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5 SOTTOLINEATURE:
propongo 5 sottolineature e un’andatura (un’ottica complessiva, uno stile) per un ascolto che permetta futuro, perchè per non impedire il futuro ci vuole un ascolto mite e non saccente o gonfio di sé.
- ascoltare è essere consapevoli che proveniamo da un ascolto che ci ha preceduto (se siamo qui significa che qualcuno ha ascoltato i nostri bisogni, le parole, i lamenti, le ricerche…); da sempre un ascolto ci ha fatto crescere ("Signore tu mi scruti e mi conosci…", Sal 139)
- l’ascolto non è un dovere o una cortesia chiesta dal galateo, ma una questione vitale. La nostra identità (personale e collettiva) è in avanti, siamo in cammino verso la maturità. Identità personali e collettive (religioni, culture) avvengono dunque nella storia, non sono un bagaglio che ci portiamo dietro (da recuperare, da difendere…, come spesso si sente dire) ma noi - singoli, gruppi sociali o religiosi - non siamo ancora quello che la vita ci sta chiamando ad essere, siamo in processo: l’identità non è indietro, è in avanti. Per questo Raniero La Valle ci ricorda che “preservare l’identità dalla contaminazione vuol dire distruggerla” (1). La vita nella relazione mette a disposizione continuamente offerte vitali che possiamo accogliere per crescere come Figli fino a raggiungere “il nome scritto nei cieli” (Lc 10). Il cristiano non dialoga per strategia o perché è contagiato dal relativismo, ma perché è il suo statuto di umanità profonda. Ha detto Enzo Bianchi in un’intervista di pochi giorni fa (intervista di Jean-Marie Guénois per La Croix, in Rocca n.2/2008, p.48-49): “Bisogna cercare uno stile di ascolto. I cristiani – e soprattutto i cattolici – ascoltano troppo poco. Senza ascolto, niente comunicazione e niente avvenire comune. Solo l’esercizio dell’ascolto può condurre alla comunicazione, e poi la comunicazione portare alla comunione. La Chiesa, nel campo etico, vuole essere al servizio della dignità dell’uomo: come è possibile che certe volte passi per fondamentalista? Ci esprimiamo con interdetti, e allora non siamo capiti. Dobbiamo parlare ai credenti e ai non-credenti con altri termini che non siano quelli della catechesi.”
- ascoltare chiede di essere scalzi, cioè aderenti alla terra (Mosè, roveto “cava i tuoi sandali” Es3,5). Dobbiamo stare a contatto con la realtà, è lì - e non al tempio - lo spazio sacro dove veniamo interpellati. "Credo che la chiesa debba farsi comprendere, innanzitutto ascoltando la gente, le sue sofferenze, le sue necessità, i problemi, lasciando che le parole rimbalzino nel cuore, lasciando che queste sofferenze della gente risuonino nelle nostre parole. In questo modo le nostre parole non sembreranno cadute dall'alto, o da una teoria, ma saranno prese per quel quello che la gente vive. E porteranno la luce del Vangelo, che non porta parole strane, incomprensibili, ma parla in modo che tutti possono intendere. Anche chi non pratica la religione, o chi ha un'altra religione. (…) Il problema è essere realmente presenti alle situazioni in cui si vive, essere in ascolto, lasciare risuonare le parole degli altri dentro di sé e valutarle alla luce del Vangelo". (dalle dichiarazioni del cardinale Carlo Maria Martini, riferite all’omelia tenuta a Betlemme il 15.3.07)
- ad ascoltare si impara coltivando spazi di silenzio, lavorando su di sé (Etty Hillesum), dando centralità della Parola letta nella comunità. La capacità di darsi aree di sosta, di sostare aiuta ad assumere la questione centrale oggi che è proprio chiedersi: "so-stare al mondo"? Sappiamo stare dentro questo mondo oggi con le tensioni, le contraddizioni, i dubbi e le aperture che porta con sé?
- per ascoltare bisogna costruire non dei recinti (“difendere i luoghi cristiani” qualcuno dice…) ma tanti crocevia vitali: luoghi dell’ascolto conviviale, segnati dalla possibilità dell’incontro tra diversi, dove l’altro può rischiare la relazione, dove il conflitto non è distruttivo; dove costruire sapienze collettive per leggere opportunità e sfide dell’oggi; dove trovare proposte per un modo altro di vivere da cittadini di questo mondo; dove la Parola si intreccia con i vissuti per accogliere la novità scardinante del vangelo di Gesù Cristo). Le parole di Pierre Claviere, domenicano ucciso in un attentato in Algeria proprio 10 anni fa, nel 1998, ci aiutano a focalizzare questo compito decisivo per gruppi e minoranze attive:
"Ci siamo trovati a realizzare con mezzi poveri (irrisori di fronte ai loro bisogni) luoghi d’incontro e piattaforme per conoscersi e comprendersi meglio, con le nostre differenze e la pesante eredità dei nostri conflitti passati e presenti. Oggi non c’è nulla di più necessario e di più urgente che creare questi luoghi umani, in cui si impara a guardarsi in faccia, ad accettarsi, a collaborare e a mettere in comune le eredità culturali che fanno la grandezza di ognuno. Il pluralismo mi sembra una delle sfide importanti del nostro tempo (…). La parola d’ordine della mia fede oggi è perciò dialogo. Non per tattica o per opportunismo, ma perché il dialogo è alla base del rapporto tra Dio e gli uomini e tra gli uomini." (2)
(1) Raniero La Valle in Rocca, n.18/2006, p.35
(2) Pierre Claviere, Lettere d’Algeria, p.31 e 33
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