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La vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo
È in vasi d’argilla, scriveva già duemila anni fa
un testimone del Cristo, che portiamo il tesoro
del Risorto, affinché la gloria sia di Dio e non nostra.
Oppressi da ogni parte, non siamo tuttavia
schiacciati; colpiti ma non uccisi.
Portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù,
perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo.
(2 Cor. 4,7-10)
Manifestare e trasmettere il Cristo!
Essere con la nostra vita dei riflessi del Risorto!
Eppure noi lo conosciamo così poco. Se occorresse
appoggiarsi sulla nostra poca fede o sulle nostre qualità
personali, dove sarebbe l’irradiazione di Dio?
Non è per nulla che Dio ha deciso di manifestarsi
a partire dalle nostre fragilità umane.
Come ci diventa allora accessibile una preghiera
dei cristiani della Chiesa primitiva che, pure loro,
amavano il Cristo senza neppure averlo visto
e gli dicevano: “Tu non guardi i nostri peccati
ma soltanto la fede della tua Chiesa’”.
Colui che accetta di trasmettere con la sua vita
una parte del mistero di Cristo, colui che gli dà
fiducia anche nei deserti dell’esistenza, sa che
la sua scelta può condurlo fino ad avvicinarsi
invisibilmente al martirio. Eppure per lui,
qualsiasi cosa capiti, non ci saranno mai fallimenti
irrimediabili: oppresso da ogni parte non è
schiacciato; colpito ma non ucciso.
Colui che vive le conseguenze della chiamata
del Cristo fino all’estremo, vede il suo cuore
universalizzarsi: senza compiacenza per se stesso,
diviene capace di ascoltare tutto, di condividere
le pene e le miserie degli uomini.
Lungi dall’indurirsi, lungi dall’abituarsi alla sofferenza,
con gli anni il suo cuore si allarga all’infinito.
Roger Schut
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