giugno 2006

 



A cura di Angelo Cupini


Le parole
della politica

 

 

 

 

 

Sui pannelli espositivi della propaganda  elettorale a Roma i manifesti  sovrapposti hanno raggiunto spesso molti centimetri di spessore (vedi la foto di Napolitano). Fogli su fogli hanno tentato di esprimere non tanto una comunicazione quanto un modo prepotente di esserci.
Maggio chiude questo lunghissimo itinerario politico che ha visto le elezioni, i presidenti di camera e senato, il presidente della repubblica, i sindaci. Siamo stati invasi da parole urlate, eccessive, volgari, aggressive. Tempi infiniti di show.
Ora abbiamo bisogno di silenzio operativo, al massimo di didascalie ai fatti.
Dobbiamo rimettere sul tavolo questioni serie che fanno parte delle domande vitali, cioè del futuro di essere donne e uomini di questo tempo.
Ancora una volta il Cardinale Martini ci aiuta, oltre che con l’esempio dello straordinario dialogo tra lui e il professor Marino nel quale ci ha indicato contenuti e metodo di lavoro, con l’enucleazione della sfida più urgente della nostra civiltà (sono sue parole in un corso di esercizi per sacerdoti).
Non metterei il tema della vita, che pure è molto importante, neanche lo stesso tema dell’evangelizzazione che in certi luoghi è tabù, e non si può pronunciare; metterei molto semplicemente l’imparare a convivere come diversi pur condividendo lo stesso territorio  geografico e sociale e imparare a convivere senza distruggerci (pulizia etnica e tutte le forme affini), senza ghettizzarci  (è l’apartheid e le forme più blande dello stesso atteggiamento), senza disprezzarci, o guardarci in cagnesco  e neanche senza solo tollerarci (la tolleranza certo è una cosa bella, è una bella invenzione moderna); ma dobbiamo fare di più: vivificandoci e fermentandoci a vicenda, anche senza parlare di evangelizzazione o conversione, così che ognuno sia aiutato a rispondere di fronte a Dio della propria chiamata; sia musulmano, sia hindù, sia cristiano, sia protestante, sia ortodosso.- Rispondere di fronte a Dio, alla propria chiamata. . Questo è molto difficile; forse è il problema principale della società di oggi e di domani.
Uno psicologo abbastanza noto, Sugmund Baun… in un  libro recente, la società liquida,  citava due atteggiamenti che noi abbiamo verso i diversi . L’atteggiamento che chiama antropoemico e l’atteggiamento antropofagico, entrambi distruttivi.
L’atteggiamento antropoemico vuol dire rifiuto , antropofagico vuol dire colonizzare, omogeneizzare. Tra questi due estremi ci sta il giusto mezzo che è molto difficile. Io vivendo a Gerusalemme vedo ogni giorno le tragedie causate da questo non sapersi accettare, non saper vivere insieme, come diversi pur condividendo lo stesso territorio, lo stesso ambiente sociale; mentre invece si è diversi come etnia, come religione, come cultura ecc..
Se questa è la questione vitale, ci sono declinazioni  di parole che richiedono approfondimenti; ne elenco alcune che nel prossimo autunno diventeranno temi di riflessione collettiva alla Casa sul pozzo.
La laicità come condizione fondamentale per vivere la propria appartenenza alla storia.
La decrescita come condizione necessaria , leggendone il motivo nel difficile momento che stiamo vivendo, declinandola nelle contraddizioni degli avvenimenti sociali, politici, ecclesiali di cui siamo impastati.
La mediazione a partire dalle esperienze di cambiamento di cui sono portatori gli immigrati.
I luoghi della segregazione totale (carcere..) quale sfida a tutto il nostro sistema.
La pace ad ogni costo quale profezia della resistenza.
Le scelte personali di sobrietà e di gioia per comunicare speranza.
Questa pagina è un invito al dialogo, all’approfondimento, all’organizzazione delle risorse umane, a dire parole,
o frammenti di parole, vere.

 
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