ottobre 2006

 



A cura di Angelo Cupini

UGO RIVA
una cronaca
per interpretare una vita

 

 

Il nome di Ugo Riva sul Muro della Memoria
alla Casa sul Pozzo

Ricordiamo la figura di Ugo Riva con le immaginidegli utlimi mesi, affettuose e intense

 

 

Questa cronaca affonda le radici all’inizio del 900, e cammina per 92 anni e una manciata di giorni. A noi interessa raccogliere gli ultimi tre giorni (da sabato 16 settembre  a lunedì 18 del 2006).
La figura è quella di Ugo Riva, figura familiare a tutta la realtà di via gaggio. Ugo Riva aveva aperto la sua casa in via Gaetana Agnesi per ospitare giovani e non solo, ha ceduto, andando in pensione, la sua piccola impresa, la Cereria s. Gerolamo, e ha desiderato che si realizzasse, sempre per i giovani, la Casa sul pozzo. Annotiamo gli ultimi tre giorni.

Sabato 16 settembre ore 04
Nella fatica del respiro su questo corpo massiccio si incunea un dolore improvviso, veemente. Le parole, sepolte ormai in un suono non più udibile, ritornano a chiedere aiuto, a chiamare nomi, a implorare soccorsi su questo aggredire del male. E’ un combattimento. Le due donne, preziose badanti, una peruviana – mamma di tre figli – e una boliviana – mamma di un figlio, sono alle prese di cura. Mi chiamano. Arrivo in pochi minuti; la tormenta è passata ma il respiro di Ugo ha imboccato una galleria sempre più fievole e lontana.
Non abbiamo più spazio. Ci preoccupiamo di affidare questi passaggi a Dio; lo affidiamo al Padre e alla Madre, gli rinnoviamo il perdono delle colpe.
Poi ancora la cura del corpo perché il trapasso avvenga in condizioni di dignità.
Quando questo arriva, alle 05,25, siamo lì a sostenerci, a dire ancora a Dio di fargli strada, di accoglierlo e a lui che si è affidato al sonno rompendo il respiro gutturale di cominciare a pensare a noi dall’altra sponda del fiume.
Arrivano a brevissima distanza tre giovani che hanno vissuto tanto tempo nella casa di Ugo. Sono commossi profondamente. Sei persone attorno a lui, ancora composto nel sonno; nessuno di noi è legato con vincoli di carne e sangue ma solo di amicizia e di riconoscenza. Penso alle parole di Gesù: chi mi è padre,madre, sorella, fratello. Siamo una famiglia atipica, in tempi diversi ospite di Ugo e di sua moglie Cristina, ed ora siamo quelli che assieme alle due “straniere sudamericane” ci prendiamo cura del suo corpo e di tutto quello che occorre per il trapasso.
La giornata scorre sul filo delle comunicazioni, delle visite, dell’organizzare la casa che rimanga  casa come  lui aveva desiderato quando aveva rifiutato l’ennesimo ricovero in ospedale per poter morire nel suo letto, con il cane a fargli da guardia, con i bambini che entravano a salutarlo, con un antico obiettore fiero della sua bimba di due mesi che è venuto a presentargliela e a dirgli il nome, viola, e Ugo tirando fuori la voce già vicina all’eternità a dirgli: è il nome di un fiore.

Ci vengono in mente le sue richieste che diventano legge:
- niente annunci funebri (chi mi ama saprà del mio passaggio)
- voglio essere cremato per non invadere la scena del mondo
- niente fiori recisi.

A sera eucaristia familiare nella sua casa con gli amici numerosi che in momenti diversi della vita avevano goduto della sua tavola ed ospitalità; si parte dalla parola, la proclamazione delle beatitudini. Una parola scandita e scarna nella sua essenzialità.    

Domenica 17 settembre 2006
Cosa metto in pentola, il lesso? scherza una badante ricordando il menù diventato routine di Ugo. Mangiamo insieme tutti, perché la tavola è segno di comunicazione e di attenzione reciproca. Arrivano i parenti da Trento, da Asti, dal territorio lecchese, gli amici da Varese, da Massa, da Trieste. Tutto è immerso in un clima di sconcertante normalità. Non vi sono drappi neri. Sul muro è rimasto il dipinto di Mino Cerezo omaggio per i 50 anni di matrimonio; una scritta sul muro vicino al  letto che è rimasta da anni: ho mangiato la terra. ..e sapeva d’amore.
Gli amici di Chiuso dicono che si è spenta una fonte della vita storica del quartiere.
Io ho continuato a pensare Ugo come un grande albero dalla radici fitte, elemento naturale del panorama delle nostre vita, ottimista, fedele alla parola data, desideroso di vedere, di sapere, di sentire, con la fatica di congedarsi dal mondo, malgrado dichiarasse di essere stanco e chiedeva garanzie per Cristina sua moglie chiamandomi alcune volte nelle notti di ansia e di solitudine,  
A sera ci raccogliamo nella chiesa parrocchiale per il rosario e la lettura del Vangelo di Matteo: le condizioni del regno. Gianni e Daniela sottolineano con il canto le parole fondamentali dell’alfabeto della speranza: ricordati di me, niente ti turbi, o Cristo Gesù.

Lunedì 18 settembre
Il funerale è alle prime ore del pomeriggio. La sua famiglia eterogenea si ritrova un’ora prima per vivere con tranquillità il congedo. Aspergiamo con un piccolo rametto di ulivo strappato all’albero della casa sul pozzo. Mi fermo a contemplare i segni tracciati sul suo corpo dalle varie persone; il ritmo diverso di ognuno, i riferimenti al corpo e alla croce; congedo di pace.
Poi il corpo è calato nel cortile di casa per essere deposto nella bara; pensavo agli infiniti racconti del suo tempo come volontario della Croce rossa, in carcere nel tempo della guerra, da militare.
Mentre il corpo massiccio di Ugo Riva veniva coperto da un coltre leggera, una donna ha fatto scivolare dentro la bara un melograno appena colto. Mi ha detto, traduce bene la sua persona: tutto il succo è dentro l’involucro, a chicchi.
Nella “corte” antica agli amici in arrivo giungono le parole di Matteo sulle condizioni per essere discepoli; sembra una storia di altri tempi: sulla loggia le persone a guardare e a partecipare, a terra la corona di persone che si infittisce mentre le parole giungono pulite, antiche e sempre nuove a giudicare vite e a imporre ritmi di cammino: non possedete, fidatevi, guardate, dite Padre,  chiedete...
Nella chiesa parrocchiale, raccontata cento volte da Ugo e goduta nel restauro intelligente è stato accolto dal suono del flauto di Letizia; lei le aveva suonato tempo prima delle musiche quasi ad anticipo di questo accompagnamento.  C’erano tanti, ma soprattutto erano tanti quelli che si erano seduti alla sua tavola ed ora erano lì  a questa tavolata ultima con il suo corpo presente.
Prendendo spunto da questo ho parlato della casa di Ugo e Cristina come della casa di Betania:
difficile distinguere tra luogo, persone (Ugo, Cristina, Assunta, Lisetta), clima, avvenimenti, relazioni, attese e desideri. (è quanto raccogliamo dal Vangelo di Giovanni). E’ quanto la vita ci permette di sperimentare quando è vera.

Cosa offre “Betania” e la casa di Ugo? ospitalità, un posto a tavola, un luogo di sosta, una offerta di possibilità, un riconoscimento dell’altra/o, un diritto all’errore.
La Fedeltà alla parola data e all’amicizia. E’ l’impegno per ogni singola persona che ci sta a cuore, della quale ci prendiamo cura, pronti anche a scelte più radicali. E’ un processo quotidiano che fa fare scelte di piena normalità

La casa come parabola del Regno
Il sogno di Dio è fare casa con noi; venne ad abitare in mezzo a noi.
E un amico carissimo, Mino Cerezo, così ha scritto il giorno dopo la morte di Ugo
Amigo Angelo: Recibo consternado la noticia de la muerte de Hugo. Inmediatamente me han venido a la memoria los buenos y felices momentos pasados en su casa, a su lado, junto con Cristina y su hija Assunta. Y me ha sorprendido lo vivos que están esos recuerdos: la entrada a la casa, las escaleras, la sala, el comedor, la cocina, el gabinete filatélico de Hugo, los chicos -¿qué ha sido de ellos?- tu mismo sintiéndote uno más de la familia, amigo y un poco hijo, haciendo la pasta del almuerzo...y andando en su casa como en la tuya.
Estoy seguro que habrá encontrado abiertas de par en par las puertas de la Casa del Padre, quien abrío las suyas a todo el mundo, y que ya estará sentado en la mesa del Reino definitivo quien siempre gustó de sentar a la mesa a tantos amigos y amigas. Para mí ha sido un privilegio sentirme también y tan cordialmente acogido, como uno más, en la casa de Hugo y Cristina. No olvido la tierna pintura que les hice con tanto cariño para su aniversario.

Ho parlato dell’impegno a  custodire la memoria
“La vita di Ugo è stata una fonte perenne di vita per tanti. Grazie. Ci resta soltanto consegnarla nelle mani del Padre e al ricordo profondo di tutti quelli che lo hanno conosciuto”, così ci ha scritto il superiore generale dei missionari clarettiani. .Io ho voluto raccogliere il metodo di fare memoria con un breve racconto di Galeano.
“Sulle rive di un altro mare si ritira un altro vasaio
negli anni della vecchiaia.

Gli si velano gli occhi, gli tremano le mani, è arrivata la sua ora.
Allora si compie la cerimonia dell’iniziazione:
 il vasaio vecchio offre al vasaio giovane il suo pezzo migliore.
Così vuole la loro  tradizione:
 l’artista che se ne va consegna il suo capolavoro
all’artista che viene iniziato.

Il vasaio giovane non conserva quel vaso perfetto
per contemplarlo e ammirarlo,

ma lo butta per terra, lo rompe in mille pezzi,
raccoglie i pezzetti e li incorpora nella sua argilla.”

Eduardo Galeano, da Parole in cammino.

Abbiamo pensato che di fronte a Dio abbia usato le parole di Pedro Casaldaliga:
Alla fine del cammino mi diranno:
Hai vissuto, hai amato ?
Ed io senza dire niente
Aprirò il cuore pieno di nomi.


Le ceneri di Ugo sono state deposte una settimana dopo le esequie, lunedì 25 settembre,  nella tomba dove sono ospiti la figlia Mariassunta, i genitori di Ugo, la seconda a destra del cimitero di Chiuso.

 
 
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