agosto 2006

 



A cura di Angelo Cupini

2 agosto 2006
Nella cronaca di una serata
a La Casa sul Pozzo, la chiave
per leggere questo
nostro tempo

 

 

 

 

 

Il 2 sera ci siano ritrovati in molti a vivere una veglia di intercessione
per la pace nella terra dei cedri e in tutto il medio oriente. Una veglia motivata dall’essere turbati dal male, dal timore di assuefarci al male, dal bisogno di riorientare il nostro operare, per capire il nostro grado di intercessione, di fare opere di pace, di essere ponti e non muri.

Politicamente ci siamo ritrovati nella dichiarazione di Benedetto XVI:
I Libanesi hanno diritto di vedere rispettata l’integrità e la sovranità del loro Paese;
Gli Israeliani hanno diritto a vivere in pace nel loro Stato;
I Palestinesi hanno diritto ad avere una loro Patria libera e sovrana.
Sul muro della memoria abbiamo inserito un nome nuovo: Cana/Libano; il nome del luogo del massacro di vittime innocenti.
Abbiamo pellegrinato a questo muro accendendo 200 lumini per i 200 bambini uccisi in questi brevi e lunghissimi giorni di guerra, richiamando il pensiero di un amico: oggi i bambini fanno il mestiere più duro del mondo, il mestiere di morire, che racconta la società in cui viviamo.  E dice che la continuità della lotta, resistenza, speranza è compito delle minoranze affinché e finché nessuno muoia più di morte inutile nel mondo.
Abbiamo fatto nostro il pensiero del Cardinale Martini: la sfida più urgente oggi è imparare a convivere come diversi pur condividendo lo stesso territorio  geografico e sociale e imparare a convivere senza distruggerci, senza ghettizzarci, senza disprezzarci, o guardarci in cagnesco  e neanche senza solo tollerarci; ma dobbiamo fare di più: vivificandoci e fermentandoci a vicenda,(...) ognuno sia aiutato a rispondere di fronte a Dio della propria chiamata; Questo è molto difficile; forse è il problema principale della società di oggi e di domani.

Un segno di questa volontà di fermentazione è stata la presenza delle nove persone che il 4 agosto sarebbero partite per l’esperienza L’altra faccia dell’Africa della quale abbiamo dato notizia in questo sito. Ad ognuno di loro il vescovo clarettiano Alfredo Oburu ha detto parole di consiglio pellegrinante e consegnato una piccola croce. A tutti l’augurio con le parole di don Angelo Casati: Essere uomini e donne del vento significa ap­partenere alla razza di coloro che scrutano il cielo e la terra a tutto campo, non intristiti dal­l'arroganza del "possesso" della verità, ancora capaci di "rendersi conto" di ciò che accade, non sequestrati da alcuna appartenenza, uomini e donne in movimento, nel movimento del ven­to dello Spirito, unica appartenenza. Pronti ad entrare nel territorio dell'altro. Non ad occupa­re, ma a sorprendere e a sorprendersi. Nella ca­sa dell'altro a sorprendere i segni, a innamorar­si delle tracce, a scoprire il volto della grazia.

Un segno di vita è stato quello di benedire coralmente il vescovo Alfredo Oburu per il rientro nella sua Diocesi in Guinea Equatoriale, per una salute riconquistata, grazie al dono di un rene da parte della sorella. Lo abbiamo fatto con una antica  benedizione gaelica:
Possano le strade farsi incontro a te.
Possa il vento essere alle tue spalle.
Possa il sole splendere caldo sul tuo viso.
Possa la pioggia cadere leggera sui tuoi campi.
E, fino a quando non ci rincontreremo, possa Dio tenerti nel palmo della sua mano.

Pane, Acqua, Frutta, Miele sono stati i doni consumati per una convivialità augurale per l’umanità.

 
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