febbraio 2007

 



A cura di Angelo Cupini

Da cristiani
nella città

 

 

Arcobaleno e pioggia

 

 

In questo mese di febbraio abbiamo attraversato notevoli questioni legate all’essere cittadini, ai diritti di cittadinanza, ai processi con i quali questi diritti vengono espressi. Faccio riferimento in modo particolare alla manifestazione di Vicenza, una manifestazione determinata nei contenuti e pacifica nelle pratiche.
Penso all’altro volto della politica con la caduta del Governo Prodi; un giudizio di antipolitica per i contenuti e le pratiche espresse dagli uomini che si dedicano a questa arte-servizio.
Penso alla violenza verbale e non solo: la ricomparsa delle BR, le scritte inneggianti alle stesse sui muri di Mandello e di Lecco.
Penso all’impegno della comunità di via gaggio nell’affrontare il ciclo di incontri: dalla cronaca alla storia, nel tentativo di prendere parola con modestia e con perseveranza.
Penso al turbamento causato in molte persone dagli interventi del Presidente della Cei, da ingenerare malumori tra Stato e Chiesa.
Mi sembra bello raccogliere in questa editoriale una  nota che il m io confratello, Maurizio Bevilacqua, ha steso per una rivista della Città di Altamura, dove abita e lavora. In uno stile puntuale raccoglie la questione della cittadinanza dei cristiani.

DA CRISTIANI NELLA CITTÀ
«I cristiani vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto, come cittadini, e da tutto sono distaccati, come stranieri. Ogni terra straniera è patria per loro, ed ogni patria è terra straniera». Un anonimo autore del secondo secolo forniva questa celeberrima descrizione della presenza dei cristiani nella società. Dopo diciannove secoli possiamo riconoscerci ancora in queste parole. Il cristiano vive nel tempo e nel luogo che la misteriosa Provvidenza divina gli ha riservato e, come figlio del suo tempo e della sua terra, è chiamato ad adempiervi i doveri di cittadino e ad esercitarne i diritti.
La complessità del tempo moderno ha indotto il Magistero della Chiesa ad esprimersi più volte sui temi della presenza cristiana nella società: è quel complesso di indicazioni che va sotto il nome di dottrina sociale della Chiesa. Fra questi documenti ve n’è uno del Papa Paolo VI, del quale possiamo richiamare alcune riflessioni che appaiono di straordinaria attualità.
Nella lettera Octogesima adveniens Paolo VI, prendendo atto della varietà di situazioni in cui i cristiani sono chiamati a portare la loro testimonianza, diceva: «Ci è difficile pronunciare una parola unica o proporre una soluzione di valore universale. Del resto non è questa la nostra ambizione, né la nostra missione». Sono le comunità cristiane - proseguiva il Papa - a dover analizzare la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del Vangelo ed individuare «le scelte e gli impegni che conviene prendere per operare le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che si palesano urgenti e necessarie in molti casi». È un’afferma­zione molto importante che evidenzia la responsabilità di ogni cristiano e delle diverse comunità locali nel leggere la situazione del proprio territorio lasciandosi guidare dal Vangelo, e a trarne le necessarie conclusioni per un impegno sociale e politico. Come affermava lo scrittore del secondo secolo, il cristiano partecipa a tutto come cittadino. La sua fede non lo aliena dal mondo né lo esonera dalla sua responsabilità. Al contrario - in quanto “cittadino e stranie­ro” - il cristiano può parlare con la necessaria franchezza, non avendo in questo mondo alcun signore cui rendere conto. Ciò impone alle Chiese di essere libere da compromessi con qualsivoglia espressione di potere, cosa che - dobbiamo riconoscerlo - non sempre è stata, né sempre è.
L’esercizio della cittadinanza porterà il cristiano ad agire nel vasto campo sociale, economico e politico. «Prendere sul serio la politica - scriveva ancora Paolo VI - significa affermare il dovere dell’uo­mo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità». Il cristiano cercherà con responsabilità la propria via di coerenza alle esigenze del Vangelo, trattando le cose di questo mondo e riconoscendone l’autonomia. Ancora un rimando alla responsabilità personale del credente nell’essere fedele all’uomo e al Vangelo ed inoltre un invito a guardare alla realtà locale senza dimenticare quella universale e viceversa. «Ogni terra straniera è patria per loro», affermava l’anonimo autore del secondo secolo scrivendo ad un certo Diogneto. Un richiamo quanto mai necessario per noi che viviamo inarrestabili processi di globalizzazione. Al cristiano è precluso, per fedeltà al Vangelo, di chiudersi nell’egoistica ricerca del tornaconto personale o del proprio gruppo. Cittadini e stranieri, dobbiamo sentire nostra la città, quanto il mondo.

«I cristiani obbediscono alle leggi e con la loro vita superano le leggi» afferma ancora la Lettera a Diogneto. Non siamo chiamati a farci padroni della città nemmeno lì ove fossimo la maggioranza, ma a vivere come cittadini che non si lasciano, però, rinchiudere nelle logiche anguste del mondo. Possiamo essere «sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore» (1 Pietro 2,13) senza per questo consegnare ad alcuna autorità umana la gestione della nostra coscienza, perché «la nostra patria è nei cieli» (Filippesi 3,20).
 
 
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