febbraio 2008

 



A cura di Marco Vincenzi

Per un
ascolto mite

 

 
     
 

“So per esperienza che il più delle volte in presenza dei miei fratelli
 ho compreso molte cose della Parola di Dio,
che da solo non ero riuscito a comprendere.
Siete voi che mi fate imparare ciò che insegno.
È la verità: assai spesso io dico a voi ciò che ascolto con voi.”

S. Gregorio Magno



Solo nell’AT la parola ascoltare è ripetuta circa 1100 volte, è una parola chiave; ma a “quale” ascolto ci educa la Parola di Dio? L’ascolto autentico pone domande, inquieta, chiede di giocarsi rischiando qualcosa, perché anche oggi:
- i volti e i corpi parlano: i corpi sono la memoria dei poveri, custodi delle fatiche con ferite, cicatrici e disarmonie tracciate sulla pelle che sono la mappa fedele dei loro percorsi difficili;
- le guerre dimenticate parlano;
- i centri di permanenza temporanei per stranieri parlano;
- il mare tra sicilia e nord africa parla: secondo i casi documentati – per difetto – dalla rassegna Fortress Europe in questi ultimi 20 anni sono morti almeno 11.098 migranti lungo le rotte dell’immigrazione clandestina; di questi 2.459 sono annegati nel Canale di Sicilia e altri 553 nell’Adriatico;
- l’accanimento sui nomadi parla: contrariamente a quel che si pensa sono un presenza molto esigua nel nostro Paese, circa 140mila in tutta Italia, metà dei quali cittadini italiani; il 50% di loro è minorenne;
- le nuove basi militari in costruzione parlano;
- le disuguaglianze planetarie in crescita parlano;
- l’accaparramento delle risorse energetiche e dei beni comuni parla;
- il carcere parla: il suicidio è la prima causa di morte nelle prigioni italiane (Guida per l’informazione sociale, Edizione 2008 – www.redattoresociale.it);
- le connivenze tra politica, affari e mafie o poteri occulti parlano;
- le fatiche di tante coppie o famiglie irregolari parlano:
"Dobbiamo formare delle comunità più solide nelle quali ognuno possa sentirsi accolto incondizionatamente. Attualmente, molte persone non si sentono le benvenute, perché hanno divorziato e poi si sono risposate, perché vivono in coppia fuori del matrimonio, perché sono omosessuali o in un’altra situazione ancora che la Chiesa considera come irregolare. […] come formare delle comunità forti che siano veramente aperte a tutti? […] Bartolomeo de Las Casas diceva che Dio è colui che si ricorda di tutti quelli che sono dimenticati. Ciò significa che noi non dobbiamo restare chiusi in un piccolo ghetto cattolico. Dobbiamo andare a condividere la vita delle persone con le quali saremo in disaccordo su molte cose. Dobbiamo correre il rischio di creare dei legami con ogni tipo di gente bizzarra, i cui modi di vivere possono scioccarci, ma che sono, anche loro, figli di Dio."
padre Timothy Radcliffe (ex Maestro generale dei domenicani) in La Croix, 1.12.2007;
-
i 40 anni dal concilio parlano o dovrebbero parlare a una chiesa che sta perdendo lo sguardo di simpatia verso il mondo e l’umanità;
- la vita spenta di tanti adulti e giovani parla;
- la violenza tra le mura di casa parla: Il 34% delle collaboratrici domestiche presenti in 5 città campione italiane, intervistate nell’ambito di una recente ricerca delle Acli, dichiara di essere stato costretto a lasciare i propri figli nei paesi di provenienza. (…) Circa il 17% delle intervistate (su 702) dichiara di aver subito provocazioni o vere e proprie violenze sessuali. (Redattore Sociale, 22.11.2007 www.redattoresociale.it); 
- certi grandi silenzi non parlano urlano,
ma come famiglie, come giovani, come parrocchie e chiesa, come città… abbiamo ascolto o siamo sempre sintonizzati su altro?

L’ascolto presuppone una coscienza formata, un lavorare su di sé, di darsi degli spazi di silenzio e di meditazione che impastino Parola di Dio e vita, ed esige spazi di formazione-studio per imparare a leggere dentro il tempo che stiamo vivendo: quali tempi ci diamo? quali strumenti? quali luoghi per confrontare le ricerche e gli ascolti (i gruppi e i luoghi che animiamo servono a questo?). Gesù stesso viene presentato come “rivolto verso il Padre”, obbediente cioè, come dice l’etimologia della parola obbedire, che presta ascolto, porge l’orecchio attentamente (e con sottomissione): cfr Eb.5,8 “imparò l’obbedienza (l’ascolto mite) dalle cose che patì”. Per questo Dietrich Bonhoeffer in una lettera scritta durante la carcerazione prima di essere impiccato dai nazisti si esprime così:
"Resta un'esperienza di eccezionale valore l'aver imparato infine a guardare i grandi eventi della storia dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impo­tenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti. Se in questi tempi l'amarezza e l'astio non ci hanno corroso il cuore; se dunque vediamo con occhi nuovi le grandi e piccole cose, la felicità e l'infelicità, la forza e la debolezza: e se la nostra capacità di vedere la grandezza, l'umanità, il diritto e la misericordia è diventata più chiara, più libera, più incorruttibile; se, anzi, la sofferenza personale è diventata una buona chiave, un principio fecondo nel rendere il mon­do accessibile attraverso la contemplazione e l'azione: tutto questo è una fortuna personale".

 
   
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