3 luglio 2009

La riflessione di Angelo Cupini durante la celebrazione delle esequie
di Fabio Ruzzier


Abbiamo ascoltato, durante la celebrazione dell’Eucaristia di congedo nella chiesa Cuore Immacolato di Maria, la Parola dal Deuteronomio 29, 1-14, dalla lettera ai Romani 16, 1-16, da Giovanni 20, 1-22.
Nel saluto familiare prima della chiusura della bara abbiamo ascoltato Giovanni 16, 16-24. 

Dt 29, 1-14
È un’assemblea solenne quella di oggi; l’abbiamo iniziata il 31 dicembre del 2008. Fabio aveva preso la parola all’inizio dell’Eucaristia di congedo da Dario dicendo: Il funerale di Dario, ventisei anni. Non pare logico, è quasi innaturale. Davanti a lui ci dovevano essere sogni, desideri, progetti, in una parola: la vita.
Eppure non dobbiamo solo piangere su cio’ che avrebbe potuto essere e non è stato.
Lo testimoniano tutti quelli che ora sono qui. A cominciare dai preti sull’altare:
Abbiamo scandito assieme a Fabio, ad Agnese, Chiara e agli amici di sempre giorno per giorno questi sei mesi. Ora siamo convocati a questa tavola di famiglia eucaristica, che riconosce, ringrazia, custodisce la memoria e si disperde nel quotidiano della propria umanità, senza che il capofamiglia introduca e presenti i commensali.
Ma siamo stati convocati da lui, per un congedo e un’assunzione di responsabilità, un patto di vita, in un mistero che ci supera tutti ed è alla radice della nostra vita: Gesù di Nazaret, nel quale abbiamo professato la nostra fede.
Fabio ci ha sempre pensati non solo come figure di amici ma come testimoni di vita.
Confessiamo anche noi, come il popolo della prima lettura in assemblea: non abbiamo  ancora capito quel che abbiamo visto e ascoltato!
È sempre dopo il passaggio, dopo che l’altro ti ha voltato le spalle, che si aprono gli occhi; è questa la nostra fragilità e impotenza, che ci richiama alla concretezza dell’umanità.
C’è una nuova Alleanza e un nuovo Patto, diverso perché è avvenuto un passaggio con la morte di Fabio.

Celebriamo questo congedo, per suo desiderio, in questa parrocchia che è stata l’ambito della sua  formazione giovanile. Io l’ho incontrato qui nella Pasqua del 66. Mi ha sempre detto che il passaggio all’età degli impegni veniva scandito dalla proposta di servizio al Gaspare Gozzi (il vecchio dormitorio pubblico) e dalla condivisione con la Domus Lucis. Questo è stato il suo riferimento costante, il suo angolo di lettura della vita e della storia, dal basso e con fiducia.
È stato il suo allenamento ad essere al mondo, per come questo era, difficile e affascinante. Vi è entrato con uno stile che segnerà tutti i suoi anni: coraggio e passione, intelligenza e studio continuo, prassi quotidiane e orizzonti inesploratiamicizie intense e convivialità fraterne.
Ha dedicato alla vita tutte le sue energie, fino all’ultimo e da questa dedizione riceveva e ricavava energie per resistere al male, fino all’ultimo viaggio in Bulgaria, fino all’ultima uscita di casa domenica 28 giugno. Non si è sottratto mai a un sacrificio se questo serviva a far crescere vita, e lo faceva con dedizione e intelligenza.
Questa sensibilità lo rendeva critico di fronte alla mediocrità, all’arrivismo, alle parole-luoghi comuni, alle presenze invadenti in cerca di visibilità.
Ha curato, come profonda esperienza religiosa, le relazioni interpersonali, l’amicizia, la vicinanza con tutti, la familiarità. L’amicizia è stato il sacramento attraverso il quale ha raccontato il meglio di sé e lo ha fatto penetrare in noi e ci ha fatto intravedere la vicinanza e la cordialità di Dio.
Nella sua attività di studio, di montagna, di coordinatore non si è accontentato di organizzare eventi ma ci ha dato parole che hanno riscaldato il cuore e sono scese profonde nello spirito. Parole di un alfabeto essenziale, scarno come le rocce delle sue montagne che amava e nelle quali sperimentava il cammino della sua vita: gioia e dolore, quotidianità del lavoro, amicizie, luoghi, montagne, cieli, la luce dei cieli della montagna, i cieli più alti, essere nel Signore. (dalla preghiera per le esequie di Franco Pecorari).
Ognuno di noi che è qui sa di aver vissuto un rapporto privilegiato con Fabio ma non concorrenziale con nessuno. La sua e le nostre vite si sono intrecciate senza sovrapporsi o cancellare le differenze; era fondamentale che fossero vite utili.
Ora mentre raccogliamo la sua esistenza fisica tra noi non ci poniamo domande ingenue o ideologiche sulla vita e non cerchiamo frasi consolatorie; ne riconosciamo una centrale: chi è diventato Fabio attraverso tutto quello che ha vissuto, cosa ha permesso e chiesto a noi di diventare attraverso la relazioni con lui, con la sua amicizia forte, la convivialità gioiosa, il pensiero condiviso, l’informazione ricevuta ?
È parte importante di questa assemblea che si esprime in un patto di riconoscenza e di responsabilità per il futuro. Ci siamo chiesto molte volte: quando una generazione diventa  vitale? Quando è in grado di trasmettere un patrimonio di sapienza di vita e di lasciare che la nuova generazione la rigeneri secondo le proprie sensibilità e logiche. Fabio si è impegnato profondamente in questo campo nella funzione di docente, di ricercatore, di consulente, ma anche di compagno di gite e camminate, di comunicatore sugli eventi della storia territoriale.
In sei mesi, una famiglia di 4 persone è stata fisicamente dimezzata a 2. Fabio seguiva lucidamente questo processo.  Si sentiva nel pieno della tormenta, avvolto dalle raffiche dell’alta montagna, in un dialogo difficile con Dio che gli chiede (biblicamente) prima la sua vita e come se questa non bastasse quella del figlio; la sua preoccupazione è che questo processo irreversibile non schiacci  Agnese e Chiara. Aveva progetti di resistenza per quando sarebbe stato costretto a non frequentare più il lavoro in università. La morsa del male non gli ha dato il tempo supplementare.

Rm 16, 1-16
Ha voluto prendere congedo dagli amici; lo aveva sempre detto: il giorno che saprò il conto dei giorni che mi restano voglio passare a salutare tutti gli amici. Aveva sognato la festa di compleanno perché essi ci fossero. La seconda lettura che abbiamo ascoltato, fitta di nomi, di saluti e di sottolineature, ci sostiene in questo sguardo di relazioni personali, differenti, capaci di riconoscenza da parte di Paolo apostolo. E’ stile e metodo, è teologia di chiesa, è impostazione di vita.

Gv 20, 1-22
Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 20, parla di una comunità che accoglie il mistero della risurrezione. E’ il nostro mistero perché siamo nel tempo del Cristo risorto, ma facciamo fatica ad accoglierlo e viverlo. La risurrezione è più difficile e misteriosa della passione. La passione si sente nella carne. La resurrezione è al di fuori dell’esperienza empirica che la tocca solo in qualche aspetto, ci sembra di non avere un linguaggio adeguato che ci parli di queste cose.
Come e con quale spirito avvicinarci ? Fabio avrebbe detto: con la gioia e insieme. Agnese con la cura, la tenerezza, la resistenza al male; Chiara con una presenza  silenziosa e  palpitante.
Ma come godere di Cristo quando tanti soffrono?
La casa di Fabio si è lasciata sempre attraversare da questa domanda senza cancellare la gioia, la festa, la cordialità verso le cose; ha colto la fragilità di questo tempo non solido, incapace di durata, di perseveranza. Un tempo nel quale sembra dominare la giocosità, la verbosità, la litigiosità, un contesto che non convince nell’insieme. Una società di grandi consumi e di divertimenti per tutti non facilita l’entrata nel mistero della risurrezione, che è un mistero che si vive giorno dopo giorno e che richiede profondità e silenzio. La sua famiglia si è sempre fermata sulla soglia di questo tipo di mondo, ponendosi in un modello alternativo per sobrietà, per qualità delle cose, per il gusto del bello.
La risurrezione è il dono definitivo di una vita nuova (G. Lafont). Fabio è stato chiamato a questo dono al mattino presto, prima ancora dell’alba del giorno della risurrezione; l’ora nella quale si parte per andare in montagna; per immergersi nell’altra straordinaria esperienza religiosa, capace di unificare la vita: quella di donne e uomini che camminano, faticano, si misurano con la difficoltà, contemplano le albe, si immergono nei silenzi, godono dell’essenziale per avere uno sguardo altro  su di sé e sulla vita.
Fabio è stato risvegliato a quell’ora ed è andato. Mattino di risurrezione.
Dalla Parola, dalla vita di Fabio, dal commento di tanti, possiamo raccogliere questa conclusione: la vita riesce quando è eccedente. La vita di Fabio è andata oltre il normale, è stata carica di sorprese, ha rotto gli schemi mercantili del do ut des; è stata colma di convivialità, di amicizia che chiama per nome, come Gesù chiama Maria; è stata sovraccarica di sofferenza, di dedizione nel mettere a disposizione il patrimonio di sapere che aveva generato nel tempo. Ha dato la sua vita perché questa crescesse.
Questa nostra assemblea è chiamata ad accogliere questo patto per la vita da custodire e da far crescere.
È assemblea misteriosa che raccoglie i vivi e i morti, il passato e il futuro, il mistero di Gesù di Nazaret ed ora anche quello di Fabio.
C’è un augurio che Fabio ci lascia e lo raccolgo da una preghiera che aveva detto nelle esequie di suo cognato Franco e che ricordo per tutti:
Nell'attesa di ritrovarci tutti, come abbiamo sempre fatto, per un nuovo pranzo di Pasqua, per una Pasqua di Risurrezione.




Il testo di commiato letto da Chiara Ruzzier

Il nostro cammino è giunto al termine.
Scendiamo dunque dalle Alpi Giulie. Nel bagliore del tramonto. La via è stata lunga, abbiamo camminato per tutta una vita.
Dai primi accenni della primavera montana fino alla neve invernale, da Oriente a Occidente. E qui, all’estrema ala occidentale delle Giulie, mi fermo un istante a riguardare.
Io saluto le grandi vette avvolte nelle nubi, saluto la pace tranquilla delle valli. Il mio cuore è gonfio di gratitudine, ma negli occhi mi lampeggia l’orgoglio. Io so chi sono quassù. So che non morirò su questi monti, in queste valli.
Ma il mio ringraziamento viene ancora a te, prima del commiato, o Montasio regale. Quando non sarò più, concedi al mio nome un posticino sulla superba fronte settentrionale delle tue pareti e tieni in alto il mio cuore fra i tuoi picchi meravigliosi!
Julius Kugy




Comune di Trieste

La commemorazione dedicata da Tarcisio Barbo, Consigliere comunale PD al prof. Fabio Ruzzier, Pro-Rettore Vicario dell’Università,

Signor Presidente, Signor Sindaco, colleghi consiglieri,
domenica 28 giugno, di primo mattino, si è spento il prof. Fabio Ruzzier, eminente figura di fisiologo sempre impegnato nella formazione delle nuove generazioni di ricercatori, amico indimenticabile di tanti docenti e loro compagno nell’impegno per un’Università migliore. Avrebbe compiuto 60 anni il 1 luglio. Colpito da una grave malattia, la stessa che solo esattamente 6 mesi fa gli aveva strappato il suo giovane figlio ventiquattrenne, Fabio se n’è andato in silenzio e con grande dignità, caratteristiche che ha mantenuto durante tutta la sua vita. Una vita spesa per la famiglia (lascia la moglie Agnese e la figlia Chiara) per la nostra Università, per la ricerca: un uomo di grande valore per la nostra città che forse non ha saputo coglierne appieno le grandi doti di studioso, educatore e di  scienziato.  Presidente della Società Italiana di Fisiologia, componente il CdA della SISSA e del Consorzio per l’area di ricerca scientifica e tecnologica di Trieste, è stato co-fondatore del dipartimento di scienze della vita del nostro Ateneo.

“Vivono nei nostri cuori – così l’intera università gli ha dato l’ultimo saluto – la sua passione per la ricerca scientifica, il suo amore per la trasmissione del sapere e il suo esempio di instancabile servitore dell’istituzione” Nominato pro-rettore vicario con  delega alla ricerca scientifica, il prof. Ruzzier era ordinario di fisiologia. Prima di diventare numero due dell’Università triestina, aveva guidato per tre anni la facoltà di scienze. A lui si deve la nascita del centro interdipartimentale Brain e del corso di laurea specialistica in neuroscienze, ma anche la spinta verso l’internazionalizzazione dei corsi di laurea. Come ricercatore era apprezzato a livello internazionale portando il suo contributo di studioso sulle più note riviste americane ed europee.
Amante della montagna, che ha frequentato sino all'ultimo con Agnese e con i tanti amici cui è rimasto sempre legato, lo animava sin da giovanissimo un'alta spiritualità di fede religiosa e di autentica testimonianza laicale vissute fuori dagli schemi e con grande determinazione: ne sono esempio concreto le attività di volontariato svolte sin dagli anni giovanili a favore degli ospiti del Gozzi e della Domus Lucis. Con le ospiti della Domus lo ha legato una profonda e intensa amicizia sempre condivisa con la moglie e la mamma. Negli ultimi anni ha prestato attività di volontario anche a favore del dormitorio della Comunità di San Martino al Campo, attività che la malattia lo ha costretto presto a lasciare.
La città perde una personalità di grande statura morale e culturale. Perdo un amico preziosissimo al cui consiglio e alla cui competenza laicale mi sono spesso riferito anche nella mia attività sociale, politica e religiosa.
A conclusione di questa mia breve commemorazione cito le espressioni usate dal Magnifico Rettore Francesco Peroni che trovo molto appropriate “Era una persona di generosità sconfinata nel darsi, cui mi legava un sentimento di profondissima amicizia oltre che di stima infinita”. Se ne ha avuto conferma nella grande partecipazione di popolo e di esponenti delle istituzioni scientifiche e dell’Università intervenuti ai suoi funerali nella Chiesa di via S. Anastasio, unitamente al Vescovo e ai tanti esponenti laici e cattolici impegnati nella comunità triestina. Per ricordarlo anche in questo Consiglio Comunale, chiedo un minuto di silenzio dopo aver espresso la condoglianze alla famiglia e all’intera Università.



31 dicembre 2008
Cimitero di Trieste

L’intervento di Fabio Ruzzier alla celebrazione dell’Eucaristia di congedo
da Dario Ruzzier

Il funerale di Dario, ventisei anni. Non pare logico, è quasi innaturale. Davanti a lui ci dovevano essere sogni, desideri, progetti, in una parola: la vita.

Giobbe, duemilacinquecento anni fa, diceva al suo Dio:
“Perchè dare la vita ad un infelice....
A me sono toccati mesi d’illusione e notti di dolore mi sono state assegnate.
I miei giorni sono stati più veloci d’una spola, sono finiti senza speranza.”
E nei Salmi si legge:
“Hai fiaccato per via la mia forza,
hai abbreviato i miei giorni.
.... Mio Dio,
non rapirmi a metà dei miei giorni”.
Eppure non dobbiamo solo piangere su cio’ che avrebbe potuto essere e non è stato.
Lo testimoniano tutti quelli che ora sono qui.
A cominciare dai preti sull’altare:

Angelo, ci ha sposato, ha battezzato Dario, ha accompagnato già al cimitero altri nostri morti, ha condiviso con noi quattro i più bei momenti;
Mario, il nostro patriarca, sempre pronto a starci vicino, e a tenere per mano noi e Dario.

E poi
Giorgio, vecchio collega fisiologo,
Lucio, il cappellano della nostra università;
Silvio, che alla Domus Lucis tante volte ha pregato per noi.

E poi ci sono gli amici, di Dario e nostri.
Quelli che arrivavano a casa nostra a ore tarde per andarsene a ore piccole.
Quelli con cui Dario suonava la batteria o andava ai concerti, e tanti altri
E i nostri amici, che ci sono stati accanto per tutta la vita o solo in anni più recenti.

Alcuni amici ci accompagneranno con la musica:
Lorenzo, ritornato dalle Dolomiti con il suo flauto, con lui Dario ha fatto l’ultima “sbrissada”, l’altr’anno, sulla pista di Monte Elmo.
Chiara e Franz, con le chitarre. Compagni di paurosi trekking dolomitici e di avventurosi tour dall’Albania a Capo Finisterre.

Ora siamo qui, tutti assieme.



La riflessione di Angelo Cupini durante la celebrazione delle esequie
di Dario Ruzzier

Dario
,
ci congediamo da te con questa tavola di famiglia. Siamo spauriti per questa partenza. Ogni abbandono fisico segna un vuoto, rimanda a una storia, a preoccupazioni, alla vita.
Abbiamo voluto indossare le vesti liturgiche create da tua mamma e che incuriosito vedevi nascere sul tavolo del soggiorno, e usare i vasi che sono serviti per il 25° di matrimonio dei tuoi genitori e che avevamo affidato a te e Chiara come memoria di quel giorno e della vostra vita.
Una tavola raccoglie, esalta e sottolinea ma non cancella le fatiche. Ci stiamo congedando da te , Dario, che hai attraversato il male e la sponda della morte.
Non è consolatorio quello che stiamo vivendo. I sentimenti che sono in noi sono difficili da dire e da orientare. Facciamo una confessione  per non sprecare quanto è avvenuto nella tua vita…
Ti leggo un brano di un testo di un uomo che ci ha lasciato quest’anno: Paolo Giuntella L’aratro, l’ipod e le stelle. Diario di viaggio di un laico cristiano ed Paoline.
Io credo che il dolore, la morte, l’ingiustizia subita dagli innocenti (innocenti non sono i bambini ma coloro che non nuocciono, i nonviolenti, coloro che lottano per i diritti e la convivialità dei popoli come ha sempre vissuto la tua famiglia)  siano un immenso, infinito deposito di speranza, una formidabile pretesa di riscatto (…). Ecco, se te lo dovessi dire fino in fondo, sono proprio le persone straziate, scavate, stuprate dal dolore; sono proprio le persone morte nell’ingiustizia che pretendono, nella mia testa, una liberazione, un regno, una città futura. Se è vero che è difficile rispondere alla domanda: Perché …?, credo tuttavia  che sia difficile pretendere che tutto questo immenso Golgota cosmico, tutto questo incalcolabile corteo di innocenti siano senza senso, senza significato, senza liberazione, destinato al caos, al nulla (…) è più irrazionale, più incredibile, meno ragionevole credere nel nulla che credere in Dio (pp. 112 e 117).

Fabio e Agnese
Siamo compagni, voi del mio sacerdozio, io del vostro matrimonio. Abbiamo raccolto gioie nelle nascite dei figli, nel loro cammino di realizzazione, fatiche, lutti comuni. Ci siamo sostenuti.
Avete dilatato il vostro amore, segnato anche dal sacramento del matrimonio. Mi ha colpito il vostro sostenere, silenziosi,  tutto questo itinerario; riorganizzare tutta la vostra vita sui ritmi del tempo, e delle necessità e dei desideri di Dario.
In un linguaggio di chiesa mi sono detto tante volte in questo tempo: quanta grazia avete fatto passare da voi  a Dario, quanta liberazione dal male, non solo fisico, avete contribuito a realizzare. Alla fine tutta la nostra fatica di vivere si raccoglie nel ridurre per quanto è possibile e ne siamo capaci il male che aggredisce le vite e il cosmo.
Pensavo questo quando vi vedevo con lui, nelle comunicazioni quotidiane, nel sospendere le vostre organizzazioni degli impegni, nell’organizzare al dettaglio quanto potesse ridurre di male.
Dario è morto nella sua casa, tra le sue cose, accompagnato dalle persone più care. Ha desiderato presentarsi sempre dignitosamente, facendo fare anticamera anche agli amici; rispetto per sé e per chi veniva a trovarlo. E poi una gestione positiva della sua fatica.

Gli amici di Dario e le sue compagne.
Avete dato vita; avete creduto e lo avete sostenuto in una ripresa possibile. Avete reso i suoi giorni e le sue notti più normali, quelle che vi hanno appartenuto.

Per tutti noi che sediamo a questa tavola di famiglia per il congedo a Dario
Questa morte è avvenuta in un giorno di Natale, quando il piccolo evento di Betlemme, per chi crede, ha cambiato la storia del mondo e ci ha permesso di guardare con fiducia anche ai momenti difficili della vita, in quanto illuminati e riscattati dal senso nuovo dato dalle vicende umane dalla presenza del figlio di Dio.
Abbiamo fatto memoria e abbiamo proclamato la fiducia nella venuta di Colui che “tergerà ogni lacrima dai loro occhi”, per cui “non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno” come abbiamo ascoltato nella lettura dell’Apocalisse  21,4.
Noi aspettiamo una nuova terra e cieli nuovi nei quali abiti la giustizia. Per questo i cristiani pregano: Viene Signore Gesù.

I sogni di Dario appena abbozzati
Questi cieli e terre nuove non sono attese incrociando le braccia; questo tempo nel quale la vita di Dario si è tesa fino a svuotarsi di tutte le energie è tempo fecondo come quello del Figlio di Dio, un messia al rovescio delle nostre attese umane. Questa fecondità di vita sia ispiratrice di tutti quei gesti che pongono da subito segnali di amicizia, di pace, di desiderio di bene.

L’augurio che ci facciamo lo riprendo dalle parole di un amico comune (Vittorio Martino) : che la mia non sia una morte stupida. Cioè senza senso, inutile, sprecata.
Non perderla è prima di tutto non dimenticarla. Fate memoria; sono le parole feconde che diremo sul frammento di pane e su un po’ di vino. Fare memoria di Dario è cogliere quello che lui è diventato per noi oltre la cronaca.
Sosteniamo il vuoto fisico della presenza con la nostalgia di re-incontrarci.
Traduciamo i segni di bene che non ha potuto portare a compimento perché i suoi giorni sono stati brevi.



Il congedo di Fabio Ruzzier da Dario

Vi diciamo grazie, Agnese, Chiara ed io, per essere stati con noi oggi.
Voglio ringraziare per primi gli amici più vecchi, chi da trenta o quarant’anni ha vissuto con noi, ha visto Dario nascere, ha fatto le prime gite assieme, le prime arrampicatine in Valle o in Dolomiti, la mitica gita sui ghiacci del Similaun.
Alcuni di questi amici gli sono stati accanto anche come medici, lo hanno accompagnato in un viaggio sereno, lo hanno tenuto per mano fino all’ultimo momento.
E le amiche della Domus Lucis: quante volte lo hanno tenuto in braccio sulle loro carrozzine o lo hanno visto giocare nel loro giardino!
E poi voglio ringraziare tutti gli amici e colleghi di vecchia data o di questi ultimi anni. Per prima la nostra Università, in tutte le sue componenti.
La loro costante presenza, in tutti i modi, è stata per noi molto importante.
E poi ci sono i parenti, quelli di Trieste e quelli giunti da Medea.
E ringraziamo gli amici venuti da Lecco, da Milano, da Lubiana e quelli che non sono riusciti a venire da Roma, Varsavia, Wroclaw, Zurigo, dalla Germania, dalla Spagna e dall’America.
Con tutti loro, noi e Dario abbiamo passato momenti lieti. Tutti hanno ora voluto condividere questo momento.
E poi quei medici e quelle infermiere che, soprattutto al Centro Tumori (un nome, Rita, per tutti) sono state sempre disponibili al massimo, e non solo con la loro professionalità. Una infermiera, lunediì mi ha detto: “Gli volevamo bene”.
E infine gli ultimi amici di Dario, il suo gruppo, quelli che noi, vecchi matusa, spesso conosciamo solo con il soprannome. Sono stati con Dario fino all’ultimo, abbracciandolo e accompagnandolo anche quando si era ormai addormentato, con una costanza incredibile e bellissima. Non vogliono essere nominati ma sono tutti nel nostro cuore.
Dario viveva intensamente il valore dell’amicizia, dell’amore. E voi lo sapete bene.
In questi momenti il dubbio è quasi naturale.
Ma una cosa abbiamo sperimentato, Agnese, Chiara, io, ma anche i parenti e gli amici: l’amicizia, l’affetto, l’amore di tanti, per noi e per Dario.
Di questo vi siamo grati noi e di certo vi è grato Dario.
E crediamo in cio’ che scriveva San Paolo ai Corinzi: “Le profezie scompariranno, la scienza svanirà ma l’amore non avrà mai fine”.

 
 
 
 
 
 
 
 
     
 
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