maggio 2008

 



A cura di Angelo Cupini

Dalle parole tristi
a quelle intelligenti

   
   
   
   
 

Dalle parole tristi a quelle intelligenti
Era nell’aria lo scoppio animalesco avvenuto in questi giorni a Napoli/Ponticelli, e con segni diversi anche in molte altre città e territori e, credo, anche nel pensiero di molte donne e uomini che hanno in mano la responsabilità politico-sociale. Un filo di speranza legato alla sapienza di vita depositata in tante persone mi aveva sempre sostenuto, e continua a farlo, nella capacità di vivere tra diversi realizzando percorsi di pace.
Un elemento inquietante di questi giorni è costituito dall’afonia di troppi uomini e istituzioni su questi fatti; alcuni si rifugiano nei richiami ai grandi principi senza attraversare la vita dei bambini, delle donne, dei giovani, degli uomini. Da tanti anni non riesco a pensare a un valore senza abbinare il volto e l’agito delle persone che ho incontrato. Quest’umanità è diventata nemica, criminalizzata; a questa umanità viene data la caccia: caccia al rom. Se le parole sono pietre, questa diventa bottiglia molotov per incendiare le abitazioni (un rito purificatorio per le nostre città!), diventano sputi, diventano ronde, diventano deportazioni, diventano rifiuto della memoria
e assorbimento nei luoghi comuni più scivolosi.
C’è la preoccupazione, sempre più dichiarata e che si traduce in ordinanze, dell’estetica delle nostre città (che figura mi fai fare ! dicono a volte i genitori ai figli); Assisi, Firenze, Roma insegnano. Ma sono solo nomi di capolista.

Da una decina d’anni come piccola associazione (la comunità di via gaggio) ci veniamo interrogando su questo processo mondiale delle migrazioni anche nella nostra città/territorio di Lecco. Abbiamo usato icone per raccogliere l’intensità delle questioni e provocare la crescita di prassi e di pensiero. Le riporto in sequenza: le mani di vario colore che si incontrano; l’impronta del dito sul volto di un Gesù meticcio con la scritta “ero forestiero”;  la famiglia di Nazaret ambientata in un cpt e, nello scorso Natale, Venne senza visto non riferito all’indocumentazione ma al non accorgerci delle presenze.
Abbiamo rilanciato costantemente il testo del cardinale Martini, sempre profetico nello sguardo ed essenziale nell’interrogare; lo ripropongo ancora.

La sfida più urgente della nostra civiltà
Non metterei il tema della vita, che pure è molto importante, neanche lo stesso tema dell’evangelizzazione che in certi luoghi è tabù, e non si può pronunciare; metterei molto semplicemente l’imparare a convivere come diversi pur condividendo lo stesso territorio  geografico e sociale e imparare a convivere senza distruggerci (pulizia etnica e tutte le forme affini), senza ghettizzarci  (è l’apartheid e le forme più blande dello stesso atteggiamento) , senza disprezzarci, o guardarci in cagnesco  e neanche senza solo tollerarci (la tolleranza certo è una cosa bella, è una bella invenzione moderna); ma dobbiamo fare di più: vivificandoci e fermentandoci a vicenda, anche senza parlare di evangelizzazione o conversione, così che ognuno sia aiutato a rispondere di fronte a Dio della propria chiamata; sia musulmano, sia hindù, sia cattolico, sia protestante, sia ortodosso.- Rispondere di fronte a Dio, alla propria chiamata. Questo è molto difficile; forse è il problema principale della società di oggi e di domani.

Dal 2005 abbiamo iniziato come comunità di via gaggio un’esperienza specifica, sistematica a la casa sul pozzo; le abbiamo dato un nome che è rivoluzionario in rapporto alle parole che stiamo leggendo e sentendo oggi: crossing = incrocio, incontro.  Una attenzione alla popolazione di giovani adolescenti che arrivano spaesati, tristi, spesso aggrediti dalla nostra univocità.

Cresce la coscienza in noi che questo è fenomeno centrale, non legato solo alle economie ma anche a una ricerca di nuovi modi di vivere che porterà
ad una trasformazione radicale di tutti noi; lo si chiami come si desidera;
la parola più usata è multiculturale.

Il prefisso “multi”evoca non solo la diversità, il carattere plurale delle appartenenze originarie, ma anche il loro intrecciarsi, la mobilità e la molteplicità che ne risultano. Prima eravamo definiti dai riferimenti dello spazio, oggi bastano sempre meno. La geografia, in partenza, permetteva di situare la diversità. A un territorio corrispondeva una cultura. E le nazioni europee hanno a lungo vissuto nell’illusione che lo stesso valesse per loro.
La storia invece ricorda che l’omogeneità che rivendicano non è un dato originario, e che è stata acquisita con costi di tempo e di violenza. Oggi è impossibile dare per scontata questa omogeneità. Su uno stesso territorio affluiscono diverse culture. La diversità non cessa di accrescersi, in un unico spazio, quello della città.
Anche i riferimenti del passato sono insufficienti. Le origini e la razza non permettono di situare gli esseri umani in modo più significativo. Perché coloro che sono ora qui hanno lasciato la loro patria, la terra dei loro padri e, al di là della loro nostalgia, la loro vita si definisce ormai in rapporto a un futuro, da costruire con altri sul medesimo territorio.

È in questo sguardo di costruzione comune di futuro che bisogna mettere lo sguardo. Questi gruppi non sono inerti; interferiscono tra loro, mescolando suoni e colori, ma anche tradizioni e stili di vita in una moltitudine policroma e sempre mobile. Si mescolano con i matrimoni. Generano bambini meticci. Meticci di etnie lontane, di razze diverse per riprendere il vocabolario dei vecchi manuali. Ma anche meticci di culture diverse, di paesi o anche di nazioni diverse. Le differenze non scompaiono. Si trasformano. Generano nuove differenze.
La criminalità, le tragedie, il male che generiamo appartengono a tutti, non hanno differenze; ci sono culture di morte che dobbiamo combattere incessantemente. Non sono ingenuo o buonista, come si dice oggi.

La caccia al rom mi ha richiamato altre epoche, quelle che ho vissuto da bambino e della cui esistenza drammatica ho avuto notizia da grande: la caccia agli ebrei in Germania, le leggi razziali, le migliaia di zingari finiti nei forni crematori. Per noi, gli zingari, sono nel gradino più basso nella gerarchia dei migranti. A volte sono anche loro a sentirsi così e a presentarsi con l’accattonaggio selvaggio e insistente. Ma da una fonte della comunità di s. Egidio ho anche letto “ sono stati alcuni stati europei, con la loro legislazione, a rubare i figli agli zingari, statuendo che venissero allontanati dai loro genitori e inseriti in famiglie "nazionali" (e, a volte, consegnati ad associazioni di pedofili). Mentre lo stigma di rubare i bambini è rimasto invece addosso agli zingari”.
Da piccolo ho vissuto l’assenza di mio padre richiamato in guerra e finito per anni in un campo di concentramento; i bombardamenti; il rastrellamento dei giovani da parte delle SS in ritirata da Cassino verso il nord. Custodisco come un viatico dentro di me una sua risposta alla mia domanda se si fosse mai iscritto al partito fascista, la sua risposta è stata netta: no, erano prepotenti.

Due pensieri-traccia continuano a sostenermi anche in questi giorni; sono di Dietrich Bonhoeffer ed Etty Hillesum nei loro scritti dal carcere e dai campi di concentramento nazisti:
Per chi è responsabile la domanda ultima non è come me la cavo eroicamente in questo affare, ma: quale potrà essere la vita per la generazione che viene? Solo da questa domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde”.
(Dietrich  Bonhoeffer, Resistenza e resa, ed Paoline 1988, p.64)

“Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare - se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione -, allora non siamo una generazione vitale. Certo che non è così semplice, e forse meno che mai per noi ebrei, ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient'altro che i nostri corpi salvati ad ogni costo - e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione - allora non basterà”.
(Etty Hillesum, Lettere 1942-1943, Adelphi 1990, p.45)

Leggi il documento della Caritas italiana sulla sicurezza del 15.05.08

 
     
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