamento. Il vuoto fa paura e se ci lasciamo prendere dalla paura non siamo in grado di affrontare processi di trasformazione, ci irrigidiamo nelle esclusioni o inclusioni o nelle sostituzioni. Anche chi è arrivato è molto spaesato e non sa quanto costerà a lui e ai figli il perdere qualcosa del suo bagaglio culturale per generare un nuovo, magari da qui a tanti anni.
Si parla spesso della vocazione di Lecco immaginando un’identità rigida,definita e codificata nella produzione e trasformazione del ferro o in una ipotetica vocazione turistica.
È importante pensarci come identità dinamiche che ci permettono di cambiare (non di sostituire) rimanendo noi stessi. Marco Aime afferma «oggi il concetto di cultura viene utilizzato esattamente come si usava quello di razza il secolo scorso. Siamo a un razzismo senza razza, che si basa su una sorta di fondamentalismo culturale e che concepisce le culture come entità impermeabili. L’altro è un qualcuno che non può attraversare il mio recinto perché se vi entra, se viene in contatto con me, mi contamina».
Dobbiamo imparare tutti a dialogare e a riconoscerci in identità multiple (Martini dice a fermentarci); possiamo fare un esercizio (io sono italiano, cristiano, più lombardo che laziale per il tempo vissuto in questa regione, più del mondo per i contatti vissuti e che ora vivo con molti Paesi del mondo). Ognuno di noi può fare questo piccolo esercizio di molteplicità nella propria vita. Il risultato che ne viene fuori è inconcepibile con l’idea statica dell’identità.
Alcune domande:
Come uscire dalla cecità che ci fa leggere solo quanto è stato nella nostra esperienza?
Quanta sofferenza collettiva ci viene chiesta in questa trasformazione?
Quali “spazi” generare perché ci siano luoghi storici di riferimento?
(quante “Case sul Pozzo” ci vogliono, come un tempo quanti oratori abbiamo costruito come tempo/luogo educativo di un quartiere?)
Quanta accettazione ci vuole per condividere con quanti arrivano i diritti acquisiti grazie alle lotte delle generazioni precedenti ?
Pur nella fatica, pensiamo che questo è un tempo propizio,
fecondo di possibilità?
Chi arriva ci rivela l’altro di noi, quello nascosto o che nascondiamo, quello che difficilmente interroghiamo e conosciamo: quale disponibilità ad una accoglienza che chiede di cambiare?
L’incontro avviene solo uscendo dagli usci delle nostre case, imparando la lingua dell’altro (non enfatizzando il passpartout del dialetto come nei cartelli stradali o imponendolo come timbro lombardo), rifiutando la schematizzazione ideologica, scegliendo la persona come principio interpretativo della vita e della regola, diventando donne e uomini miti.
Il libro accompagna, con registri diversi, a muoversi dentro questo tempo e luogo storici. La provocazione che offre non è orientata a far cambiare l’altro ma a creare un movimento in ognuno di noi e a trasmetterlo come una catena di contatti agli altri.
Ci augura la guarigione dalla nostra cecità fino a scoprire anche gli “invisibili” di tutti i territori, persone invisibili ma anche luoghi, storie, paesi di origine invisibili.
Ci augura di avere immaginazione creativa per il futuro dei giovani, degli adulti, delle istituzioni per non sentirci costretti a riprodurre schemi di vita che non rispondono più o, come dice il Vangelo, a versare vino nuovo in otri vecchi.
È un augurio che faccio non a nome ma insieme a tutti gli operatori e volontari di Crossing e i soci de la Comunità di via Gaggio e alla tante persone che rendono possibile la nostra piccola storia quotidiana.
Angelo Cupini
Lecco 27 gennaio 2012, giorno della Memoria
Una città è una utopia, un’opera d’arte, un sogno collettivo, una trama e un ordito, che tessiamo tutti insieme.
Questa frase l’ho copiata a Salamanca nel palazzocasacomune derivata da una antica salina della città dove abita il nostro amico pittore Mino Cerezo. |