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Affidiamo alle parole che ci hanno accompagnato nella notte del Natale 2006 l’esprimere il compito di comunicare il senso di quanto stiamo vivendo.
Il motivo di questa Assemblea: Il Signore viene (Luca 21, 27).
Alzatevi e levate il capo: (Luca 21,28) vuol dire anche alzare gli occhi, vedere ciò che a molti resta invisibile; allenarsi a scrutare attraverso
i pertugi la salvezza che avanza tra le contraddizioni e le tribolazioni storiche; vuol dire vivere il faccia a faccia con l’altro, con Dio, scoprirne il volto.
È il cuore della veglia di questa notte: riconoscere l’universale bontà di Dio e la sua sconfinata disponibilità a stare con noi.
La speranza viene dal deserto (Luca 3,1-2).
La storia di salvezza conosce i suoi re-inizi nei luoghi marginali, periferici, desertici, dove la parola di Dio può trovare un uomo non distratto che lascia dispiegare su di se la sua potenza.
La purificazione della vita del popolo, la riforma della vita ecclesiale iniziano non da strategie innovative, ma da un uomo che osa lasciarsi purificare, plasmare, dare forma nuova dalla parola di Dio, e mira alla rettitudine del cuore (At 8,21) necessaria per vedere la salvezza di Dio. (comunità di Bose).
Da dove guardare questa nascita
La nascita che irrompe come stupore, e festa, nella morte-vita “severina”(1) - così antica e nuova, alba che segue il movimento del buio più buio - è la continuità più certa e la interpretazione più autorevole di Betlemme. Non ci sono nascite più nuove delle altre: non ci sono eventi “unici” che segnano irreversibilmente un prima e un dopo della storia: né segni anticipabili che possono mettere in allerta, o in attesa.
La novità di un Dio-che-nasce-da-donna è quella di iscriverlo-nasconderlo in una delle tante anagrafi, come un marginale qualsiasi, che propone sempre e solo, un unico esperimento: quello di verificare se, agli angoli delle strade della storia, si incontra ancora la capacità di riconoscere, accogliere, far festa per accompagnarli nel loro futuro i “severini” delle beatitudini:
- li ho incontrati nella cumbre (2) de los pueblos di Cochabamba:
non avevo mai visto-condiviso una assemblea latinoamericana a maggioranza india;
- continuano a ricordarci che sono stati affidati a noi per sempre:
i senza-parola, i senza-memoria, i senza-casa, i senza-futuro:
è possibile rientrare nel ventre della madre, e rinascere;
- non si stancano di immaginare che paesi di assassinati - Colombia, le Napoli-Calabrie, Rio, Johannesburg, Salvador, Bombay - possano essere laboratori di dignità e di giustizia;
- attendono - e sono pronti a riconoscere, come i pastori e i severini - qualcuno che crede nella pace-senza-se-e-senza-ma, e non
in formule di gestione di conflitti, nella Palestina, nel Sudan, nell’Irak, nell’Afghanistan…
- ci chiedono di essere riserva collettiva della sempre più difficile novità della non-stanchezza, dell’impazienza che non si disincanta, della dolcezza. (Gianni Tognoni)
(1) Severini = sono chiamati i poverissimi abitanti-itineranti del Nord-Est brasiliano, uguali in tutto e nel destino a coloro che muoiono: “di vecchiaia sono i trenta / d’imboscata sotto i venti / e di fame un po’ per giorno” da Vita e morte Severina di J. Cabral de Melo Neto.
(2) Cumbre = il vertice dei popoli latinoamericani a maggioranza india.
Il contesto
Stiamo vivendo un fenomeno mondiale: "il nomadismo di popoli;
il nomadismo come diritto a vivere e a costruire un altro tipo di vita”.
Senza saperlo, oppure sapendolo, partecipiamo ad un cambiamento
della storia; siamo costretti a vivere in un altro modo. (Antonietta Potente).
Il Cardinale Martini ha detto nel Duomo di Milano “Abbiamo tutti un immenso bisogno di imparare a vivere insieme come diversi, rispettandoci, non distruggendoci a vicenda, non ghettizzandoci, non disprezzandoci e neanche soltanto tollerandoci, perché sarebbe troppo poco la tolleranza. Ma nemmeno - direi - tentando subito la conversione, perché questa parola in certe situazioni e popoli suscita nodi invalicabili. Piuttosto “fermentandoci” a vicenda in maniera che ciascuno sia portato
a raggiungere più profondamente la propria autenticità, la propria verità
di fronte al mistero di Dio”.
Crossing - l’opzione
La Comunità di via Gaggio dal 2005 ha deciso d’accompagnare le storie
di alcuni ragazzi d’immigrazione nel loro percorso. Nella settimana i ragazzi si trovano alla Casa sul pozzo nel quartiere di Chiuso/Lecco, per incontrarsi con i coetanei italiani e con persone che li aiutano nel difficile compito d’integrare la loro doppia appartenenza.
I problemi più scottanti
I giovani immigrati si trovano a dover elaborare la frattura tra una prima vita vissuta nel Paese di origine ed una successiva nel Paese di accoglienza; ad affrontare la separazione dalle figure significative dell'infanzia, dagli amici e ricostruire i legami con i genitori che spesso non conoscono e con il gruppo dei pari del nuovo Paese così diverso per stili di vita ed esperienza.
Sono carenti spesso di figure significative di riferimento.
Il futuro del territorio
Questi adolescenti entrano a far parte del futuro del nostro territorio.
La loro presenza nei prossimi cinque/dieci anni, ormai maggiorenni, esprimerà un nuovo modello di cittadinanza. Saranno cittadini italiani, ma come saranno nei riguardi del nostro modello culturale e come saremo noi nei loro riguardi? Quale modo di vivere secondo giustizia e pace saremo stati capaci di sperimentare?
La Casa sul Pozzo
È uno dei luoghi di questa sperimentazione .
Questa Casa è leggera ma presente, può apparire chiusa ma è aperta,
ha un impianto di semplicità essenziale ed una giacitura precisa con le facciate poste nella direzione dei quattro punti cardinali: può divenire una bussola per questa città. (Antonio Spreafico).
La Parola
La profezia di Isaia 9,1-3.5-6
Il mistero del Natale è espresso come manifestazione di luce e di gioia.
La lettera a Tito 2,11-14
Lo dice come evento di grazia di Dio nella persona di Gesù di Nazaret, evento che illumina e orienta il vivere dell’uomo in questo mondo.
Il Vangelo di Luca 2,1-14
Nel mistero della natività (che riguarda anche ogni uomo) si esprime la fragilità e la debolezza e al tempo stesso la tenerezza e il prendersi cura della vita. La gloria di Dio, che prende volto in Gesù, si esprime nell’amore per tutti. Dove questo amore è riconosciuto nasce la pace. Questa veglia diventa invito a credere all’amore di Dio e a testimoniarlo.
Testo di commento per questo Natale:
In nome della madre - inaugurazione della vita, di Erri De Luca, Feltrinelli
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