Articolo 27, comma 3

EDO LAVELLI
novembre 2009

Articolo 27 comma 3 della Costituzione Italiana : 
le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. ”
Sono state le foto che la famiglia di Stefano Cucchi ha fatto mostrare che hanno presumibilmente permesso, appunto attraverso la vicenda di Stefano, di portare  al centro dell’attenzione la situazione delle carceri .
La notizia da sola non sarebbe stata sufficiente, e questo è già un motivo di riflessione.
Credo che le carceri siano nello stesso tempo il termometro della democrazia di un Paese  e il terminale incontrollabile di istanze pericolose.
Se una persona con incarichi istituzionali, e con la grave responsabilità che questo comporta, si permette di affermare che si può, che si “deve”  essere cattivi in certe occasioni e con talune persone, ecco che qualcun altro, può sentirsi in qualche modo autorizzato ad usare la forza bruta (e brutta) quasi come modalità di relazione.
Per me “cattivo” e “brutto” vanno spesso a braccetto e quello che noto è proprio un abbrutimento generale generato dalla cattiveria.
Oggi tra le letture della domenica c’era Efesini 5, e tra le altre parole mi sono segnato “ Comportatevi perciò come i figli della luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia, verità…” E noi viviamo un tempo di cattiveria, ingiustizia e menzogna. Perché forse parliamo superficialmente di radici non diamo i frutti sperati.
Per me “buono” e “bello” vanno spesso  a braccetto, la bellezza che salverà il mondo di Dostoevskij, che, come dice il poeta tunisino Nadir Mohamed Aziza non può essere circoscritta ad alcuni canoni accademici o esiliata nel silenzio dei musei o dei libri, ma una bellezza sparsa , come un polline, nei petali della vita , negli sguardi  e nelle parole, nel trascorrere della vita quotidiana. Una bellezza incarnata. E Aaron Appelfed, scrittore ebreo sopravvissuto alla Shoa, ribadisce “ Chi può reprimere l’odio , la paura, le torture e le tenebre se non l’arte e la bellezza?”.
Buono e bello è anche puntare sulla relazione significativa tra i componenti della comunità penitenziaria, cioè tra le persone detenute e le persone che a vario titolo si occupano di loro.
Buono e bello è arrivare a stare abbastanza bene, e in un carcere non si può stare bene a scapito di un altro, quando passa questa ipotesi nella società esterna , “dentro” si amplifica e si può arrivare a eccessi sempre più incontrollabili.
Allora cercare la bellezza è trovare la bontà, e cercare la giustizia, la verità e la bontà ci fa scoprire la bellezza e  (e ci rende più belli). E questo mi sembra un dovere irrinunciabile per chi professa una fede come quella cristiana e per chi motiva il suo impegno con l’esigenza di giustizia sociale.
Tutto ciò ritengo sia necessario per applicare il comma 3 dell’articolo 27 della Costituzione, mentre proseguendo con l’abbrutimento attuale (61 suicidi nelle carceri  al 31/10/09 contro
i 42 registrati in tutto il 2008) stiamo rendendo inapplicato anche il comma 4 del medesimo articolo: Non è ammessa la pena di morte.

P.S. per chi volesse veder qualcosa su carcere e bellezza consiglio www.youtube.com/watch?v=cwHehoDv5Mc

 
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Campo della Gloria

GIANFRANCO BOTTONI
1 novembre 2009

La memoria dei morti qui, al Campo della Gloria, esige che ci interroghiamo sempre su come abbiamo raccolto l’eredità spirituale che Caduti e Combattenti per la Liberazione ci hanno lasciato. Rispetto a questo interrogativo mai, finora, ci siamo ritrovati con animo così turbato come oggi. Siamo di fronte, nel nostro paese, ad una caduta senza precedenti della democrazia e dell’etica pubblica. Non è per me facile prendere la parola e dare voce al sentimento di chi nella propria coscienza intende coniugare fede e impegno civile. Preferirei tacere, ma è l’evangelo che chiede di vigilare e di non perdere la speranza.
È giusto riconoscere che la nostra carenza del senso delle istituzioni pubbliche e della loro etica viene da lontano. Affonda le sue radici nella storia di un’Italia frammentata tra signorie e dominazioni, divisa tra guelfi e ghibellini. In essa tentativi di riforma spirituale non hanno potuto imprimere, come invece in altri paesi europei, un alto senso dello stato e della moralità pubblica. Infine, in questi ultimi 150 anni di storia della sua unità, l’Italia si è sempre ritrovata con la “questione democratica” aperta e irrisolta, anche se solo con il fascismo l’involuzione giunse alla morte della democrazia. La Liberazione e l’avvento della Costituzione repubblicana hanno invece fatto rinascere un’Italia democratica, che, per quanto segnata dal noto limite politico di una “democrazia bloccata” (come fu definito), è stata comunque democrazia a sovranità popolare.
La caduta del muro di Berlino aveva creato condizioni favorevoli per superare questo limite posto alla nostra sovranità popolare fin dai tempi di “Yalta”. Infatti la normale fisiologia di una libera democrazia comporta la reale possibilità di alternanze politiche nel governo della cosa pubblica. Ma proprio questo risulta sgradito a poteri che, già prima e ancora oggi, sottopongono a continui contraccolpi le istituzioni democratiche. L’elenco dei fatti che l’attestano sarebbe lungo ma è noto. Tutti comunque riconosciamo che ad indebolire la tenuta democratica del paese possono, ad esempio, contribuire: campagne di discredito della cultura politica dei partiti; illecite operazioni dei poteri occulti; monopolizzazioni private dei mezzi di comunicazione sociale; mancanza di rigorose norme per sancire incompatibilità e regolare i cosiddetti conflitti di interesse; alleanze segrete con le potenti mafie in cambio della loro sempre più capillare e garantita penetrazione economica e sociale; mito della governabilità a scapito della funzione parlamentare della rappresentanza; progressiva riduzione dello stato di diritto a favore dello stato padrone a conduzione tendenzialmente personale; sconfinamenti di potere dalle proprie competenze da parte di organi statali e conseguenti scontri tra istituzioni; tentativi di imbavagliare la giustizia e di piegarla a interessi privati; devastazione del costume sociale e dell’etica pubblica attraverso corruzioni, legittimazioni dell’illecito, spettacolari esibizioni della trasgressione quale liberatoria opportunità per tutti di dare stura ai più diversi appetiti…
Di questo degrado che indebolisce la democrazia dobbiamo sentirci tutti corresponsabili; nessuno è esente da colpe, neppure le istituzioni religiose. Differente invece resta la valutazione politica se oggi in Italia possiamo ancora, o non più, dire di essere in una reale democrazia. È una valutazione che non compete a questo mio intervento, che intende restare estraneo alla dialettica delle parti e delle opinioni. Al di là delle diverse e opinabili diagnosi, c’è il fatto che oggi molti, forse i più, non si accorgono del processo, comunque in atto, di morte lenta e indolore della democrazia, del processo che potremmo definire di progressiva “eutanasia” della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista.
Fascismo di ieri e populismo di oggi sono fenomeni storicamente differenti, ma hanno in comune la necessità di disfarsi di tutto ciò che è democratico, ritenuto ingombro inutile e avverso. Allo scopo può persino servire la ridicola volgarità dell’ignoranza o della malafede di chi pensa di liquidare come “comunista” o “cattocomunista” ogni forma di difesa dei principi e delle regole della democrazia, ogni denuncia dei soprusi che sono sotto gli occhi di chiunque non sia affetto da miopia e che, non a caso, preoccupano la stampa democratica mondiale.
Il senso della realtà deve però condurci a prendere atto che non serve restare ancorati ad atteggiamenti nostalgici e recriminatori, ignorando i cambiamenti irreversibili avvenuti negli ultimi decenni. Servono invece proposte positivamente innovative e democraticamente qualificate, capaci di rispondere ai reali problemi, alle giuste attese della gente e, negli attuali tempi di crisi, ai sempre più gravi e urgenti bisogni del paese. Perché finisca la deriva dell’antipolitica e della sua abile strumentalizzazione è necessaria una politica nuova e intelligente.
Ci attendiamo non una politica che dica “cose nuove ma non giuste”, secondo la prassi oggi dominante. Neppure ci può bastare la retorica petulante che ripete “cose giuste ma non nuove”. È invece indispensabile che “giusto e nuovo” stiano insieme. Urge perciò progettualità politica, capacità di dire parole e realizzare fatti che sappiano coniugare novità e rettitudine, etica e cultura, unità nazionale e pluralismi, ecc. nel costruire libertà e democrazia, giustizia e pace.
Solo così, nella vita civile, può rinascere la speranza. Certamente la speranza cristiana guarda oltre le contingenza della città terrena. E desidero dirlo proprio pensando ai morti che ricordiamo in questi giorni. La fede ne attende la risurrezione dei corpi alla pienezza della vita e dello shalom biblico. Ma questa grande attesa alimenta anche la speranza umana per l’oggi della storia e per il suo prossimo futuro. Pertanto, perché questa speranza resti accesa, vorrei che idealmente qui, dal Campo della Gloria, si levasse come un appello a tutte le donne e gli uomini di buona volontà.
Vorrei che l’appello si rivolgesse in particolare a coloro che, nell’una e nell’altra parte dei diversi e opposti schieramenti politici, dentro la maggioranza e l’opposizione, si richiamano ai principi della libertà e della democrazia e non hanno del tutto perso il senso delle istituzioni e dell’etica pubblica. A voi diciamo che dinanzi alla storia - e, per chi crede, dinanzi a Dio - avete la responsabilità di fermare l’eutanasia della Repubblica democratica. L’appello è invito a dialogare al di là della dialettica e conflittualità politica, a unirvi nel difendere e rilanciare la democrazia nei suoi fondamenti costituzionali. Non è tempo di contrapposizioni propagandistiche, né di beghe di basso profilo.
L’attuale emergenza e la memoria di chi ha combattuto per la Liberazione vi chiedono di cercare politicamente insieme come uscire, prima che sia troppo tardi, dal rischio di una possibile deriva delle istituzioni repubblicane. Prima delle giuste e necessarie battaglie politiche, ci sta a cuore la salute costituzionale della Repubblica, il bene supremo di un’Italia unitaria e pluralista, che insieme vogliamo “libera e democratica”.

Grazie a voi: in risposta ai messaggi ricevuti in seguito all’intervento del 1° novembre
Mi scuso se rispondo con un messaggio comune alle moltissime persone ed organizzazioni che hanno espresso apprezzamento e solidarietà con tanto slancio e calore per il mio modesto intervento del 1° novembre al “Campo della Gloria” (nel Cimitero Maggiore di Milano). La sorprendente e gradita quantità di messaggi ricevuti mi costringe purtroppo ad interrompere il tentativo iniziale di rispondere ad uno ad uno. Sono io che devo ringraziare per una così corale e qualificata reazione e per molti appassionati e significativi commenti, che ho avuto modo di leggere e a cui avrei desiderato offrire una risposta mirata ed approfondita: siete voi, amiche ed amici di vecchia data e di nuova acquisizione, ad accendere e alimentare in me quella speranza che, come ho cercato di dire, non dobbiamo perdere.
Non amo il protagonismo di ecclesiastici sulla scena pubblica e, ancor meno, certe loro interferenze in campo politico. Evito pertanto esposizioni mediatiche, convinto che il mio compito è di servire l’evangelo e, solo in nome di esso, la società in cui viviamo. Nel contesto di un incontro laico e civile, nel luogo della memoria dei Caduti per la Liberazione, di fronte alla gravità di ciò che accade in Italia e di fronte alla superficiale indifferenza di troppi, mi è però sembrato doveroso non tacere. Sottovalutare la situazione civile del paese espone al rischio di incorrere in una vera e propria forma di omertà.
Vorrei sottolineare l’importanza e la necessità che le voci ecclesiali, per essere in nome dell’evangelo e non della pur nobile passione politica, sappiano rivolgersi a tutte le persone di buona volontà, che dobbiamo credere ed essere convinti esistano nell’uno e nell’altro dei fronti opposti. Di qui il senso dell’appello rivolto a maggioranza ed opposizione che, al di là della prospettiva generica e limitata nel mio intervento del 1° novembre, dovrebbe essere un po’ da tutti rivolto e portato ai livelli alti (e ben più decisivi) della politica. Ora, per il bene della democrazia repubblicana, è necessario che si favorisca un clima di dialogo e convergenza, che, senza interrompere il libero e legittimo dibattito politico tra le parti, si concentri in modo unitario sulla dignità e tenuta delle istituzioni repubblicane, sulla necessità di porre fine al processo di eutanasia della democrazia.
In questo momento, è presumibile che, ad essere più in difficoltà a liberarsi dai condizionamenti politici di parte, siano le persone libere e democratiche che militano nella maggioranza politica del paese. Ma è proprio la loro presa di coscienza delle proprie responsabilità che oggi è più urgente e politicamente indispensabile ottenere, ai fini dell’auspicato dialogo tra tutti. Senza il perseguimento di questo obiettivo, senza la loro decisione a dire “basta! si cambia…”, temo che la situazione diventi irreparabile, perché è enormemente ampia la fascia di società allo sbando. E c’è urgenza… Andare politicamente oltre, però, non tocca a me prete; bisogna che altri dicano e facciano. Ma mi pare importante che resti la prospettiva dell’appello contenuto nell’intervento.
Poiché qualcuno scrive di essere informato solo dai giornali e di non conoscere l’appello nel testo del mio intervento, mi scuso se ne invio copia a tutti in allegato, senza distinguere tra chi l’ha già ricevuto e chi no. Concludo con l’invito a non perdersi di vista e a comunicarsi ogni eventuale salto di qualità apparisse percorribile e con un cordiale saluto a ciascuna e ciascuno di voi.


Respingmenti e altro...

FRANCO TOMASSINI
6 settembre 2009

Caro Angelo,
mi fa piacere che tu ti dia da fare su questo problema, che assillerà non tanto noi anziani, quanto, e soprattutto, i nostri figli e nipoti nei prossimi anni.
Sui respingimenti si sta facendo, mi sembra, un po' di chiasso, così come succede spesso in questo sfortunato Paese. Infatti, pare che appena il 20% degli immigrati rientranti nello stuolo degli illegittimi, ossia degli indesiderati, passino da quei gommoni. Gli altri arrivano con il visto turistico e poi restano in Italia, diventando automaticamente irregolari. Oppure,
e mio figlio che sta a Trieste lo sa forse meglio di me, passano da quelle frontiere via terra, nascosti nei TIR, e nessuno se ne accorge.
Fatta questa premessa, secondo me doverosa, è giusto allarmarsi per la nostra indifferenza per quello che succede, quando, addirittura, questa non divenga connivenza.
Poniamoci però il problema: supponiamo che il solito Paolo Ferrero, persona degnissima e intelligente, o Oliviero Diliberto, sicuramente meno intelligente e non so se altrettanto degno, tornino al potere e facciano entrare tutti, ma proprio tutti, con le strutture che abbiamo per l'accoglienza.
Credo che ci solleveremmo come un sol uomo, come abbiamo fatto quando abbiamo visto com'erano ridotti i famosi CTP, o Centri temporanei di permanenza.
Pertanto, credo che, veramente, questo sia un problema dell'Europa prima che dell'Italia.
Se fossi il Presidente Barroso, che ieri, mentre mi trovavo a Lugano, ho sentito in un'interessantissima intervista alla TV svizzera, fornirei i capitali necessari, ma metterei gente di alto livello, e non i nostri Prefetti, a gestire innanzitutto i denari e, con quelli, i flussi d'immigrazione. Costruendo Centri degni di questo nome, stabilendo procedure corrette
per l'identificazione e lo smistamento dei rifugiati e per l'espulsione degli indesiderati (con carichi penali, ad esempio), ma gestite da gente seria.
Ad esempio, nel mio lavoro in qualche cantiere ho avuto modo di conoscere un operaio dell'Equador che lavorava per una piccola Impresa edile italiana. Alla mia richiesta dei documenti (mi ero messo d'impegno a far lavorare gente regolarmente stipendiata, ed evitare il lavoro nero), mi face vedere una domanda di rinnovo del permesso di soggiorno datata 27 febbraio 2007. Però, ci trovavamo già a fine settembre 2007. Egli mi disse che il potem per il rinnovo sarebbe durato ben oltre sei mesi, per cui si sentiva tranquillo, anche se formalmente fuori dalla legalità.
In queste condizioni, non ci si capisce più nulla: quella persona è clandestina, oppure sono le Autorità italiane in difetto?
Come ebbi a dire in uno di quei bellissimi incontri in Siria, da te sollecitati, credo che il nostro compito di classe intellettuale sia proprio quello di aiutare i nostri concittadini a prendere coscienza della realtà, in modo che arrivino a decidere senza farsi influenzare dalla Lega, ma neppure da Bertone (o da Bagnasco?).
A proposito di questi ultimi due, in questo povero Paese, stiamo assistendo a un'inaspettata lotta tra il Cardinale Bertone, seconda potenza dopo il Papa, e il Cardinale Bagnasco, presidente della CEI, e potentissimo in Italia. Il primo, a mio parere, vuole intessere rapporti pacifici con Berlusconi, contrattando una benevolenza nei confronti delle sue pulsioni da mandrillo con grossi aiuti in Parlamento (testamento biologico in primis, soldi alla scuola cattolica, ecc.). Bagnasco, ligio anch'egli ai dettami del Dio denaro (vorrei che tu leggessi un libro tutt'altro che scandalistico "Vaticano SpA" - c'è da rabbrividire), deve però stare dietro alla popolazione, non tanto a quei pochi intimi che leggono Avvenire, quanto a quei cattolici di sinistra che stanno scalpitando. Ma tant'è: oggi, inaspettatamente, scopriamo che la Chiesa non è più Una. Siamo tornati al Medio Evo. E a me, sommessamente, ciò non dispiace affatto: può darsi che gli Italiani, quelli veri, trovino, in questo caos, finalmente il bisogno di arrivare a pensare con la loro testa.
A proposito di Lugano: siamo stati ieri, mia moglie e io in quella città, vivendo una giornata simpaticissima. Era il 47° anniversario del nostro matrimonio.
Ti confesso che per le strade ho addirittura notato qualche deiezione di cane abbandonata in terra, con ciò sentendomi finalmente a casa mia. Però, non ho visto un mendicante, uno che sia uno. Qui a Genova ne abbiamo uno a ogni angolo, e tutti in stato miserevole.
Lo scrittore Raffaele Capria, l'altro giorno, scriveva sul Corriere che Roma è sicuramente la città dove ci sono più mendicanti. Egli, napoletano e quindi di buon cuore (come mio figlio Massimo, del resto) esce sempre di casa con molti spiccioli, ma, dopo un po', non ne può più e diventa, lo dice lui, ignobilmente egoista.
Questi mendicanti, in Svizzera li hanno gasati tutti, oppure che cosa? Perché lì, come del resto a Berlino, non si vedono?
Scusa questo piccolo sfogo, indice del resto dello stato di confusione in cui tutti ci stiamo trovando.
In merito al viaggio in Siria. In uno dei simpatici colloqui con Yasser durante i trasferimenti
in pullman, avemmo modo di parlare dell'Iran e di Ahmaminejad. Egli garantiva che l'Iran è sicuramente il Paese più democratico in quelle zone. Dopo i fatti che sono accaduti, mi piacerebbe parlare un po' con lui per scambiare qualche impressione sul tema. Hai per caso un suo indirizzo mail?

Ti ringrazio e ti porgo cordialissimi saluti, insieme a mia moglie.


Convegno Acli Perugia
Modificare la legge per concedere la cittadinanza
a chi è nato in Italia o vi risiede da più di 5 anni Modificare la legge per concedere la cittadinanza
a chi è nato in Italia o vi risiede da più di 5 anni.

GIANFRANCO FINI, Presidente della Camera
3 settembre 2009


PERUGIA - Rivedere la legge italiana sulla cittadinanza prevedendo che possano diventare cittadini italiani i figli degli immigrati nati in Italia (ius soli), o quegli stranieri che risiedono nel nostro Paese da 5 anni, e non da 10.
È questa la proposta delle Acli presentata dal presidente Andrea Olivero durante un convegno della sua associazione a cui partecipa anche il presidente della Camera Gianfranco Fini.
''È tempo di riconoscere la cittadinanza italiana - ha detto Olivero - ai figli degli immigrati, ossia a quelle seconde generazioni che rappresentano il futuro del nostro Paese. Non si possono aspettare 10 anni di residenza - ha proseguito Olivero riferendosi all'attuale legge italiana - per poter ottenere la cittadinanza, nè appare più un segno di civiltà che un bambino nato in Italia da genitori stranieri debba attendere fino a 18 anni per poter diventare nostro connazionale. La riforma della cittadinanza diventa il banco di prova del modello di convivenza che vogliamo realizzare.
L'introduzione dello ''ius soli'', cioè il diritto di acquisire la cittadinanza del paese in cui si nasce, interesserebbe 530 mila giovani figli di immigrati nati in Italia. Il dimezzamento da 10 a 5 anni del tempo di residenza necessario per poter chiedere di diventare cittadino italiano, ha spiegato ancora Olivero, interesserebbe invece oltre un milione di extracomunitari, per l'esattezza 1.136.424, secondo il calcolo fatto dall'Iref, l'Istituto di ricerca delle Acli.
''Non è tanto un discorso di numeri - ha detto ancora Olivero - nè solo un problema di riduzione dei tempi. Si tratta di costruire un percorso anche rigoroso ma chiaro e praticabile per l'ottenimento della cittadinanza, oggi di fatto soggetto alla discrezionalità delle autorità competenti'. Basti pensare che a fronte di oltre 600 mila stranieri residenti da più di 10 anni le cittadinanze italiane concesse dal 1992 al 2007 sono state 261 mila, mentre la Francia ne ha concesse 303 mila in un anno dal 2006-2007
.

Ringrazio le Acli e il presidente Olivero per avermi invitato, non solo per l’interesse del tema, ma anche - alla luce della relazione ascoltata - dell’oggettiva necessità di un confronto su questi temi che alzi, se si riesce, il tono del dibattito politico-culturale e soprattutto individui ciò che è necessario fare anche in Italia per preparare quel futuro che già bussa alle nostre porte.
Sono d’accordo con le Acli e con Olivero quando dice che ridefinire il concetto di cittadinanza è una delle grandi sfide della democrazia contemporanea. È una sfida che possiamo vincere solo se riusciamo ad acquisire la consapevolezza dei processi in atto su scala planetaria. Sono processi non solo globali, ma di lunga durata, non transitori, destinati
a determinare mutamenti strutturali.
Lo dico chiaramente: è illusorio credere che quel che accade all’inizio del III millennio sia destinato a passare senza lasciare tracce profonde nella nostra società e nel rapporto con la nostra società occidentale.
Ci deve dunque essere questa consapevolezza, senza perdere di vista quei valori fondamentali che hanno permesso alla nostra patria, attraverso la Costituzione, di riconoscere a tutti i cittadini i diritti sociali, i diritti civili, i diritti politici.
Così impostata, credo che sia una sfida per ogni cultura politica, una sfida che qualcuno
a priori rifiuta e, come ho tentato negli ultimi tempi di porre al centro del dibattito politico-istituzionale, una sfida che richiede di confrontarsi anche le altre culture politiche per comprendere se su queste sfide nuove, una volta esaurite le vecchie appartenenze è possibile, senz’altro è necessario, giungere a nuove sintesi e a nuove strategie condivise.
La storia recente, non solo in Italia, ci insegna che la cittadinanza ha rappresentato il fondamento etico, giuridico e politico per la progressiva inclusione delle fasce più deboli della società nel sistema delle tutele e delle opportunità.
In questo senso, T. H. Marshall affermava, nel 1950, che la stessa cittadinanza era un concetto dinamico e tale da consentire a un numero crescente di persone il raggiungimento di standard più elevati di vita.
Negli ultimi decenni, il presupposto politico-giuridico di questa concezione è stata l’appartenenza del cittadino alla comunità nazionale. Il presupposto sociale è stata la partecipazione al cosiddetto welfare state. Insomma, per il cittadino ai diritti corrispondono
i doveri. Anna Harendt, in una lapidaria espressione, dice “il diritto di avere diritti è ciò che distingue il cittadino dall’apolide”. Sintetica ed efficace.
Il modello tradizionale di cittadinanza deve oggi confrontarsi con ciò che oggi ha fatto irruzione nel terzo millennio e dopo la caduta del Muro. Mi riferisco alle grandi migrazioni
e la diffusione della consapevolezza, sempre più diffusa per fortuna, del valore universale dei diritti dell’uomo. Rispetto a qualche tempo fa, per fortuna, questa consapevolezza è molto più ampia.
Credo che entrambi i fenomeni impongono di riflettere sul concetto della cittadinanza nel suo stretto legame con la nozione di comunità nazionale.
Sotto questo profilo c’è da chiedersi se la nozione di cittadinanza , per come è stata concepita e riassunta dal nostro legislatore, sia sufficiente per favorire l’integrazione dei lavoratori stranieri e delle loro famiglie nel tessuto sociale.
Tendere all’integrazione è un dovere primario delle politiche. A meno che non si abbia nei confronti della tematica migratoria un approccio più riduttivo che non condivido e che pur fa capolino nel dibattito, di chi non potendo negare l’evidenza è cosciente della insostituibilità, in alcuni casi, del lavoratore straniero nella nostra società, ma in qualche modo spera o si illude di poterne fare a meno nel momento in cui la nostra società dovesse tornare ad essere autosufficiente.
Se non si ha questo approccio, non ci si può limitare a una concezione, che pur ha ampio spazio nel dibattito, che si riferisce all’esercizio dei diritti, all’adempimento dei doveri, a quel giusto tasso di sicurezza che va garantito al cittadino italiano. Il concetto di integrazione è qualcosa di più dell’ordinato vivere nella comunità.
Chiediamoci se la nozione di cittadinanza come originariamente concepita può essere un ostacolo all’integrazione, sia dal punto di vista giuridico che politico. Perché se  l’identità collettiva storica di un popolo è stata finora il presupposto per il godimento dei diritti e per l’assuzione dei corrispettivi doveri, una tale condizione non può essere invocata automaticamente nel caso di persone provenienti da altri Paesi. Mi piace esprimere questo concetto apparentemente complicato con un’espressione più semplice. Nella maggior parte delle lingue europee il significato etimologico della parola “patria” è “terra dei padri”. È evidente che se vogliamo integrare lo straniero non possiamo chiedere a colui che diventa cittadino italiano ma ha dei “padri”, una famiglia, in altri Paesi di riconoscersi in questa idea di patria.
In questo senso Michael Walzer solleva un problema reale quanto complesso: tutte le norme che regolano l’appartenenza politica, incluse quelle di cittadinanza, sono decise e modificate dai membri della comunità civica; ma gli stranieri non possono partecipare alle decisioni collettive che riguardano la loro condizione di vita, compresa la loro possibile inclusione in tale comunità. Questo perché i diritti degli stranieri sono tutelati dal principio generale di eguaglianza che impedisce ogni forma di discriminazione nella fruizione dei diritti civili e sociali. Tuttavia, come è noto, tale garanzia non comprende l’esercizio dei diritti politici.
Ci troviamo di fronte a una contraddizione che non credo si possa negare a priori. Può essere comodo per qualcuno far finta di niente e non parlarne ma il problema c’è.
I dati più recenti dell’Istat, che io considero attendibili, stimano in circa 4 milioni di individui,
il 6,5 % del totale dei residenti, la presenza straniera in Italia. Percentuale destinata crescere nei prossimi anni, a meno che non si reputi illusoriamente che alcune di quelle mansioni sociali che oggi sono prevalentemente affidate a lavoratori stranieri possa tornare ad essere domani appetibili per i nostri figli.
Quindi, c’è da chiedersi: fino a quando la nostra democrazia potrà permettersi di escludere dai processi decisionali che riguardano tutti, italiani e non, una parte crescente di residenti sul proprio territorio?
È certamente un problema da affrontare con scelte lungimiranti, senza emotività, senza accenti o toni propagandistici, senza pensare alla prossima consultazione elettorale, tenendo conto dei diritti delle persone, la tenuta sociale, il profilo delle identità collettive che rimane ovviamente la base della coesione all’interno della comunità politica.
È un problema da affrontare perché per certi aspetti è entrato in crisi il legame tra ethnos e demos, che pareva indissolubile fino a qualche tempo fa. Abbiamo l’obbligo di ridefinire il demos riformulando, nello stesso tempo, il concetto di ethnos (inteso come comunità storica di destino), che non va concepito come un’entità chiusa ed esclusiva, ma come un mondo dinamico e aperto agli arricchimenti di altre culture.
C’è una bella espressione di Seyla Benhabib, che non cito a caso: «La presenza di altri che non condividono le memorie e la morale della cultura dominante sollecita il legislatore democratico a riformulare il significato di universalismo democratico. Ben lungi dal comportare una disgregazione della cultura nazionale, sfide di questo genere ne mettono in evidenza la profondità e l’ampiezza. Solo le comunità politiche saldamente democratiche sono capaci di questa riformulazione universalistica, attraverso la quale rimodellare il significato del loro essere popolo».
È alla luce di questa impostazione culturale e politica, che deve avere delle buone radici,
che possiamo interpretare meglio la scelta coraggiosa di alcuni Paesi europei (Danimarca, Svezia, Finlandia e Olanda) di estendere agli stranieri il diritto di voto in occasione delle elezioni amministrative. Un’ipotesi dibattuta con grande passione anche con Amato in occasione della Convezione europea.
Una scelta che tende ad avvicinare la cittadinanza sociale a quella politica, nonché a fornire, attraverso la partecipazione alla vita democratica, nuove opportunità di integrazione ai lavoratori stranieri!
Nella stessa logica culturale, va considerata la scelta della Germania che, nel 1999, ha cambiato la legge sulla concessione della cittadinanza, rendendo questa accessibile agli immigrati di seconda generazione.
Non c’è dubbio che anche in Italia, almeno le persone più avvedute, avvertono da tempo la necessità di rivedere la legge sulla cittadinanza che risale al 1992. Ne sono testimonianza le diverse proposte di legge che, da qualche legislatura, sono al vaglio delle competenti commissioni parlamentari. Ne è certamente buona testimonianza ciò che Giuliano Amato ha fatto nella precedente legislatura. In particolare, una delle più recenti presentate, la numero 2270, a firma dell’on. Sarubbi e dell’on. Granato, uno del Pd e l’altro del Pdl, elemento che in questo strano Paese desta almeno la curiosità dei giornali. Dalla relazione di questa proposta traggo un dato sulla cittadinanza come indice di integrazione: dicevamo che in Italia sono 4 milioni i residenti stranieri, in Francia sono circa 4, 9 milioni, più di 7 milioni in Germania, più di 5 milioni in Spagna. Il numero di cittadinanze riconosciute in Italia, a fronte di questi dati, nel 2005 è stato di 19.266 stranieri, in Francia di 154.827, in Germania di 117.241, in Spagna di 48.860. Se guardiamo i numeri, se la cittadinanza è concepita come indice di integrazione, non si da corso solo a politiche come quelle di oggi di tipo burocratico, automatico e amministrativo: in una logica concessoria, dopo 10 anni e una lungua trafila, diventi cittadino. Altri, con un numero di stranieri di gran lunga maggiore del nostro, si ragiona in modo diverso: individuano nella cittadinanza uno dei fondamentali fattori dell’integrazione.
È evidente che anche per noi la questione diviene strategica se si pensa ai giovani immigrati; anche qui, qualche numero: nell’anno 2007/2008 erano 574mila in Italia, ossia il 6,4% della popolazione scolastica.
Perché dobbiamo oggi preoccuparci di questi figli di immigrati e pensarli come nuovi italiani? Perché o non conosciamo quasi nulla della nostra storia italiana, oppure non possiamo negare che illusorio ritenere che lo straniero nel momento in cui si trasferisce per necessità altrove non tenda a mettere le radici nel Paese in cui si trasferisce. Quanti nostri emigrati se ne andarono, perché spinti dal bisogno, a lavorare altrove, però poi hanno messo su famiglia, hanno messo al mondo dei figli, in qualche modo hanno dato vita a delle relazioni sociali. Si sono integrati, e integrarsi è qualcosa di più che avere il lavoro, pagare le tasse, avere il domicilio, rispettare il vigile e salutare in modo ben educato l’avventore in un bar… è indispensabile pensare oggi ai ragazzini, pensarli come nuovi italiani. Quindi, è giusto pensare tra le modifiche uno ius soli, se volte, temperato. Se penso all’Italia di domani, sento potenzialmente “più italiani” i recenti campioni europei juniores di cricket, uno sport poco tradizionale da noi - sono tutti figli di pakistani, bengalesi, indiani, ma vivono qui, studiano qui, vanno a scuola qui, hanno vestito l’azzurro, hanno cantato l’inno, si sentono già italiani oggi (e quelli sì che parlano dialetto… vi sarà capitato di sentir parlare il noto calciatore Ballotelli in bresciano stretto) – dei nipoti di quei nostri emigranti che a centinaia di migliaia bussano alle nostre ambasciate a Buenos Aires e Brasilia, per chiedere la cittadinanza italiana, avendo cognomi come Rossi, Marchi etc, ma non parlano una parola della nostra lingua, se gli chiedi chi è più a nord tra Palermo e Trieste non lo sanno - De Gasperi per loro è lo stopper di qualche squadra di calcio – e chiedono la cittadinanza, non perché si sentono figli di una patria comune, ma perché con un passaporto di un Paese dell’Unione è più facile, per esempio, entrare negli Stati Uniti, grazie a uno ius sanguinis
Anche qui, un ruolo fondamentale ce lo ha la scuola, intesa davvero come agenzia pedagogica, una scuola che non insegna soltanto la lingua (sapete che in Germania c’è l’esame di padronanza della lingua tedesca, proprio perché se si vuole diventare cittadini di un Paese bisogna in qualche modo saper padroneggiare la lingua). La scuola è uno dei punti centrali in una logica di politiche davvero volte all’integrazione. Senza parlare – lo ha già fatto Olivero nella relazione – a tutte quelle politiche di tipo sociale, nel campo del lavoro, dei ricongiungimenti familiari. Così come uno dei fattori fondamentali per politiche davvero di integrazione è quello relativo al confronto tra le comunità etnico, e in alcuni casi etnico-religiose, e lo Stato, inteso in quella dimensione laica. È innegabile che quelle comunità se non si confrontano con le altre comunità, a partire da quella per antonomasia in Italia che è quella cristiano-cattolica, non si riescono a metter in campo quelle politiche di riferimento che si basano per l’appunto sul riconoscimento del valore universale della dignità della persona umana e della libertà della medesima. Da un punto di vista concettuale, la risposta è assai meno complicata di quello che può apparire. Però ci vuole la consapevolezza della necessità di agire in questo senso.
Insomma, siamo di fronte a una sfida nuova e doverosa che deve vedere protagoniste tutte le culture politiche, in un confronto di idee – l’Italia è un Paese in cui a volte ci si confronta con toni inusitati per asprezza, su ciò che meriterebbe essere a volte tralasciato, e al contrario poi non ci si confronta su ciò che può costruire il presente e il futuro – con un po’ di modestia intellettuale. Non c’è da inventare nulla!
Perché è nella migliore tradizione europea, da secoli, avere ben chiaro qual è la stella polare in questo campo. Ho trovato un’espressione di Tocqueville, che lascio a suggello del mio intervento, per dimostrare che per me da questo punto di vista si tratta di tornare all’antico. Le sfide della modernità si vincono quando si hanno solide radici. Si discute tanto della differenza tra laicità e laicismo… discutiamo qualche volta della differenza tra modernità e modernismo… Tornare all’antico e magari rileggere Tocqueville: «Esiste un amor di patria che ha la sua fonte principalmente in quel sentimento impulsivo, disinteressato e indefinibile, che lega il cuore dell’uomo ai luoghi in cui egli è nato. Questo amore istintivo si confonde col gusto delle antiche usanze, col rispetto degli antenati e le memorie del passato; coloro che lo provano amano il proprio Paese come si ama la casa paterna”. “Esiste però – scriveva sempre Tocqueville – un diverso amore di patria, più razionale, meno generoso, si sviluppa con l’aiuto delle leggi, cresce con l’esercizio dei diritti e rivendica una partecipazione attiva alla vita della Polis, indipendentemente dalla situazione di origine di ciascun individuo».
Se oggi qualcuno lo chiama “patriottismo repubblicano”, se oggi – cito Calamandrei – si ricorda la Repubblica come casa e famiglia non solo per gli italiani, che sono nati qui, ma anche per i non italiani, a ben vedere non scopriamo nulla di nuovo. Torniamo a quei valori antichi che proprio perché antichi non passano mai di attualità col passare delle generazioni.


La Bibbia di Yassief

MARCO VINCENZI
27 agosto 2009

LAMPEDUSA (Agrigento), 20 agosto 2009.
Quando sono sbarcati sul molo del porto di Lampedusa sembravano fantasmi, come ha raccontato uno degli operatori in servizio nel Centro di accoglienza. Cinque eritrei, tra cui una donna e due ragazzi minorenni, con il corpo ridotto a uno scheletro e gli occhi persi nel vuoto, che a fatica hanno ricostruito la loro odissea: "Siamo partiti oltre venti giorni fa dalla Libia, eravamo in 78. Noi siamo gli unici sopravvissuti. I nostri compagni morivano e noi gettavamo in mare i loro cadaveri".

Dal reporatage di Ezio Mauro su La Repubblica del 26.10.09:
“Yassief si è portato in barca una Bibbia. La apre, e legge i Salmi: “Quando ti invoco rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera”. [...] A sera, ogni sera, Yassief leggerà la Bibbia, Giosuè, Tobia, i Salmi, e cercherà di confortare i compagni. [...] Dopo 15 giorni (alla deriva senza acqua, cibo e carburante), appare una nave in lontananza. [...] Yassief e un altro ragazzo sono gli unici che sanno nuotare: lasciano la Bibbia a una donna che ha la borsa con sé, si tuffano, è l’ultima speranza, torneranno a salvarli con la nave e li prenderanno tutti a bordo, dove c’è acqua e cibo. Tutti si alzano a guardarli, ma il gommone va dove vuole, dopo un po’ nessuno li ha più visti, e pian piano la nave lontana è scomparsa, loro non ci sono più.”

Ecco cosa significa ‘leggere la Bibbia’. Ce lo insegna Yassief:
- Portare la Parola con sé, al cuore delle esperienze; scegliere di darle un piccolo posto anche quando il bagaglio è essenziale; consentire che semplicemente stia nel nostro umano viaggiare e cercare. Affidare alle parole-esperienze dei Salmi le vicende che ci sconquassano e ci ammutoliscono; leggerla in lungo e in largo: profeti, libri storici, ...
- Alla sera, ogni sera, trasformare la Parola in mensa di conforto e amicizia per tanti affaticati ed oppressi. Una sorta di appuntamento vitale sussurrato che alimenta, sostiene e orienta.
- Lasciare la Parola scritta e meditata per la Parola vissuta come speranza per tutti. Anche se la bocca non avrà più spazio per la voce perché il mare è entrato per sempre.

In questo ‘metodo’ (letteralmente significa ‘via per investigare’) si condensa una sapienza teologica conciliare:
- la Parola di Dio si impianta dentro le questioni e le domande antropologiche che stiamo vivendo;
- essa va ascoltata e offerta in un’ottica comunitaria, a sostegno delle vite di molti;
- è necessario passare da leggere la Bibbia a vivere la Parola fino in fondo, in prima persona, cercando salvezza per tutti. O meglio, lasciando che la Parola possa diventare gesto sostanziale, frammento vitale, trasparenza di salvezza umana.
La Parola di Dio non è il libro, ma un buttarsi per questa porzione di umanità stremata e perseguitata con crudeltà di idee, fatti, leggi, politiche ed economie.
Riconosceremo in Yassief un martire della Parola?


Onoriamo i poveri

APPELLO DEI "BEATI COSTRUTTORI DI PACE"
Padova, 10 luglio 2009

Carissima/o,
la cosiddetta legge - sicurezza sta già ottenendo risultati amari su una fascia sempre più grande di poveri.    
Per questo é importante e urgente, a botta calda, proporci non come oppositori politici, ma come portatori di una necessità pastorale e civile, dichiarandoci obiettori di coscienza.
L’iniziativa non presenta niente di nuovo rispetto al modo di operare di tantissime/i religiose/i e preti con le loro comunità. Semplicemente di fronte a una legge scritta e sbandierata come successo di coerenza politica, starebbe, anche formalmente, la nostra presa di posizione con relativa assunzione di responsabilità.
Il testo dell’appello, di cui è stata inviata bozza, viene confermato. Stanno arrivando le prime adesioni significative con incoraggiamento a proseguire.
Non per propaganda, ma per onestà ed efficacia, va debitamente pubblicizzato.
È evidente che andrà lanciato solamente se condiviso da molti. Per questo sarebbe importante la sua diffusione con le modalità che ognuno ritiene più opportune.
Questo appello va firmato a titolo personale e anche comunitario da tutte le persone con incarichi religiosi che lo condividono.
Le persone che trovi scritte in indirizzo non rispondono ad alcun criterio di selezione , ma semplicemente a un rapporto di conoscenza e di amicizia, perché altre volte hanno partecipato a iniziative analoghe. Ci diamo una settimana per raccogliere più adesioni possibili.
 
Onoriamo i poveri
Come scelta e impegno di vita siamo stati chiamati e mandati a dare ed essere buona notizia per i poveri. La legge - sicurezza, emanata dal Governo in questi giorni, discrimina, rifiuta e criminalizza proprio i più poveri e i più disperati. Riteniamo strumentale e pretestuosa la categoria della clandestinità loro applicata. È lo Stato che rifiuta il riconoscimento.
Per chi perde il lavoro a causa della crisi, è lo Stato che induce alla clandestinità, decidendo arbitrariamente l’interruzione della regolarizzazione. Di null’altro sono colpevoli queste persone se non di essere troppo bisognose. Per lo Stato italiano oggi è questo che costituisce reato.
Molti di noi provengono da una situazione di indigenza.
Con i fatti e non solo a parole ci riconosciamo nella umanità e nella dignità di tutte le persone, che vengono colpite da questa legge iniqua; intendiamo onorare i poveri. Se non
lo facessimo negheremmo le nostre persone e la nostra missione e tradiremmo le nostre comunità. Perciò dichiariamo in coscienza la nostra obiezione pubblica. Vale anche per noi “bisogna obbedire a Dio, invece che agli uomini” (Atti5,29).
Siamo incoraggiati in questa decisione, non solo in riferimento alla fede, ma anche come comuni cittadini, in ottemperanza alle leggi sottoscritte e vincolanti per lo Stato italiano: dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, alla Convenzione sullo stato dei rifugiati, alla Convenzione sui diritti dell’infanzia e alla nostra stessa Costituzione, che questa legge - sicurezza non ha tenuto in considerazione.
Perciò la nostra disobbedienza non riguarda soltanto il nostro comportamento individuale, ma faremo quanto è in nostro potere, perché un numero sempre crescente di cittadini metta in atto pratiche di accoglienza, di solidarietà e anche di disobbedienza pubblica, perché nel tempo più breve possibile questa legge venga radicalmente cambiata.

Adesioni:
don Albino Bizzotto, mons. Giovanni Nervo, don Gianfranco Zenatto, don Romano Frigo, don Maurizio Mazzetto, don Giuliano Giacon, suor Lucia Bizzotto, don Tiziano Dal Soglio, don Umberto Sordo, don Fernando Comi, don Agostino Rota Martir, fra Ettore Marangi, fra Francesco Zecca, padre Fabrizio Valletti, don Pierpaolo Peron, fra Salvatore Mancino, don Giordano Remondi, don Romeo Penon, don Franco Scarmoncin, fra Antonino M. Clemenza, fra Jacopo Pozzerle, don Adriano Peracchi, don Fulvio Falleni, don Fernando Fiscon, padre Gabriele Ferrari, don Giorgio De Checchi, padre Filippo Rota Martir, don Giovanni Cecchetto, don Giacomo Tolot, padre Adriano Sella, padre Diego Pelizzari, suor Donatella Lessio, padre Giovanni Piumatti, padre Giorgio Antonino Butterini, don Severino Alessio, fra Simone Bauce, don Lorenzo Baccin, padre Giorgio Padovan, padre Filippo Ivardi, padre Rosario Giannattasio, padre Antonio Germano Das, padre Nicola Colasuonno, padre Alberto Lanaro, padre Piergiorgio Lanaro, padre Giuseppe Veniero, padre Luigi Zucchinelli, don Antonio Pizzuti, padre Antonio Trettel, don Luca Facco, don Gianfranco Formenton, padre Gianalfonso Oprandi, don Giuseppe Zanon, padre Giovanni Gargano, padre Francesco Lenzi, padre Primo Silvestri, padre Loris Cattani, padre Gino Foschi, padre Franco Bordignon, padre Luigi Lo Stocco, don Gianni Gambin, fra Alberto Maggi, don Matteo Menini, padre Antonio Santini, padre Giampietro Baresi, Commissione Giustizia e Pace dei Missionari Comboniani del Brasile Sud, don Luigi Tellatin, padre Rino Benzoni, Direzione Generale dei Missionari Saveriani, padre Valentino Benigna, Comunità delle Suore delle Poverelle di S.Chiara a Vicenza, padre Livio Passalacqua, don Biagio Podano, suor Debora Contessi, don Mario Costalunga, don Rocco D’Ambrosio, don Daniele Vencato, suor Gigliola Tuggia, suor Ornella Ciccone, suor Giordana Bertoldi, don Emanuele Benatti, suor Maria Teresa Ricci, suor Liliana Aquilina, suor Giuliana Tosetto, fratel Arturo Paoli, padre Angelo Cupini, suor Maria Pia Bizzotto, suor Tina Primon, don Fabio Ferrari, padre Alex Zanotelli, don Felice Tenero, don Andrea Turchini, don Gianmario Baldassarri, don Cristian Squadrani, suor Graziella Grazian, suor Maria Regina Ranzato, don Erminio Pozzi, padre Paolo Costantini, don Paolo Farinella, don Antonio Ruccia, don Tarcisio Giungi, don Alessandro Crescentini, padre Michele Tondi, fra Marcellino Pane, fratel Luigino Peruzzo, don Fabio Bartoli, don Carmine Miccoli, don Pierluigi Barzon, don Franco Marton, don Maurizio Fabbri, padre Paolo Monaco, don Giacomo Panizza, don Nandino Capovilla, suor Franca Cunico, don Tonio Dell’Olio, don Osvaldo Caldari, don Sanzio Monaldini, padre Nino Fasullo, Comunità di Fratelli delle Scuole Cristiane di Scampia - Napoli, fratel Enrico Muller, don Pier Antonio Castello, Comunità Rut Suore Orsoline Caserta, Chiara Castellani, padre Giuseppe Parietti, suor Antonina Caradonna, padre Pierangelo Marchi, padre Giorgio Ghezzi, padre Franco Mella, don Giorgio De Capitani, don Michele Tartaglia, fra Benito M. Fusco, don Federico Bollettin, fratel Tommaso Bogliacino, Comunità Betania Padenghe sul Garda (BS), suor Noris Adriana Calzavara, suor Eugenia Lorenzi, suor Luciana Sattin, fra Bruno Menici, padre Costanza Donegana, suor Raffaella Martelozzo, padre Adriano Bustreo, padre Mario Pistolesi, don Fabio Lazzaro, suor Pia Magistroni, suo Clara Dallorto, don Prospero Bonzani, Fraternità Padri Sacramentini – Caserta, don Achille Rossi, don Ciprian Ghiurca, don Romeo Sinigaglia, fra Alessandro Cortesi, don Claudio Miglioranza, padre Luigi Canesso, fra Giovanni Calcara, Commissione Nazionale della Famiglia Domenicana di Giustizia e Pace, don Gigi Maresu, fra Renzo M. Marcon, don Chino Piraccini, suor Gianlivia Abeni, fratel Gabriele Fumagalli, fratel Franco Ribolla, fratel Yves Amiotte – Petit, fratel Alberto Grimandi, fratel Gianluca Bono, Fraternità di Spello dei Piccoli Fratelli del Vangelo (P. de Foucauld), don Carlo Cavallin, fra Aldo Tarquini, don Marco Tenderini, don Roberto Fiorini, don Riccardo Betto, suor Gianna Giovannangeli, Suore Francescane dei Poveri Roma, fratel Rabino Vincenzo, padre Claudio Crimi, don Giovanni Sandonà, don Ermanno Michetti, don Paolo de Angelis, don Mario Moriconi, don Pasquale Iannamorelli, don Sergio Foglia, don Pietro Orazi, don Danilo Manduchi, don Vincenzo Faresin, don Giancarlo Ruffato, don Luigi Consonni, don Gabriele Secco, padre Giovanni Mengoli, don Antonio Villa, don Alberto Lucchina, don Gianni Chiesa, don Luigi Peretti, padre Marcello Matté, diacono Mario Visalli, padre Felice Scalia, suor Mariarita Bollati, Istituto Suore di San Giuseppe di Pinerolo, don Pasquale Vilardi, CIPAX – Roma.

Adesioni di laici che hanno voluto aderire all’appello nonostante fosse rivolto soltanto a religiose/i:
Rosa Maria Cinetto, Carla Bressan, Agnese Zanonato, Francesca Franco, Maria Teresa Moro, Josette Quercia, Lorenza Bonfio, Schiavon Fiorenza, Giulio Bonanome, Sergio Zangheri, Luisa Zangheri Drago, Alvise Andreose, Anna Maria Michelon, Claudio Gavagnin, Pietro Zangheri, Vittorio Berti, Elena Rampazzo, Nicole Bertolino, Bruna Basso, Olivella Bevilacqua, Lea Zago, Giustino Tobaldo, Anna Maria Evangelista, Luca Mucci, Antonella Zarantonello, Maurizio Barbero, Enrico Peyretti, Eugenio Melandri, Riccardo Marchio, Maurizio Donadelli, Ismaele Ridolfi, Giovanni Paladini, Silvia Bellini, Guido Duiella, Francesco Vendramin, Marta Ghezzi, Carlo Zagatti, Mariangela Zecchini, Marina Piccone, Secondo Ferioli, Chiara Maggio, Daniele Allara, Rossana Casadio, Obdulia Panera, Marco Baldini, Lucia Andriolo Stagno, Valeria Zanon, Mirko Scano, Claudia Marongiu, Maria Vigna, Maria Avallone, Gianpaolo Michelutti, Paola Redoglia, Alessandro Nieddu, Andrea Libero, Elena Ronco, Lucia Cara, Giovanni Puggioni, Giorgio Faccioni, Rosella Faccioni, Francesca Basta, Elvira Lussana, Cinzia Sassi, Giuseppe Licordari, Maria Teresa Chiaro, Monica Uliana, Patrizia Coli, Massimo Viano, Jolanda Spallitta, Gino Buratti, Patrizia Vita, Giannina Subellati, Alberto D’Incà, Roberto Panza, Silvia Lanaro, Paolo Gumier, Progetto Jonathan, Davide Bellarte, Lorenzo Tona, Pasquina Marzola, Ileana Zarone, Daniela Lucchini, Costanza Pera, Belita Perissinotto, Roberta Nacci, Giorgia Tomieri, Giuseppe Cristofani, Normanna Albertini, Michelina Vultaggio, Roberto Di Marco, Alessandra Lazzari, Mario dei Giudici, Paola Mancinelli, Rita Mazzieri, Antonia Chiari, Daniela Mander, Associazione LE C.A.S.E., Cristina Bianchi, Marco Cattaruzza, Marta Rotili, Salvatore Nocera, Francesca Panuccio, Associazione Cultura della Pace di Sansepolcro (AR), Romano Baraglia, Franco Bentivogli, Valeria Scordino, Renato Scordino, Giovanni Trinca, Anna Maria Oliveto, Mariateresa Brigo, Giancarlo Bortoluz, Franco Telesforo, Annamaria Columbu, Giampaolo Baggio, Sonia Baggo, Maria Pizzoli, Giancarla Calafà, Orlando di Bartolo, Antonio Stupiggia, Anna Xausa, Associazione ACLI Zugliano (VI), Eleonora Xausa, Toni Pigatto, Silvana Noferini, Associazione Gaia (Cavallino Treporti – VE), Associazione un Mondo di Gente (Cavallino Treporti – VE), Associazione Verdelitorale(Cavallino Treporti – VE), Guglielmo Verneau, Maurizio Temperini, Davide Patuelli, Giancarlo Battistella, Anna Battistella, Giada Battistella, Grazia Le Mura, Fabio Ceseri, Maria Paola Zunino Girotti, Anna Malgarise, Ebore Koffi N’Dakpangny, Guido Signorino, Manlio Schiavo.
beati@libero.it 


Sicurezza

MASSIMO TOMASSINI
8 luglio 2009

Carissimi,
voi tutti certamente conoscete la recentissima normativa in tema di sicurezza, normativa che dopo il passaggio definitivo al Senato è diventata Legge dello Stato a tutti gli effetti.
non torno sulla questione del reato di clandestinità perchè ormai ne abbiamo parlato abbastanza, e perchè, diciamoci la verità, in un Paese che ha avuto come deputato -e che tuttora presenta come Eurodeputato- uno come Salvini provare a ragionare su un concetto come quello di, appunto, clandestinità è come sperare che la squadretta di calcio nella quale gioca mio figlio l'anno prossimo venga ammessa alla Champions League.
e tuttavia, dal momento che per mia "ventura" appartengo a quella schiera di persone che con questa legge avranno -ahimè- a dover fare i conti, non posso esimermi dal sottolineare come, una volta di più, bene sarebbe, come dice il proverbio, se il calzolaio continuasse a fare il calzolaio e non si "allargasse" in campi che non sono suoi.
appena licenziata questa "legge" il nostro governo si è reso conto che vi sono (e questo, guarda caso, soprattutto in quelle Regioni che sono veri e propri bacini di utenza della Lega, e cioè Lombardia e Veneto) migliaia e migliaia di c.d. badanti (persone sfruttate; senza nessuna garanzia; esposte alla mercé del padrone di turno; esposte ad ogni tipo di ricatto proprio perchè irregolari, e come tali pagate una vera e propria miseria a fronte di un lavoro che come minimo le ha allontanate dalla propria famiglia e dal proprio Paese di origine) irregolari; in nero, in altre parole "clandestine", dunque passibili di sanzione penale.
addirittura, anche se questo il governo ben si guarda dal dirlo, già con la normativa precedente perfino chi dà loro lavoro è passibile di sanzione penale (art.22 D.lvo 286/98).
a dire la verità, poi, questo fenomeno è molto più diffuso di quanto si pensi e non è certo tipico solo del mondo delle "assistenti domiciliari" (nella periferica Trieste si sa che la edilizia è tutta in mano ai serbi, o cioè a padroni italiani che "utilizzano" -sic!- manovalanza serba che aspetta, agli angoli della strada, la mattina presto, di andare a lavorare a giornata, e Dio solo sa quello che accade nel tanto disprezzato -da salvini- Sud), ma questo non riguarda quella fascia piccolo borghese che tanti voti dà al centro destra e che non si preoccupa se un muratore albanese cade e si fa male, ma è atterrito alla prospettiva che la moldava, o la ucraina di turno debba fare dall'oggi al domani le valigie per tornarsene a casa.
ecco dunque che Giovanardi propone quella che se fosse stata proposta dalla sinistra avrebbe sollevato polemiche a dir poco roventi, e cioè quella "sanatoria" con la quale un vero e proprio esercito di persone potrebbe essere regolarizzato.
naturalmente, ai Signori che hanno votato questa legge al sentir solo che parlare di sanatoria i conti non tornano più, e d'altro canto, dovendo rapportarsi ad un certo tipo di elettorato -e cioè ad un elettorato che vuole fare piazza pulita di tutti gli stranieri, ma se possibile non di quelli che gli tolgono le fatiche di lavori ingrati-, non sanno a che santo votarsi.
e allora arriva il ministro Maroni il quale dice, con l'aria di chi la sa lunga, che la legge, in quanto penale, non è retroattiva, e dunque non vale per chi era già in Italia al momento della sua entrata in vigore, di modo che è improprio parlare di sanatoria.
ora, a prescindere dal fatto che questo sottile distinguo tra regolarizzazione in virtù del divieto di irretroattività della legge penale e, appunto, sanatoria non può, nella sua raffinatezza, provenire dalla mente di un nobile -ed iperproduttivo- padano ma deve per forza essere farina del sacco di qualche machiavellico meridionale (che ci sia qualche "terrone" infiltrato nelle fila leghiste??), in quanto degno di un notabile democristiano degli anni '60, con questa frase il predetto Maroni, lungi dall'insegnarci qualcosa in tema di irretroattività della legge penale (ben altri Maestri abbiamo avuto...) ci dà la prova provata di non averla ben capita, neanche lui, questa normativa che a mio modo di vedere è non solo indegna di un Paese civile, ma anche incostituzionale.
infatti l'art.16 del DDL prevede che la sanzione penale nei confronti del clandestino si applica non solo a chi entra nel Territorio dello Stato in difetto dei presupposti di Legge, ma anche a chi ivi si "trattiene" -nuovo art.10 bis D.lvo 286/1998-.
e allora, cosa diciamo alla Olga; alla Natalya di turno che in provincia di Brescia accudisce il nonnino altrettanto di turno, e che magari è entrata -irregolarmente- in Italia, che so, un paio
di anni fa?
le dobbiamo dire, secondo la legge, che è clandestina, che si "trattiene" in Italia irregolarmente, e che come tale deve essere punita.
se così non facciamo è perchè applichiamo una SANATORIA, anche se la vogliamo chiamare in termini che sono un pò più alti rispetto al contesto in cui gli stessi sono stati pronunciati.
allora diciamo le cose come stanno, e cioè che di queste persone abbiamo bisogno, e ne hanno particolare bisogno proprio quei ceti e quelle classi che hanno a lungo contato, nella assoluta mancanza di controlli amministrativi e di legge, sullo stato di irregolarità altrui per tenere le persone "sotto schiaffo"; per non garantire loro quanto dovuto, ed infine per poter lucrare sullo stato di bisogno altrui.
diciamo, una volta di più, che siamo il Paese dove alla stragrande maggioranza delle persone ciò che viene biasimato in pubblico riesce particolarmente bene in privato, con la sola peculiarità che questa volta i nostri furbissimi governanti, sull'onda di questa vomitevole situazione sociale, si sono dati -senza rendersene neppure conto!- la zappa sui piedi.
probabilmente in Italia abbiamo buoni calzolai; di certo abbiamo pessimi legislatori.
Saluti a tutti


Il pacchetto dell’insicurezza
ANOLF, CISL, RETE RADIÈ RESCH,
ASSOCIAZIONE ITALIA- NICARAGUA, LES CULTURES ONLUS

Più di quattro milioni di persone di origine straniera vivono oggi in Italia. Si tratta in gran parte di lavoratrici e lavoratori che contribuiscono al benessere di questo Paese e che lentamente e faticosamente, sono entrati a far parte della nostra comunità.
Persone spesso vittime di pregiudizi e usate come capri espiatori specialmente quando aumentano l’insicurezza economica e il disagio sociale.
Chi alimenta il razzismo e la xenofobia attraverso la diffusione di informazioni fuorvianti e campagne di criminalizzazione fa prima di tutto un danno al Paese. L’aumento degli episodi di intolleranza e violenza razzista a cui assistiamo sono sintomi preoccupanti di un corto circuito che rischia di degenerare e che ci allontana dai riferimenti cardine della nostra civiltà.
Sono questi i principi fondamentali che accomunano ogni essere umano e costituiscono la base di ogni moderna democrazia, come ampliamento documentato nella nostra Carta Costituzionale.
Una società che si chiude sempre di più in se stessa, che cede alla paura degli stranieri e delle differenze, è una società meno libera, meno democratica e senza futuro.

Il Comitato Lecchese “non Aver Paura” Lecco dopo il voto di fiducia avvenuto giovedì 2 luglio, sul cosiddetto “pacchetto sicurezza” ed al clima d’intolleranza che la politica sta alimentando nel paese e che sconfina nella messa in discussione di alcuni tra i diritti fondamentali della persona, esprimono le seguenti posizioni, e s’impegnano ad una fase di denuncia e mobilitazione:

  • condanniamo il contrasto e respingimento sommario verso chi chiede di entrare in Italia, senza considerare le richieste di asilo dei profughi. Queste azioni sono ancor più gravi perché avvengono nel momento in cui il Parlamento Europeo ha approvato il “pacchetto asilo” per un sistema comunitario di protezione, introducendo alcuni emendamenti che rafforzano la solidarietà tra Stati nell’accoglienza, riducono il ricorso alla detenzione e rafforzano la protezione;
  • siamo contrari alla introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale perché impedirebbe l’esercizio di alcuni diritti fondamentali dei migranti, dal ricorso alle cure mediche, alla registrazione del figlio alla nascita, all’istruzione per i minori, infatti, l’introduzione di questa norma rende obbligatoria la denuncia del migrante che si trovi in tale situazione da parte di ogni pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che ne venga a conoscenza;
  • la serie di divieti ed ostacoli contenuti nel pacchetto sicurezza, dalla subordinazione della certificazione dell’idoneità alloggiativa della propria abitazione all’iscrizione o variazione alla residenza anagrafica, all’introduzione di una tassa o contributo che sia per tutte le pratiche relative al rinnovo del permesso di soggiorno, all’introduzione del permesso a punti, sono esasperazioni di una logica repressiva e dissuasiva che non otterranno nessun risultato se non quello di aumentare le situazioni d’irregolarità;
  • vogliamo che nel nostro paese l’azione di tutti si concentri verso una diversa politica migratoria che incentivi la legalità (condizione indispensabile per avere sicurezza) rafforzi i processi d’integrazione ed inserimento sociale, la partecipazione con l’apertura al diritto di voto, la semplificazione e snellimento delle procedure per i permessi e ricongiungimenti;
  • serve una politica migratoria ben diversa da quella attualmente regolata con gli attuali “decreti flussi”, costruiti con norme che creano clandestinità invece che combatterla e non rispondono alle reali esigenze dell’economia e della società
  • pensiamo che la grave crisi economica non debba dar vita a nuove pesanti discriminazioni: per questo chiediamo la possibilità del rinnovo del permesso di soggiorno per chi perde il posto di lavoro oltre gli attuali 6 mesi,  e che le misure di welfare prodotte dalle istituzioni ed enti locali a sostegno delle persone e delle famiglie colpite dalla crisi non discriminino i cittadini stranieri regolari, riconoscendo il contributo che queste persone, in un paese che è già multietnico, danno in  modo consistente e costruttivo alla nostra economia e società.

Il Comitato  ritiene in questo momento prioritario l’impegno per una battaglia culturale e sociale che sconfigga  l’equazione tra la presenza dello straniero, del “diverso”, e l’insicurezza, che impedisca di far leva sulle difficoltà presenti per scatenare guerre tra poveri, o di alimentare la paura per escludere sempre più i nuovi cittadini.


Appello - Scriviamo al Presidente
della Repubblica

CENTRO DI RICERCA PER LA PACE DI VITERBO
7 luglio 2009

Facciamo nostro l'appello del Centro di Ricerca per la Pace di Viterbo a scrivere al presidente della Repubblica chiedendogli di non promulgare il cosiddetto "Pacchetto sicurezza" approvato lo scorso 2 luglio. Invitiamo tutti i nostri lettori a scrivere personalmente al Presidente Napolitano seguendo le indicazioni contenute nella lettera che di seguito riportiamo.

Grazie a tutti
La redazione del sito http://www.ildialogo.org

UNA PREGHIERA
Carissime e carissimi,
stiamo sollecitando persone e movimenti a scrivere al Presidente della Repubblica affinché non ratifichi le misure razziste, criminogene ed incostituzionali contenute nel cosiddetto "pacchetto sicurezza" approvato dal Senato in seconda lettura il 2 luglio 2009, ovvero rinvii alle Camere quel provvedimento chiedendone la modifica nelle parti palesemente incompatibili con la Costituzione e le norme del diritto internazionale recepite nell'ordinamento della Repubblica Italiana.

Vorremmo pregarvi:
a) di scrivere anche voi al Presidente della Repubblica in tal senso, e di rendere pubblica tale iniziativa comunicandola a mezzi d'informazione ed interlocutori vari;
b) di esortare altre persone a farlo, rendendo anch'esse pubblica la loro iniziativa;
c) di inviarci un vostro intervento da pubblicare sul nostro notiziario telematico quotidiano.

La tempestività  decisiva, ed altrettanto decisiva  la vastità della mobilitazione: sussistono i termini giuridici perché il Presidente della Repubblica possa rinviare alle Camere quell'atto, ma  evidente che sarà confortato in tale decisione dal visibile pronunciarsi di una vasta parte del popolo italiano in difesa del diritto, della civiltà, dell'umanità. Facciamo quanto  in nostro potere perché questo accada.

Per scrivere al Presidente della Repubblica l'indirizzo postale :
Presidente della Repubblica, piazza del Quirinale, 00187 Roma; il
fax: 0646993125; l'indirizzo di posta elettronica è:
presidenza.repubblica@quirinale.it
nel web:
https://servizi.quirinale.it/webmail/

Un cordiale saluto.

Centro di ricerca per la pace di Viterbo
strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo
nbawac@tin.it
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/


La gloria di Dio risplende sul volto
di ogni persona

dolore e orrore perchè il razzismo
è ormai “a norma di legge”

PAX CRISTI
5 luglio 2009

“Ero straniero e mi avete accolto (Mt 25,35).  La Parola di Cristo porta a compimento la logica della Scrittura dal Levitico 19,33-34 –“Tratterete lo straniero che risiede fra voi come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso”,  al Deutoronomio 10,19 – “Amate lo straniero perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, alla Lettera agli Ebrei 13,2 – “Non dimenticate l’ospitalità, perché alcuni, praticandola, hanno ospitato senza saperlo degli angeli”.

Dolore e orrore. Il 2 luglio 2009 è stata votata una legge che rompe l’unità della famiglia umana e ne offende la dignità, prende piede l’idea che esistano esseri umani di seconda e terza categoria , un  popolo di “non-persone”, di esseri umani, uomini e donne invisibili. E’ una perdita totale di senso morale e di sentimento dell’umano; questo accade, nel nostro  paese che ha prodotto milioni di emigranti. La legge “porterà solo dolore”, osserva Agostino Marchetto del Pontificio Consiglio dei Migranti.
Il dolore nasce dall’orrore giuridico e civile del “reato di clandestinità”, dall’idea del povero come delinquente e della povertà come reato. La legge votata non è solo contraria alla nostra Costituzione ma a tutta la civiltà del Diritto. Punisce una condizione di nascita, l’essere straniero, invece che la commissione di un reato. Dichiara reato una condizione anagrafica. Infermieri, domestiche, badanti, lavoratori (vittime spesso di morti nei cantieri) o persone in cerca di lavoro e di dignità diventano delinquenti. A questo punto, quanti stranieri frequenteranno un servizio sociale o si rivolgeranno, se vittime della “tratta”,ad associazioni volontarie o istituzionali, forze di Polizia comprese, oggi messe in un angolo dalla diffusione delle cosiddette “ronde”? Quanti stranieri  andranno a far registrare una nascita, si presenteranno in ospedale per farsi curare? Quali gravi conseguenze questo potrà produrre sulla salute di tutti i cittadini è già stato evidenziato da moltissime associazioni di medici. Siamo il paese di Caino?Abbiamo una legge cattiva che ostacola i matrimoni, rompe l’unità delle famiglie. Si introduce il divieto per le donne straniere, in condizioni di irregolarità amministrativa, di riconoscere i figli da loro stesse generati che diverranno “figli di nessuno”, potranno essere sottratti alle madri e messi nelle mani dello Stato. Neanche il fascismo, hanno rilevato alcuni scrittori, si era spinto fino a questo punto. Infatti le leggi razziali del 1938 non privavano le madri ebree dei loro figli, né le costringevano all’aborto per evitare la confisca dei loro bambini da parte dello Stato. La legge è pericolosa perché accrescerà la clandestinità che dice di combattere, favorirà il “si salvi chi può”, darà spazio alla criminalità organizzata, aumentando  l’insicurezza di tutti.
Non c’è futuro senza solidarietà. La legge, tra l’altro, è inutilmente crudele, ricorda don Ciotti. Ci fa tornare ai tempi della discriminazione razziale. E’ una forma di accanimento contro i poveri anche se la povertà più grande, oggi, è la nostra: povertà di coraggio, di umanità, di capacità di scommettere sugli altri, di costruire insieme una sicurezza comune. La sicurezza basata sulla paura sta diventando un alibi per norme ingiuste e dannose, per scaricare il malessere di molti italiani sugli immigrati, capro espiatorio della crisi, bersaglio facile su cui sfoghiamo il tramonto di ogni etica condivisa e della testimonianza cristiana. La tutela della vita e della dignità umana va assunta nella sua interezza per tutti e in ogni momento dell’esistenza. “Non c’è futuro senza solidarietà” scrive il cardinal Tettamanzi. Non c’è sicurezza senza l’aiuto reciproco, senza l’esercizio dei diritti e dei doveri dentro un’azione comune per il bene comune.
Costruire comunità e città conviviali. Benedetto XVI da tempo ci  invita come comunità ecclesiale a diventare “casa ospitale per tutti, segno e strumento di comunione per l’intera famiglia umana”. Per il Papa ogni comunità cristiana deve “aiutare la società civile a superare ogni possibile tentazione di razzismo, di intolleranza e di esclusione […]. Solo nella reciproca accoglienza di tutti è possibile costruire un mondo segnato da autentica giustizia e pace vera” (Angelus 17 agosto 2008).
Invitiamo, quindi, le comunità cristiane e tutti gli operatori di pace a mobilitarsi per costruire la pace nella vita quotidiana spesso prigioniera di solitudini, governata dalla paura e coinvolta in progetti tribali e autoritari.
La gloria di Dio. Nessuno ci è straniero anche perché la distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi stessi e la nostra responsabilità di fronte a lui è quella che abbiamo verso la famiglia umana amata da Dio, verso di noi, pronti a testimoniare la profezia del Risorto che annuncia la pace. “Dio non fa preferenze di persone” (Atti 10,34, Romani 2,11 e 10,12; Galati 2,6 e 3,28; Efesini 6,9; 1 Corinti 12,13; Colossesi 3,11) poiché tutti gli uomini hanno la stessa dignità di creature a Sua immagine e somiglianza. Poiché sul volto di ogni uomo risplende qualcosa della gloria di Dio, la dignità di ogni uomo davanti a Dio sta a fondamento della dignità dell’uomo davanti agli altri uomini (Compendio della dottrina sociale n. 144). 
Questi nostri giorni sono difficili ed oscuri. È' stata oscurata la gloria di Dio.

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