luglio 2007

 



A cura di Angelo Cupini

Il cammello è passato
per la cruna dell'ago

A 40 anni dalla morte di
Lorenzo Milani

 

 
   

   
   
 

Nel piccolo libro/oggetto che la comunità di via gaggio ha realizzato nell’ottobre del 2000 per ricordare i venticinque anni dell’associazione, ci sono due citazioni di don Lorenzo Milani riconosciute fondative del pensiero, dello sguardo e della prassi di “via gaggio”: la postilla al testamento di Milani, che ha la forza, l’essenzialità, la passione di una dichiarazione d’amore degna del Cantico dei Cantici: Ho voluto più bene a voi che a Dio (mettimi come sigillo sopra il tuo cuore). I ragazzi, Michele, Francuccio, gli altri, sono il sigillo; il sigillo indica dipendenza, appartenenza per sempre, è elemento di riconoscimento.

Due domande nascono imperative:
dove è Dio nella vita di questo prete e della sua comunità?
dov’è l’uomo?

Non li trovi per strade parallele, o per scorciatoie di conquista, si identificano nello sguardo: “quando avrai perso la testa, come l’ho persa io dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio” scriveva Milani a Nadia Neri, ed è l’altro testo fondativo per noi. Sul confine da brivido Dio/Uomo si sono intrecciate le nostre vite.
A 40 anni di distanza dalla sua morte siamo ancora in questo alveo (lo abbiamo inciso nel muro della memoria; lo abbiamo vissuto accompagnandoci con molte storie trafitte; lo stiamo vivendo anche ne la casa sul pozzo).

Lorenzo e Barbiana hanno costituito per me una cesura, un taglio netto tra il prima e il dopo. Il prima era costituito da un indefinito interesse alla realtà giovanile, il dopo è stata l’opzione della condivisione con le persone che la vita ci ha fatto incontrare.
Condividendo la vita, la preoccupazione è stata quella di aiutare le persone a prendere parola su di sé, a maturare contenuti autonomi e responsabili, a non vivere di paura, ad andare al nocciolo della coscienza e di sentire questa nella sua tremenda autonomia.
Prendere parola sulla vita è stato il principio ermeneutico che ha fatto maturare responsabilità. Più tardi, riprendendo in mano la Bibbia, mi sono accorto che il riferimento costante alla Parola profetica fa saltare tutte le strutture precostituite.
Le nostre case, come Barbiana, sono state abitate dalle domande: di senso, di desideri e sogni; da urla disperate per le violazioni subite; d’impegno/lotta per esistere di una dignità negata; da una convivialità quotidiana ricca di segni poveri.
Le nostre case, come Barbiana, sono deserto, periferia infinita. In esse abbiamo maturato un compito politico e spirituale: trasformare le periferie in frontiere, pensandole come luogo di incontri flessibili, di identità cercate, di fermentazioni possibili.

Siamo tornati alcune volte, pellegrini silenziosi, a Barbiana; la prima volta, solo, pensavo che tutto fosse immerso nell’oblio; poi il registro nella cappella del cimitero mi ha raccontato come fino a qualche ora prima c’era stata gente a dialogare . Mi ritornavano in mente le parole di Ernesto Balducci: “Milani è uno di quei maestri di fede che non ci richiamano al ricordo del passato, ma ci hanno dato appuntamento nel futuro”.

La gente, tutti noi, siamo affamati di presente/futuro, e questo dialogo fitto, continuo, lo dice. Barbiana e Lorenzo non sono un mito da custodire o un modello da riprodurre o una appartenenza da dichiarare, ma un laboratorio di vita, dove tutti hanno una responsabilità creativa (ognuno è responsabile di tutto).

Mantenere viva questa memoria vuol dire dichiarare che c’è un quotidiano da reinventare; ci sono alfabeti da imparare per l’oggi e per il futuro, per tutelare i diritti delle persone. Per questo è indispensabile allenarci all’ascolto, alla severità e verità della parola; forse così avverrà il miracolo che Lorenzo diceva di se negli ultimi giorni: il cammello è passato per la cruna dell’ago.

 
 
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