Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese chiamato Canaan, trovo che malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole.
Jean Giono

SULLE TRACCE DELL'UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI

Gigi&Matteo
Sul libretto che vi è stato consegnato oggi, trovate già tutte le indicazioni per capire quasi ogni angolo della Casa sul Pozzo, abbiamo perciò deciso di raccontare un'altra storia, una storia che ha molti punti in comune con le vicende di questa casa, con l'idea che l'accompagna e con il vissuto dell'associazione che ne è promotrice.
È la storia di un camminatore solitario e di un vecchio pastore.

Giusi
“Una quarantina circa di anni fa, stavo facendo una lunga camminata, tra cime assolutamente sconosciute ai turisti, in quella antica regione delle Alpi che penetra in Provenza.

        (Lello Colombo improvvisa con il sax sul tema: deserto e aridità)

Attraversavo la regione per la sua massima larghezza e, dopo tre giorni di marcia, mi trovavo in mezzo a una desolazione senza pari. Mi accampai di fianco allo scheletro di un villaggio abbandonato. Non avevo più acqua dal giorno prima e avevo necessità di trovarne. Quell’agglomerato di case, benché in rovina, simile a un vecchio alveare, mi fece pensare che dovevano esserci stati, una volta, una fonte o un pozzo. C’era difatti una fonte, ma secca. Le cinque o sei case senza tetto, corrose dal vento e dalla pioggia, e la piccola cappella col campanile crollato erano disposte come le case e le cappelle dei villaggi abitati, ma la vita era scomparsa.
Cinque ore più tardi, non avevo ancora trovato acqua e nulla mi dava speranza di trovarne. Dappertutto la stessa aridità, le stesse erbacce legnose. Mi parve di scorgere in lontananza una piccola sagoma nera, in piedi. La presi per il tronco di un albero solitario. A ogni modo mi avvicinai. Era un pastore.”                                                                                                           

Gigi&Matteo
è il gesto che dobbiamo fare per capire cosa sta scritto nelle foglie di questo albero, un affresco che permette di scorgere molte figure, ma bisogna avvicinarsi ci sono i nomi di persone che hanno determinato la storia dell'umanità, i nomi di persone che più umilmente hanno costruito la storia della comunità di via Gaggio e i nomi di città il cui nome risuona nella memoria per essere state teatro di avvenimenti incancellabili.

Il muro della memoria
Inaugurato nel Natale del 2005, progettato da Agnese Pecorari e realizzato da Nazarena Mauri e Collaboratori, raccoglie e dichiara le fonti che aiutano a comprendere le vite, le scelte, le decisioni, le alleanze e gli incroci generati nel tempo dai membri della Comunità di Via Gaggio.  
Fonti che raccontano di donne e uomini che hanno reso radicale il loro e nostro cammino.
Raccoglie i nomi di bambini/e, donne e uomini con i quali abbiamo camminato alla ricerca di senso e di sostegno reciproco e che hanno già passato il fiume.
Città e territori che sono diventati incroci di storia e ci hanno provocato all’attenzione, all’intercessione.


Claudia
Mi fece bere dalla sua borraccia e, poco più tardi, mi portò nel suo ovile, in una ondulazione del pianoro. Tirava su l’acqua, ottima, da un foro naturale molto profondo, al di sopra del quale aveva installato un rudimentale verricello.”                                                                                         

Gigi&Matteo

Il pozzo non è un foro naturale, ma è il naturale risultato dello scavo, l'acqua c'era, c'è. Il pozzo è luogo di incontro, lo è già stato per molte persone ancora prima che la casa fosse pronta, oggi può rappresentare precisamente lo spirito del progetto Crossing, il laboratorio di doposcuola e attività culturali dedicato ai giovani immigrati.

        (Lello Colombo improvvisa sul tema: atmosfera soffocante)

Claudia&Giusi
Conoscevo perfettamente il carattere dei rari villaggi di quella regione.
Ce ne sono quattro o cinque sparsi lontani gli uni dagli altri sulle pendici di quelle cime, nei boschi di querce al fondo estremo delle strade carrozzabili. Sono abitati da boscaioli che producono carbone di legno. Sono posti dove si vive male. Le famiglie, serrate l’una contro l’altra in quel clima di una rudezza eccessiva, d’estate come d’inverno, esasperano il proprio egoismo sotto vuoto. L’ambizione irragionevole si sviluppa senza misura, nel desiderio di sfuggire a quei luoghi. Le donne covano rancori. C’è concorrenza su tutto. Ci sono epidemie di suicidi e numerosi casi di follia, quasi sempre assassina.”

Gigi&Matteo
La fessura, la spaccatura che percorre tutto il cortile della Casa sul Pozzo è segno dell'allontanare e dell'allontanarsi, è la ferita che ognuno porta con se nell'esperienza della separazione, della solitudine, del dolore. Elzéard Bouffier cammina, cammina e semina con pazienza svolgendo il proprio compito nella desolazione, nello spazio di una frattura che sembrava incolmabile. Le sue ghiande, ma alla fine tutti i semi che pianterà, vanno a colmare piccoli vuoti.

Matteo
“Il pastore che non fumava prese un sacco e rovesciò sul tavolo un mucchio di ghiande. Si mise a esaminarle l’una dopo l’altra con grande attenzione, separando le buone dalle guaste. Quando ebbe messo dalla parte delle buone un mucchio abbastanza grosso di ghiande, le divise in mucchietti da dieci. Così facendo, eliminò ancora i frutti piccoli o quelli leggermente screpolati, poiché li esaminava molto da vicino. Quando infine ebbe davanti a sé cento ghiande perfette, si fermò e andammo a dormire.”

        (Luca Pedeferri accompagna il testo sul tema)

Claudia
“...cominciò a piantare la sua asta di ferro in terra. Faceva così un buco nel quale depositava una ghianda, dopo di che turava di nuovo il buco. Piantava querce. Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi rispose di no. Sapeva di chi era? Non lo sapeva. Supponeva che fosse una terra comunale, o forse proprietà di gente che non se ne curava?
Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila, contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o di tutto quello che c’è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla.
Dissi che, nel giro di trent’anni, quelle diecimila querce sarebbero state magnifiche. Mi rispose con gran semplicità che, se Dio gli avesse prestato vita, nel giro di trent’anni ne avrebbe piantate tante altre che quelle diecimila sarebbero state come una goccia nel mare.”
L’anno seguente, ci fu la guerra del ’14, che mi impegnò per cinque anni.” 

Gigi&Matteo
Jean Giono dopo la guerra desidera tornare in quei luoghi. Con tutti i morti della guerra, sarà morto anche Elzéard Bouffier?

Non era morto. Era anzi in ottima forma.

Giusi     
“Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta. Misurava undici chilometri nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione.”

Claudia 
“ Aveva seguito la sua idea, e i faggi che mi arrivavano alle spalle, sparsi a perdita d’occhio, ne erano la prova. Le querce erano fitte e avevano passata l’età in cui potevano essere alla mercé dei roditori. Bouffier mi mostrò dei mirabili boschetti di betulle che datavano a cinque anni prima. Le aveva piantate in tutti i terreni in cui sospettava, a ragione, che ci fosse l’umidità quasi a fior di terra. Erano tenere come delle adolescenti e molto decise.”
                                                                                                         
Gigi&Matteo
Il vecchio pastore mostra a Jean Giono in lontananza le piante che sono cresciute. Nel cortile della casa sul pozzo la pianta è una sola, vera, oltre all'albero della memoria.
È sulla direttrice della porta, del pozzo, del taglio netto della corte. Stando sulla porta dalla quale siamo entrati questa mattina, in lontananza si scorge il verde di una pianta. È pianta di memorie e di affetti, di frutti, di sapori e di bellezza. È segno di pace e di vittoria. È augurio per quanti entrano.
Lo diciamo adesso per non interrompere il racconto, ormai siete allenati a muovervi seguendo la musica del flauto. Ci sarà un momento in cui il flauto inizierà a suonare, vi chiediamo di formare un cerchio in questo cortile, il più grande possibile, così la maggior parte potrà vedere lo scoprimento della fontana.

Claudia    
“Il processo aveva l’aria, d’altra parte, di funzionare a catena. Lui non se ne curava; perseguiva ostinatamente il proprio compito, molto semplice.
Ma, ridiscendendo al villaggio, vidi scorrere dell’acqua in ruscelli che,
a memoria d’uomo, erano sempre stati secchi.

Giusi 
Ho visto Elzéard Bouffier per l’ultima volta nel giugno del 1945. Aveva ottantasette anni. Avevo ripreso la strada del deserto, ma adesso, nonostante la rovina in cui la guerra aveva lasciato il paese, c’era una corriera che faceva servizio tra la valle della Durance e la montagna. Misi sul conto di quel mezzo di trasporto relativamente rapido il fatto che non riconoscessi più i luoghi delle mie prime passeggiate. Mi parve anche che l’itinerario mi facesse passare in posti nuovi. Ebbi bisogno del nome di un villaggio per concludere che invece mi trovavo proprio in quella zona un tempo in rovina e desolata.
Nel 1913, quella frazione di una dozzina di case contava tre abitanti. Erano dei selvaggi, si odiavano, vivevano di caccia con le trappole; più o meno erano nello stato fisico e morale degli uomini preistorici. Le ortiche divoravano attorno a loro le case abbandonate.
Ora tutto era cambiato.”

        (Letizia, con il flauto traverso suona sul tema: brezza dolce)

Claudia 
“L’aria stessa. Invece delle bufere secche e brutali che mi avevano accolto un tempo, soffiava una brezza docile carica di odori. Un rumore simile a quello dell’acqua veniva dalla cima delle montagne: era il vento della foresta. Infine, cosa più sorprendente, udii il vero rumore dell’acqua scrosciante in una vasca. Vidi che avevano costruito...”

Guidati dagli animatori che li hanno accompagnati nei giochi di tutto il pomeriggio, i bimbi, in fila indiana entrano nel cortile, in assoluto silenzio, furtivi, come per scoprire una sorpresa a lungo attesa. Fanno un gioco, in cerchio, attorno alla fontana che è ancora coperta. Poi tutti insieme tirano il telo che la ricopre, mostrando al pubblico la lastra incisa e il rubinetto con la vasca in pietra.

Gigi&Matteo
... avevano costruito una fontana, non so se era proprio come questa, qui ci sono delle scritte. (I bimbi leggono alcune delle parole che indicano la pace)
La fontana della pace
La parola pace è tradotta in 250 lingue, incisa ad acqua su una lamiera color ruggine. L’acqua cade in una vecchia pietra di uso domestico.
È il segno con il quale si consolida il cammino di questa casa: luogo di operatori di pace e laboratorio di possibili percorsi di pace.  
Il racconto dell'uomo che piantava gli alberi si conclude con questa frase:
Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese chiamato Canaan, trovo che malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole.
Ma per noi non è ancora la fine, invitiamo tutti, quando Giusi eclaudica avranno finito di raccontare a seguirci.
La fontana improvvisa un sottofondo sul tema: acqua che scorre.

Giusi 
“Le case nuove, intonacate di fresco, erano circondate da orti in cui crescevano, verdure e fiori, cavoli e rose, porre e bocche di leone, sedani e anemoni.

Claudia  
Sulle pendici più basse della montagna, vedevo i campielli di orzo e segale in erba;

Giusi
...in fondo alle strette vallate, qualche prateria verdeggiava.

Claudia    
A lato di ogni fattoria, in mezzo a boschetti di aceri, le vasche delle fontane lasciano debordare l’acqua su tappeti di menta. I villaggi si sono ricostruiti poco a poco. Una popolazione venuta dalle pianure, dove la terra costa cara, si è stabilita qui, portando gioventù, movimento, spirito d’avventura.

Giusi   
S’incontrano per le strade uomini e donne ben nutriti, ragazzi e ragazze che sanno ridere e hanno ripreso il gusto per le feste campestri.”

Ci spostiamo tutti nel giardino, sul prato, dove i bimbi continuano a correre, ridere e scherzare, dove le mamme chiaccherano e una piccola orchestra inizia a suonare invitando le coppie a scendere in pista. E vai col liscio!
 

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