Pace nella terra dei
cedri e in tutto il Medio Oriente
veglia di intercessione
alla Casa sul Pozzo
mercoledì 2 agosto 2006
 

“Il cielo così bello e azzurro, è solcato quasi in continuazione da aerei
da guerra, diretti verso il Libano, questo Paese tanto ospitale e cristiano, ancora una volta teatro di combattimenti. Ecco quanto stiamo vivendo, mentre chiediamo la preghiera di tutti, perché i grandi della politica ascoltino il nostro Dio di pace, il Dio di Gesù Cristo".

Le suore carmelitane della comunità sul Monte Carmelo hanno diffuso questo appello alla preghiera per la pace in occasione della festa del profeta Elia. Per la sua posizione sovrastante la città di Haifa, anche il monte sacro che accomuna tutti i credenti della regione, ebrei, cristiani, musulmani, drusi, si trova in questi giorni sotto il tiro dei missili che rispondono alle incursioni israeliane.
Le parole delle suore fanno eco a quelle di Benedetto XVI che ha auspicato che: "la preghiera si elevi al Signore, perché cessi immediatamente il fuoco tra le Parti, si instaurino subito corridoi umanitari per poter portare aiuto alle popolazioni sofferenti e si inizino poi negoziati ragionevoli e responsabili, per porre fine ad oggettive situazioni di ingiustizia esistenti in quella regione”.
- I Libanesi hanno diritto di vedere rispettata l’integrità e la sovranità del loro Paese.
- Gli Israeliani hanno diritto a vivere in pace nel loro Stati.
- I Palestinesi hanno diritto ad avere una loro Patria libera e sovrana.

Con noi veglieranno i giovani in partenza per il Gabon per l’esperienza “L’altra faccia dell’Africa” e ai quali verrà affidato il “mandato” di condivisione;
un gruppo di amici della comunità clarettiana di Altamura (Ba).
Sarà con noi il Vescovo Alfredo Oburu della Diocesi di Ebebeyn (Kie Ntem) della Guinea Equatoriale.

Al termine convivialità con pane, acqua, frutta: segni di pace e di abbondanza  

1° momento
Perché questa sera?

Perché siamo turbati dal male.
Perché rischiamo di assuefarci al male.
Perché siamo disorientati.
Siamo qui per necessità e per capire il nostro grado di intercessione, di fare opere di pace, di essere ponti e non muri.
Politicamente ci ritroviamo nella dichiarazione di Benedetto XVI:
I Libanesi hanno diritto di vedere rispettata l’integrità e la sovranità del loro Paese.
Gli Israeliani hanno diritto a vivere in pace nel loro Stato.
I Palestinesi hanno diritto ad avere una loro Patria libera e sovrana.

Perché facciamo memoria
Lo diciamo con la motivazione espressa nel Muro della Memoria.
Abbiamo fatto memoria di territori e città dove l’umanità è stata particolarmente violata, brutalizzata, annientata perché questi fatti e luoghi richiedono non solo il non dimenticare, ma l’esigenza di una risposta collettiva di bene, la dichiarazione che la vita è più forte della morte. Dove ci sono stati uomini che non hanno visto, non hanno sentito, non hanno parlato questo muro vuole ridare voce non solo per ieri ma per oggi e per sempre.
Da qui un impegno all’educazione reciproca nonviolenta, all’accoglienza delle differenze, alla convivialità.

Il problema oggi
La sfida più urgente per la nostra civiltà ce la sottolinea un padre e pastore della Chiesa, il Cardinale Martini.
Non metterei il tema della vita, che pure è molto importante, neanche lo stesso tema dell’evangelizzazione che in certi luoghi è tabù, e non si può pronunciare; metterei molto semplicemente l’imparare a convivere come diversi pur condividendo lo stesso territorio  geografico e sociale e imparare a convivere senza distruggerci (pulizia etnica e tutte le forme affini), senza ghettizzarci  (è l’apartheid e le forme più blande dello stesso atteggiamento), senza disprezzarci, o guardarci in cagnesco  e neanche senza solo tollerarci (la tolleranza certo è una cosa bella, è una bella invenzione moderna); ma dobbiamo fare di più: vivificandoci e fermentandoci a vicenda, anche senza parlare di evangelizzazione o conversione, così che ognuno sia aiutato a rispondere di fronte a Dio della propria chiamata; sia musulmano, sia hindù, sia cristiano, sia protestante, sia ortodosso.
Rispondere di fronte a Dio, alla propria chiamata.
Questo è molto difficile; forse è il problema principale della società di oggi e di domani.

Il male si è scatenato sui bambini
200 bambini uccisi in Libano (Allarme Unicef)
Oggi i bambini fanno il mestiere più duro del mondo, il mestiere di morire, che racconta la società in cui viviamo.
E dice che la continuità della lotta, resistenza, speranza è compito delle minoranze affinché e finché nessuno muoia più di morte inutile nel mondo.

Lettura di Geremia 31, 15.
Proiezione delle immagini e tempo di contemplazione.
Accensione dei lumini ai piedi del muro

2° momento
L’altra faccia dell’Africa
viaggio con i missionari clarettiani in Gabon

C'è un'Africa inedita e sconosciuta dietro alle immagini di cartolina, un'Africa tormentata, ma capace di risorse e di rinascite. C'è una terra che non rinuncia a credere a un futuro migliore, e gente comune che non si arrende di fronte alla miseria ed alla violenza.
Abbiamo maturato una proposta: vogliamo andare a vedere quest'altra faccia dell'Africa. Otto concittadini del nostro territorio hanno deciso di dedicare questo mese di agosto a questa esperienza. Li accompagnerà un missionario clarettiano con dieci anni di vita in Gabon. Partiranno dopodomani.
L'esperienza si muoverà su quattro dinamiche:
inserimento = contatto diretto con la gente gabonese attraverso un "campement" in foresta di alcuni giorni, vivendo dell'essenziale con loro.
Servizio = collaborazione nei luoghi di missione con piccoli lavori di manutenzione, soprattutto nell'esperienza Hibiscus Claret per i ragazzi di strada.
Missione condivisa = tempo abitato assieme ai missionari nei villaggi, nelle città, sulle piste.
Deserto = possibilità di costruire una propria sintesi personale nel contesto desertico dell'altopiano bateke.
Formuliamo loro e a tutti noi un augurio con un  pensiero di un nostro amico, don Angelo Casati.
Essere uomini e donne del vento significa ap­partenere alla razza di coloro che scrutano il cielo e la terra a tutto campo, non intristiti dal­l'arroganza del "possesso" della verità, ancora capaci di "rendersi conto" di ciò che accade, non sequestrati da alcuna appartenenza, uomini e donne in movimento, nel movimento del ven­to dello Spirito, unica appartenenza. Pronti ad entrare nel territorio dell'altro. Non ad occupa­re, ma a sorprendere e a sorprendersi. Nella ca­sa dell'altro a sorprendere i segni, a innamorar­si delle tracce, a scoprire il volto della grazia.
Pietro - raccontano gli Atti degli Apostoli -entra nella casa del centurione pagano Cornelio, entra con un seguito di discepoli circoncisi. E sono proprio loro a rimanere interdetti veden­do che lo Spirito di Dio già è effuso sui non cir­concisi, ancora non battezzati.
"Sto rendendomi conto" dice Pietro "che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appar­tenga, è a lui accetto".
"Sto rendendomi conto". Le parole di Pietro suonano come invito a guardare in faccia la re­altà, a non accontentarci di slogan. Invito a fare analisi serie, ad approfondire, a essere donne e uomini che pensano e non si lasciano pilotare e manovrare. Invito a non mettere la nostra intel­ligenza in schiavitù di nessuno, a giudicare, co­me suggerisce il vangelo "da noi stessi" ciò che è giusto. A guardare in faccia senza pregiudizi la realtà. "Hanno ricevuto" dice Pietro "lo Spi­rito Santo al pari di noi". Al pari! Ha guardato in faccia la realtà. Che non era contenuta nei libri.
Ma c'è una condizione. Ci si rende conto, ad una condizione: se si entra nella casa dell'altro.
Non vi siete mai chiesti perché a volte siamo così duri, così intransigenti, così sicuri nel divi­dere il bene dal male? Perché non entriamo nel­la casa dell'altro o, se vi entriamo, vi entriamo non per ascoltare, ma solo per predicare.
Entra e ascolta.
Crea le condizioni per un ascolto, crea le condizioni perché ci si possa raccontare senza timori i segreti più profondi che abitano il cuore. Questo essere trasparenti l'uno all'al­tro è segno di una fiducia donata e guadagnata..
Lo Spirito fiorisce là dove si danno le condi­zioni perché ognuno possa prendere con fran­chezza la parola. Censurare le voci, togliere la parola, non dare spazio a un'opinione pubblica nella chiesa non è fare opera dello Spirito. E' spegnere il vento.
La verità, la verità dell'altro la scopri solo en­trando nella sua casa.
E proverai stupore per ciò che ti era nascosto. Il cuore si aprirà e scoprirai ciò che mai avresti immaginato. Dirai anche tu: "hanno ricevuto lo Spirito al pari di noi". Al pari!
Essere uomini e donne del vento significa an­che essere uomini e donne fedeli ai metodi del­lo Spirito. I doni dello Spirito, dice S. Paolo, sono "a servizio dell'utilità comune". Non per la difesa dei propri interessi, non per lo sfrutta­mento, non per la violenza sull'altro, bensì per la libertà, per il rispetto di ogni persona, di ogni cultura, di ogni fede. Per il dialogo. Non una. sola lingua, ma la molteplicità delle lingue.
Uomini e donne dell'interiorità significa dun­que essere uomini e donne che la loro fiducia non la pongono nella forza esteriore, nelle mac­chinazioni del potere, negli appoggi di quelli che contano. Mettono la loro fiducia in una po­tenza che può far sorridere i grandi strateghi dell'umanità, che predicano ben altri metodi, ben altre efficacie, ben altre strade. Con gli esiti purtroppo che abbiamo tutti sotto gli occhi.
Segui le vie del vento e vedrai lentamente, sorprendentemente, rifiorire angoli di terra.. Vi­cini e lontani.
"Mandi il tuo Spirito" è scritto nel salmo "e rinnovi la faccia della terra". Augurio alle don­ne e agli uomini del vento.

Ora un Vescovo, nato in terra d’Africa e che ha attraversato nei suoi anni tanti paesi e sofferenze, un lungo periodo in Congo, un tempo nella sua terra sotto la dittatura di Macias, dirà delle cose a questi giovani e a tutti noi.

Commento di Alfredo Oburu 

Ai giovani verrà consegnato un frammento di terra cotta sulla quale è incisa una croce.

3° momento
Gioia per una salute riconquistata, grazie al dono di un rene da parte
della sorella del Vescovo Oburu. Augurio per il rientro nella sua Diocesi
in Guinea Equatoriale.

Ci permettiamo prima di tutto, insieme, di benedire un Vescovo e lo facciamo con una antica  benedizione gaelica, la lingua di origine celtica usata ancora in Scozia e in Irlanda e che abbiamo usato in questa casa per accogliere la nascita di una nuova vita.

Possano le strade farsi incontro a te.
Possa il vento essere alle tue spalle.
Possa il sole splendere caldo sul tuo viso.
Possa la pioggia cadere leggera sui tuoi campi.
E, fino a quando non ci rincontreremo,
possa Dio tenerti nel palmo della sua mano.


Invito a portarsi a casa un numero di MC (missionari clarettiani) che ospita una intervista a Mons Alfredo Oburu.

Preghiera memoria
Non troveremo Cristo nel foro o nelle piazze,
Cristo non passeggia ozioso nel foro.
Cristo è la pace, nel foro sono le liti.
Cristo è giustizia, nel foro regna l'iniquità.
Cristo è operosità, nel foro si trova l'inutile ozio.
Cristo è amore, nel foro regna la maldicenza.
Cristo è fedeltà, nel foro domina la perfìdia.
Cristo è nella Chiesa, gli idoli sono nel foro.
Evitiamo la piazza. Non è danno il non trovare quello che cerchiamo,
è rovina cercarlo in luoghi indebiti;
Cercarlo presso chi usurpa il nome di maestro,* cer­carlo con iattanza e non umilmente.
Cerchiamo Cristo dove la Chiesa lo cerca,
sul monte degli aromi, nella nobiltà delle opere.
Egli stesso ci dice dove cercarlo:
« Io sono il fiore dei campi, il giglio delle valli, il giglio tra le spine ».
Il fiore dei campi abita nella semplicità della mente pura,
il giglio delle valli è il fiore della assenza di ogni malizia.
Il giglio tra le spine cresce odoroso in mezzo all'asperità della fatica,
Dio è placato dal cuore contrito.
                                                                                                 S. Ambrogio

Preghiera
Vieni, o nome santo di Cristo, superiore ad ogni altro nome; vieni, potenza dell'altissimo, compassione perfet­ta; vieni, madre misericordiosa; vieni, partecipazione della forza virile. Vieni, o Spirito santo, purifica i nostri reni e i cuori, segnali col sigillo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.

Canto
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Shalom
Rimanete in me, porterete frutto. Shalom

4° momento
Convivialità augurale: Pane, Acqua, Frutta, Miele
Presso tutti i popoli, e in particolare presso i Semiti, il pasto esprime concretamente una comunità di esistenza: mangiare insieme significa
e stabilisce legami.
Il trovarsi insieme per mangiare, in molti casi anche oggi, manifesta una comunione a livello più profondo: ci si riunisce perché si è già uniti.

 
 
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