aprile 2006

 



A cura di Angelo Cupini


Invisibilità
e piccolezza

 

 

 

 

 

Nel mese di febbraio le parole Chiese e Moschee hanno significato l’evidenziarsi della sfida del nostro tempo: incontrare e convivere nella diversità. Alcuni hanno sfidato il mondo musulmano affermando l’orgoglio di essere cristiani, chiamandosi a paladini dell’esperienza di Cristo, utilizzandolo come scudo e come clava. E’ bastata la scintilla stupida di una frase, di una maglietta, di un segno.
Il mese di marzo ci ha affondato nella più volgare battaglia per il potere, per l’apparire, per invadere e possedere la scena, per essere notizia permanente.
Come abbiamo resistito ? Come continuiamo a resistere ?
In un prezioso libretto natalizio di Gianni Tognoni dal titolo Sine glossa – ricordi di Francesco  Gianni ha scritto che Francesco (d’Assisi) ha prodotto – come testimone – più cambiamenti di tutti i suoi “confratelli regolari”, tanto che si ritorna, ogni volta, alla sua logica, se non alla sua lettera.
E il Cardinale Martini ci ha condotto, ancora una volta, in una penetrazione della vita : “di fronte alla crisi della nostra epoca che è la perdita del senso dell’invisibile e del trascendente, lo Spirito sta giocando, nell’invisibilità e nella piccolezza, la sua partita vittoriosa”.
Tutte le religioni e le culture devono attraversare questa strettoia: quali sono le opere, i segni che chiedono visibilità per affermarsi, per creare adepti, seguaci; perché tutti abbiamo bisogno di dirci dove vanno a finire le cose che facciamo e cosa cambiano della realtà del mondo.

Ancora Gianni Tognoni.
Francesco è il ricordo del ruolo che ha nella storia l’inefficacia assoluta: sine glossa, ripropone la spensieratezza lucida del Vangelo, che è un invito a non preoccuparsi di come vestirsi, di cosa nutrirsi, di cosa succederà: sono i semi più piccoli quelli che daranno vita a grandi alberi su cui nidificheranno gli uccelli.
E’ storia di nomi e di accoglienza.
Nomi di quanti hanno abitato la nostra vita. Nomi che in questi giorni di Pasqua ritorneranno nella familiarità della comunicazione dei Vangeli; nomi scritti e nomi sottaciuti perché il nostro potesse starci con agio. Nomi che fanno sobbalzare il cuore e promettono l’unico modo che ha Dio di incontraci, la carne dell’altro, e a noi di incontrarlo, con la storia quotidiana degli altri.
Nomi detti senza solennità, dediti al mestiere di dare senso alle cose, di dare sapore ai giorni, di fare un pezzo di strada insieme.
E accoglienza. Ha scritto Erri De Luca  sul Corriere del 4 aprile: All’ombra delle querce di Mamre Abramo siede innanzi alla sua tenda, al riparo del caldo del giorno.
Vede tre uomini spuntare da un lontano cammino. Si alza, va verso di loro e li prega di fermarsi presso di lui per un ristoro.
Prepara un pasto e acqua per i loro piedi affaticati. Abramo fa accoglienza, che consiste nell’andare incontro. 
Non resta fermo ad aspettare di ricevere la visita, ma si fa avanti per procurarsela.
Accoglienza è mossa di invito, da fare per primo e da lontano, senza calcolare chi possano essere gli ospiti, senza averli esaminati.
L’accoglienza non fa distinzioni, non chiede documenti. Il mondo non è un albergo a ore.
Ho trascritto questo frammento pensando ad ognuno di noi, alle nostra case e a quella collettiva sul pozzo, abitata in modi diversi. Suggerendoci che siamo ospiti della terra e non proprietari e che la nostra presenza, per essere armoniosa, deve godere della invisibilità e della piccolezza.

 
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