ROMERO E L'IDOLATRIA DEL POTERE
di Bruno Ambrosini

1. Può sembrare una affermazione di poco conto o estremamente semplicistica dire che Romero fu un uomo che credette in Dio, alla maniera di Gesù.
Romero cercò e incontrò la volontà di Dio, ciò che Dio sogna/chiede per l’umanità
nella vita quotidiana sua e della gente salvadoregna,
nelle cose ultime e profonde della vita,
là dove si gioca la vita e la morte degli uomini schiavi che non hanno voce né diritti,
là dove nasce il grido della giustizia, la speranza di una società e un uomo sempre più umani.
2. Romero credette nel Dio del Regno e per questa fede fu difensore della vita dei poveri.
Il mondo dei poveri è il mondo del cibo, del lavoro, della salute, della casa, dell’educazione. E questo è il mondo di Dio.
La miseria e la povertà (come necessità strutturale endemica del necessario per vivere) è la creazione rovinata dove è sbeffeggiata e svilita la Gloria di Dio. “La gloria di Dio è il povero che vive” (Lovanio).
Per questa fede Romero denunciò (come il profeta biblico) il peccato del Salvador. Denunciò che la miseria non è destino naturale (a chi tocca … tocca/ è la volontà di Dio), ma frutto di strutture ingiuste.
Denunciò la repressione, i massacri e il genocidio di un popolo (alla fine della guerra la Comision de la verdad affermò che su circa 70.000 morti l’85-90% erano civili).
Ciò che è invisibile nell’offesa a Dio lo rese visibile nel sangue dei cadaveri e ascoltando il pianto delle madri dei desaparecidos e torturati (che spesso apparivano, venivano ritrovati negli immondezzai).
3. Condannò con parole chiare il progetto oligarchico del sistema politico e lo definì idolatrico, fondato sulla menzogna.
4. E’ su questa tematica, dell’idolatria, che voglio soffermarmi partendo da questa componente del ministero pastorale di Romero. Come preti operai della Lombardia negli ultimi 3-4 anni abbiamo riflettuto molto sull’idolatria, tematica complessa e articolata che ci sembra di grande incidenza nella nostra realtà quotidiana attuale.
Mi servirò di alcune mie letture e di alcune riflessioni nostre come preti operai.

A. “Missione oggi”, 2006 n. 3 YVES CARRIER
Romero rivela il carattere sacrificale dell’idolatria, identificandola con la sete di potere.
Se in principio l’idolo appare come una creazione dell’uomo, le persone si dimenticano rapidamente della sua origine e gli attribuiscono poteri soprannaturali. Si tratta di un “sistema di interessi legati” che vincola gli idoli e gli essere umani in una relazione di dipendenza, per cui gli idoli esercitano una coazione che  obbliga a seguirli.
Una volta stabilito, il sistema idolatrico si presenta come assoluto e inamovibile, beneficiando del consenso della maggioranza e facendo breccia nell’insieme delle classi sociali.
Per Romero gli idoli dei mortali pietrificano il cuore di coloro che li seguono, rendendoli insensibili alla sorte di tutti quelli che si trovano ai margini del sistema economico.
Secondo un’immagine biblica gli idoli paralizzano e oscurano la vista di quelli che li adorano. Per questa ragione è necessario disvelare il carattere idolatrico degli anti-valori di questo mondo  (l’anti-Regno), al fine di ristabilire la prospettiva di un Dio liberatore e salvatore, e questo è il compito categorico del Pastore di un popolo cristiano.
L’idolatria, così intesa, costituisce il vero “oppio dei popoli” che preferiscono addormentarsi piuttosto che assumere il peso del proprio coinvolgimento responsabile nella storia umana.
L’originalità della predicazione di Romero è individuabile nell’inclusione di nuovi concetti come “idolatria” e “peccato strutturale”.
Romero da un lato esorta i poveri a farsi carico del proprio destino (vd. la pastorale di accompagnamento e il “ministero della consolazione” e la lettera pastorale “sulle organizzazioni popolari”: “I poveri devo liberarsi da sé, essi devono gestire il loro destino e non essere destinatari dei benefici che scendono dall’alto”). E dall’altro esorta i ricchi a liberarsi dall’ingordigia dei beni materiali se vogliono accedere alla salvezza. Diceva: “Levate gli anelli dalle dita prima che vi taglino le mani”.
Romero denuncia il ruolo perverso del “peccato strutturale” che non è conseguenza del caso, ma che rappresenta una volontà organizzata per difendere e favorire interessi determinati. Il “peccato strutturale” con  il quale in qualche modo tutti collaborano (anche il povero può esserne contagiato) riduce considerevolmente l’esercizio del libero arbitrio e dello sviluppo morale.

B. Roberto Mancini nel suo libro “Desiderare il futuro” afferma: “L’idolatria in senso generale è un sistema rudimentale di significati falsi entro uno scenario nel quale non conta la verità, conta la potenza. Ogni idolatria è una forma di culto della potenza e l’idolo è ritenuto una realtà sovrana, decisiva, risolutiva, a cui l’uomo si sottomette con lo spirito di uno schiavo, cercando di ottenere sopravvivenza, sicurezza e vantaggi dalla sua docilità.
La libertà vera e l’idolatria sono sempre incompatibili. Per questo la libertà, quando riesce nel suo cammino, anziché essere la causa del male, è la forza che spezza l’idolatria. L’idolatria non può prodursi finché rimane desta la speranza autentica e le persone tengono alla loro libertà. Una cultura idolatrica sorge e si espande invece allorché l’angoscia diventa la fonte segreta di senso e di percezione della realtà per una collettività e una civiltà. Così l’angoscia rende possibile una sorta di speranza per cui molti si mettono a ‘sperare’ e pongono la loro fiducia nelle mete che questa pseudo speranza configura. Con il risultato tragicamente equivoco per cui gli uomini si difendono dal bene e si affidano a ciò che li manda in rovina”.

C. Angelo Reginato, prete operaio, così riflette: “L’idolatria è innanzitutto un errore antropologico: l’idolo sfigura l’umano. Solo così la questione dell’idolatria non si riduce a un peccato religioso, a problema sacrale, ma rivela tutta la sua decisività come chiave di lettura per interpretare il reale. Ciò non toglie che la deriva antropologica visibile a valle, a monte sorga coinvolgendo l’immagine di Dio. Qui il problema riguarda il tipo di rapporto che s’instaura col divino. L’idolatria, infatti, non sta nell’oggetto ma nella relazione che si ha con esso.
Gli adoratori del vitello d’oro, durante l’esodo dall’Egitto nel loro cammino di liberazione, si rivolgono all’idolo usando le espressioni ortodosse della fede: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto” (Es. 32, 4 e 8). Viene, dunque, usato il linguaggio della liberazione ma per rivolgersi a un “dio fatto con l’oro degli Egiziani” (Es. 12, 35 ss.)
La relazione instaurata con l’idolo è ancora sotto il segno del faraone (il potere assoluto), nonostante la fuoruscita dalla casa della schiavitù. Un adagio della tradizione di Israele dice in sintesi il senso delle parole del Patto, dell’alleanza: “Non era sufficiente che Israele fuoriuscisse dall’Egitto: occorreva che l’Egitto fosse fatto uscire dal cuore di Israele”.

D. Romero denunciò l’idolatria del potere. Allora si parlava di “democratura”, una dittatura mascherata da democrazia, che ha come elemento inseparabile e irrinunciabile, condizione perché il potere si mantenga stabile, il “sistema di sicurezza”: i famigerati “corpi di sicurezza”.
Ecco un’altra faccia dell’idolatria: la sicurezza. La sicurezza che fa parte dei diritti umani (vd. la Dichiarazione universale dei D. U. del 10-12-48 art. 3) può diventare idolatria?
La sicurezza è garanzia del vivere dell’individuo in mezzo agli altri, nel suo aprirsi all’altro da sé, per poter vivere perché non è autosufficiente.
Ma c’è un’ansia di sicurezza che diventa ossessione ed è radice dell’idolatria della sicurezza quando l’insicurezza esistenziale della condizione umana si vuole superarla attraverso la ricerca del possesso dei beni, di privilegi esclusivi, con tutti i mezzi possibili, compresa la violenza.
Allora è l’idolo che costituisce la risposta all’inquietudine, alle paure, all’ansia del limite.
Perciò questa illusione di sicurezza passa dal singolo individuo ad un gruppo di persone, ad una città, ad uno stato fino a diventare il sistema economico-sociale. Così una piccola parte di umanità si pone contro tutti gli altri considerati come minaccia, nemici ai quali non si riconosce nessun diritto.
Ma la sicurezza che diventa solo repressione, nega i diritti dei poveri, li restringe anche per noi. L’assolutizzare la sicurezza non ci crea riposo e pace, ma ci deresponsabilizza, ci rende passivi di fronte alla storia.

E. Il testo, di alcuni anni fa, di un gruppo di Teologi di Paesi Poveri, compresi Salvador e Guatemala, afferma fra l’altro: “Nei nostri paesi il culto del denaro, del potere, del privilegio ha sostituito il culto di Dio. Questa idolatria considera il denaro, il potere, la proprietà più importanti del popolo: è anti-popolo.
Lo stato di sicurezza nazionale che difende il sistema esige obbedienza cieca e assoluta. Gli idoli governano basandosi sulla paura, sull’intimidazione e la corruzione e la repressione, il terrore e l’assassinio.
Nell’antichità la gente ricorreva a Baal e altri idoli per motivi di sicurezza. Oggi i nostri oppressori ricorrono al denaro, al potere militare ed alle cosiddette “forze di sicurezza” perché ci temono come una minaccia. Come ai tempi dei profeti, anche oggi, questa è la dimensione più perfida del peccato di idolatria: uomini e donne, giovani e vecchi, innocenti e indifesi sacrificati per placare l’idolo, lo stato di sicurezza nazionale e del capitalismo internazionale.
L’idolatria è una menzogna e si perpetua solo ingannando sempre più la gente e stravolge il senso di aspirazioni fondamentali quali “pace, democrazia e libertà.

F. Ho letto ultimamente una riflessione del Card. Martini su cosa veramente significa uno spirito autentico di “intercessione per la pace”, riflessione che penso possa illustrare bene il ministero/servizio episcopale di Romero in una situazione di drammatico conflitto nel Salvador di quegli anni.
Dice Martini: “Intercedere non vuol dire semplicemente ‘pregare per qualcuno’ come spesso pensiamo. Etimologicamente significa ‘fare un passo in mezzo’, fare un passo in modo da mettersi nel mezzo di una situazione. Mettersi là dove il conflitto ha luogo, fra le due parti in conflitto. Si tratta di mettersi in mezzo. Non nella posizione di cercare un compromesso, rimanendo estraneo al conflitto così da potersene andare in ogni momento, ma in atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, e quindi molto più pericoloso.
Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambe le parti e accettando il rischio di questa posizione. E invitare a mettere ciascuno le mani sulla spalla degli altri. E’ necessaria una duplice solidarietà che abbraccia con amore e senza sottintesi le parti in causa. E resistere in questa situazione anche se non capito o respinto dall’una o dall’altra parte … anche se pago di persona perseverando pure nella solitudine e nell’abbandono.
Devo aver fiducia soltanto nella potenza di Dio, credere in Colui che risuscita i morti. Tale fede è difficile... l’intercessione vera è difficile... occorre volerci restare fino in fondo a costo di morirci dentro.
Solo così siamo seguaci di quel Gesù che non si è tirato indietro... nell’orto degli ulivi”.

 
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