novembre 2012

 



A cura di Angelo Cupini

Arturo Paoli 100



 
 
   


Fratel Arturo Paoli alla fine di novembre 2012 compirà 100 anni. Molti di noi devono tanto alla sua sapienza evangelica e alla sua testimonianza cristiana. Nella città di lecco è venuto molte volte per incontrare e per riflettere, per incoraggiare alla resistenza e per allenarci a guarda il mondo con occhi amici.
L’editoriale di questo novembre è fatto da una serie di foto che ho scattato, su sua richiesta per inviarle ai sostenitori di un progetto di solidarietà. Raccontano la sua casetta, gli amici vicini, i bambini e alcune presenze collaboranti. Sono stato ospite nella sua baracca a Foz de Iguacu nel marzo del 1989. Le immagini sono commentate da questa pagina di diario.

L’appuntamento è con Arturo Paoli all’aeroporto di Foz de Iguacu. Con lui c’è un giovane “favelado” Mariano. In dieci chilometri siamo alla favela dove Arturo vive collegato, come un rosario di speranza, con le altre baracche dei giovani che formano comunità con lui.
Le baracche di questa favela mi sembrano in miglior stato di quelle dove ho vissuto alla periferia di Campana (Argentina); c’è verde, aranci e limoni, fiori.
Arturo continua a dialogare con la medesima intensità dei dialoghi di Fortin Olmos o di quando viene a Lecco o è in giro per il mondo. E’ colpito dalla morte di comuni amici (Carlo Carretto, Sirio Politi) e dall’ansia espressa da alcuni altri per progetti non finiti; egli sente e parla della morte come di un incontro; la morte non pone rimpianti per quello che non si è realizzato, è solo il grande segno dell’incontro.

L’incontro di Arturo nella favela è quotidiano, semplice, non invadente. Si sente che è una relazione che “ama” e che il gesto di benedizione sulla fronte o il saluto non è plateale. Non alza la voce. E’ libero e liberante.

Vive con lui Luis, un giovane argentino che lavora di notte in un baracchino che vende panini caldi; questo gli permette di cogliere i segni della notte, il dialogo delle prostitute che chiedono qualcosa di caldo; me ne parla anche Arturo.
Questo modello di comunità dove vivono insieme ragazzi e ragazze lo ritiene fondamentale per la ricchezza delle relazioni e la verità delle relazioni. Oggi non si potrebbe tornare indietro da questo modello.
Gli dico che anche questo è un percorso che in Italia hanno le comunità di accoglienza: essere tra la gente, non discriminare le fedi, il sesso, le ideologie.

Arturo insiste nell’obbedienza ai fratelli, alla povertà degli uomini, mentre volte le chiese chiedono un’obbedienza alla politica, alla strategia; tutto il resto non conta.

Verso sera Arturo si raccoglie in un angolo della baracca divisa da una tenda da cucina; è il luogo dell’eucaristia e il momento del dialogo personale per aiutare la piccola comunità che si raduna nella notte per ripensare le proprie scelte.
Per tutto il mese di marzo si offrono questo percorso giornaliero; arriva chi può, lasciando fuori della porte della baracca le scarpe ingrossate dal fango rosso per rendere meno difficile la pulizia.

Arturo propone il piano: come essere discepoli di Gesù.
Si rifà al discorso della montagna che è come la proclamazione dell’impianto del Regno. Le opzioni che Gesù fa nella lotta, nelle tentazioni è l’affermazione che per stabilire il Regno bisogna affrontare alcune scommesse.
Insiste sui termini di patto e di alleanza. Essere sale non è avere una discreta saggezza ma è stabilire un patto per il Regno.

Penso al cammino di questa giornata di questo piccolo gruppo: alla fatica per l’accoglienza dei rifugiati, all’organizzazione delle donne, al lavoro del forno per il pane e agli altri poveri mezzi per sostenersi, alle speranze. Susanna, la mamma di Mariano, mi parlerà dei segni che ogni giorno Dio pone nella storia dei poveri e dei “sintierra” di cui lei è testimone; c’è forza e dolcezza in questa donna.

La cena la prepara Arturo; mi dice che ha imparato al noviziato dei piccoli fratelli a utilizzare tutti gli avanzi; è una “sopa” saporita cui fanno gioia il caffè del Nicaragua giunto come dono dall’Italia e dei dolci che mi hanno regalato all’aeroporto di Bienos Aires i poveri del barrio La Josefa.

     
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