gennaio 2007

 



A cura di Angelo Cupini

Dalle periferie alla frontiera.
Appunti per il 2007

 

 

L'articolo è pubblicato anche su
"Il Resegone" del 26 gennaio 2006

 

 

Mi ha intrigato con commozione il discorso del nostro vescovo quando ci ha parlato del cuore delle nostre città, delle periferie e mi sono tornate immediatamente le connessioni con altri pensieri, racconti, esperienze vissute.
Un pensiero, espresso il 12 dicembre del 1954 da La Pira, il sindaco di Firenze, dice:“Le città hanno un vita propria: hanno, per così dire, una loro anima e un loro destino: non sono cumuli occasionali di pietra. Sono misteriose abitazioni di uomini e più ancora, in certo modo, misteriose abitazioni di Dio…”. 
Il Cardinale Martini da alcuni anni ci mette sull’avviso: “Abbiamo tutti un immenso bisogno di imparare a vivere insieme come diversi, rispettandoci, non distruggendoci a vicenda, non ghettizzandoci, non disprezzandoci e neanche soltanto tollerandoci, perché sarebbe troppo poco la tolleranza. Ma nemmeno - direi - tentando subito la conversione, perché questa parola in certe situazioni e popoli suscita nodi invalicabili. Piuttosto “fermentandoci” a vicenda in maniera che ciascuno sia portato a raggiungere più profondamente la propria autenticità, la propria verità di fronte al mistero di Dio”.

A trentadue anni dalla nascita della comunità di  via gaggio vado ripercorrendo il cammino e mi accorgo che dopo ogni smarrimento dovuto a cambiamenti impegnativi sono maturate nuove opzioni. La difficoltà ci ha sempre chiesto un’operazione creativa: che la marginalità, le periferie, diventino frontiera:  luogo di incontro, di scambio, di permeazione, di riconoscimento, di cittadinanze.
Questo essere sulla frontiera chiede a tutti di ripensarsi in funzione degli altri, imparando a mettersi nei loro panni; di pensarci nel territorio e nel mondo in una condizione di buona reciprocità (fluidità, reversibilità nel ricevere e nel dare, con confini permeabili e ospitali). Lo penso quando percorro la Lecco/Bergamo e appena passato Pontida leggo a carattere cubitali sul muro: padroni a casa nostra; è l’altra faccia di questo discorso.
Per questo pongo la domanda: come ci alleniamo ad abitare la frontiera?
Mi sembra interessante dirci cosa mettiamo nella cassetta dei ferri del mestiere di cittadini per questa stagione e, banalmente, ne faccio un primo elenco:

  • la consapevolezza che il cambiamento viene dal basso, che deve attraversare la presa di coscienza individuale, perché ciò che viene imposto o proposto da pochi e dall'alto, non diventerà mai efficace.
  • la capacità di lasciarsi interrogare dalla vita, di eliminare i luoghi comuni, le frasi fatte.
  • il rifiuto della lamentazione collettiva che dice che questo tempo va male, che è la  chiacchiera più diffusa assieme al tempo meteorologico e al dirci che siamo sempre di corsa, tra una telefonata e l’altra.
  • la consapevolezza di dover ridurre la nostra invasività sulla scena, di crescere per via del togliere e non dell’aggiungere, per vivere di una sobrietà felice.
  • l’impegno ad essere comunità che pensano più che luoghi di pura esecuzione.
  • l’interrogarci su quando una generazione diviene vitale, capace di custodire il passato e  generare il futuro; quando sa ospitare nel suo corpo il grido del povero traducendolo in desiderio e in possibile progetto.
  • leggere la storia e i processi storici con occhi penetranti.

Nella cassetta dei ferri vanno aggiunti il metodo di lavoro che è fatto soprattutto della pazienza di imparare facendo e di mettere in rete e in gioco tutte le acquisizioni; imparare ad aumentare i punti di vista, a  valorizzarli, arricchendo le competenze personali, comunitarie e collettive.
Forse a furia di frequentarci si diventerà meticci andando alle radici dell’umanità, altra preziosa indicazione del Cardinale Martini: “fermentarci” reciprocamente.
Certamente questo movimento ci chiede una spiritualità dei piccoli segni e dei gesti di re-esistenza quotidiani. Etty Hillesum scriveva nel Diario:
“Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo”.

Le frontiere che incrociamo sono tante: minori, ultimi, giovani, anziani;  aree culturali, dimensioni spirituali, pastorali, vocazionali, parrocchiali. Bisogna aprire lo spazio creativo e progettuale per i nuovi modelli di vita: da quella affettiva, delle comunità, dei gruppi. Non per nulla si parla di ri-creare, ri-esprimere, ri-fondare.

Un teologo ha scritto: “Chissà che tutta la nostra teologia non sia altro che una faticosa rieducazione per popoli che hanno dimenticato le leggi primarie dell’arte del vivere” (Gh. Lafont).

Custodire e far crescere sogni; uno di questi: che il territorio lecchese, così ricco di dedizione agli altri, diventi sempre più luogo dove si produce senso di umanità, di relazione, di spiritualità, di festa, di meticcità. 
Le Chiese hanno un compito vitale perché il loro posto, per costituzione, è nel liberare i poveri dal male.
 
 
comunità di via gaggio onlus - 23900 Lecco - tel. 0341 286106 - part. iva 02337960138 - info@comunitagaggio.it