febbraio 2009

 



a cura di Angelo Cupini

Le ronde e i volti

   
   
   
   
   
   
   
 

Mi piacerebbe poter dialogare con quante e quanti sul nostro territorio si apprestano a costituirsi in ronde itineranti per offrire sicurezza ai cittadini.
Io non so e nemmeno so immaginarlo come saranno costituite fisicamente le ronde: avranno una pettorina? in quanti andranno? (come i carabinieri due a due?) potranno fermare le persone o soltanto scrutare i comportamenti?

Certamente ci sarà un impatto, non solo simbolico, sul territorio e sulle persone. A Teheran, in Iran, dove sono stato per un breve lavoro per una comunità caldea, mi raccontavano con preoccupazione delle ronde religiose che impaurivano la città; andavano a scoprire se le ragazze e le donne concedevano qualche centimetro di capo o di ginocchia al pubblico; non godevano di buona fama, per la violenza che si scatenava e perché le persone si sentivano prese in ostaggio da uno sguardo che ti viene a frugare costantemente e violentemente nel tuo quotidiano.

Nel 2005 avevo scritto, presentando il calendario annuale dedicato al volto: diventiamo oggetto quotidiano di controllo, registrati dalle telecamere installate nelle città, nelle strade, nei supermercati, negli stadi, nelle metropolitane e in nome della sicurezza accettiamo di essere inventariati. Diventiamo cose, oggetti, atteggiamenti da archiviare. In nome della sicurezza abbiamo accettato la successiva militarizzazione delle città,
il saccheggio a ferro e fuoco dei campi rom, le dichiarazioni retoriche e urlate senza che nessuno faccia sapere a queste persone che stanno dicendo cose che offendono l’umanità, la spottizzazione degli stupri, la riduzione del Vangelo a contenitore di ovvietà.

Vorrei richiamare le parole folli del Vangelo (che annunzia la vittoria nella sconfitta, la vita nella morte, il perdono nel peccato) per dire che si può vivere in un modo altro e soprattutto maturare sguardi politici altri,
di costruzione di una città che ha un’anima e una prospettiva,
come diceva La Pira.
Lo faccio ponendomi la domanda di come guardo gli altri, qual è il mio sguardo? Ad un giovane uomo venuto a chiedere cosa pensassi della sua idea di costituire, anche nella nostra terra, un gruppo di persone che attraversassero i nostri territori offrendo sicurezza e protezione avevo detto che il demone del fai-da-te è sempre dietro l’angolo e gli ho posto
la questione: con quali occhi guardiamo gli altri e, più radicalmente,
come guardiamo noi stessi; siamo in grado di contemplare quella parte
di noi che ci è straniera, sconosciuta, che ci spaventa per il gioco d’ombra;
ci guardiamo qualche volta o leggiamo solo i nostri schermi ideali o ideologici?

Nell’editoriale di gennaio (Il sonno dei normali) avevo citato un frammento
di Roberto Mancini che diceva che c’è un ritorno in forze del male, e che questo sta ponendo domande senza risposte ai nostri territori.
Come affrontarlo (il male), come ridurlo, come prevenirlo è certamente responsabilità collettiva; è sguardo lungo e quotidiano, è re-esistenza
(per affrontare l’oggi ci vogliono più vite da investire perché il consumo è drammaticamente alto); è politica sostenuta da una spiritualità esigente.
Ci sono prassi di cura del territorio che continuano a crescere quotidianamente attraverso i rapporti di vicinato, il sostegno reciproco
con gli affidi anche leggeri, lo scambio del tempo con le competenze
e le cordialità accumulate negli anni; penso ai 15 giovani italiani (è solo
un esempio) che tutte le settimane condividono con gli oltre 40 adolescenti di crossing a la casa sul pozzo, tempo, amicizia e aiuto reciproco nelle materie scolastiche e negli interessi; penso all’animazione degli oratori
e dei centri di aggregazione, al lavoro nelle scuole soggette sempre più
a ristrettezze, alle organizzazioni sportive, penso alle preoccupazioni dei genitori e degli educatori; penso alla presenza dei giovani universitari che studiano nella nostra città e che provengono da tanti Paesi.
Dico questo perché non vedo mai espresso (non dico che non esista) un pensiero politico per la città/territorio con il rischio che tutte le nostre energie vadano ad enfatizzare episodi che di volta in volta finiscono per essere spot pubblicitari, quindi legati alla vendita del prodotto che si vuole piazzare;
le ronde potrebbero essere uno di questi prodotti.

 
     
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