marzo 2012

 



A cura di Angelo Cupini

Felicemente
semplicemente umani.
Lo sguardo delle beatitudini

     
 
 

Abbiamo chiuso in febbraio un itinerario di straordinaria intensità accompagnato da Marco Vicenzi, Edo Lavelli e sull’orizzonte dell’Islam da Elena Biagi. Le cose dette stanno diventando un libro, feriale e denso. Per la prima volta siamo partiti dallo spazio dei Vangeli per entrare negli spazi di altre spiritualità. Questo evento così carico di futuro raccoglie, nell’editoriale, il mese di febbraio.

Parto dalla monizione iniziale: se smettiamo di sfuggire al ‘beati’, se lo agganciamo alle narrazioni personali e collettive che ci trapassano, se lasciamo che parole altre ci raggiungano, è possibile aprire un percorso di novità. Senza nuovi doveri o precetti, per imparare a sperimentare fino a che punto si può essere felicemente e semplicemente umani quando adottiamo lo sguardo di Dio sulla realtà.
Le Beatitudini sono raccontate anche dalle storie di oggi da Edo Lavelli.

 

Antonio Salvatore
Approfitto del suggerimento della scorsa volta e per quanto riguarda le ultime due beatitudini che affronteremo mi permetto di suggerire la figura di Antonio Salvatore, il mio primo Direttore del Beccaria. Sulla giustizia, sulla "sete di" e sull’ "essere perseguitati a causa della" credo di aver avuto proprio il dono/fortuna di lavorare con lui. È venuto a presentare il suo libro a La Casa sul Pozzo, e continuava a ringraziarmi di un regalo che mi ha fatto. Il primo pezzo che trovate è tratto da un capitolo del suo libro, mentre il secondo è quanto ha scritto Pino Centomani (oggi direttore del Centro per la Giustizia Minorile di Bologna) quando il Direttore ci ha lasciati (gennaio 2010). Per chi se lo ricorda Pino era intervenuto con Stefania Ciavattini (di lei ho parlato la scorsa volta) con il giudice Giancristoforo Turri e don Gino Rigoldi alla presentazione del libro a La Casa sul Pozzo.

Estate 77
[…] Un clima particolarmente difficile è vissuto nell’estate del ’77, quando, nell’ultima decade di Luglio, il direttore, in vacanza con la famiglia, viene richiamato in sede per il protrarsi della tensione tra agenti e minorenni.
A seguito di un battibecco tra un ragazzo e un agente, quest’ultimo aveva sferrato un pugno: l’episodio avrà un grande rilievo nei rapporti tra agenti e minorenni.  Se il rientro del direttore, che ormai gode di prestigio e autorevolezza, serve a ristabilire un’apparente serenità, forte permane, in alcuni minorenni particolarmente difficili, un sordo rancore verso gli agenti a causa di talune prevaricazioni subite.
Il direttore invita singolarmente gli agenti in servizio a un comportamento dignitoso e corretto e a evitare eventuali provocazioni.
Durante la notte del 24 luglio però accade un ulteriore episodio, che il giorno successivo farà precipitare la situazione.
I minorenni in una stanza a tre posti del secondo gruppo chiedono all’agente in servizio notturno di riempire d’acqua una bottiglia di plastica per dissetarsi; l’agente, nel porgere la bottiglia attraverso lo spioncino della porta, pronunzia la seguente frase: “… Bevete animali…!” ritenendo, dirà in seguito, di essersi espresso in senso confidenziale. I  tre ragazzi invece reagiscono, prima verbalmente, poi mettendo a soqquadro la camera, danneggiando il mobilio, sì da costringere il responsabile del controllo notturno ad adottare per loro il provvedimento di isolamento.
La mattina successiva, il 25 luglio, il direttore trova sul suo tavolo di lavoro un lungo rapporto a carico dei tre minorenni, responsabili di oltraggio a pubblico ufficiale e di danneggiamenti al mobilio durante la notte. Il direttore convoca il consiglio di disciplina per il primo pomeriggio, disponendo la presenza del capo-posto e dell’agente di servizio notturno.
Quel consiglio di disciplina a carico dei tre minorenni in isolamento non sarà mai celebrato, in quanto, intorno alle 12.30 di quel giorno, i minorenni del secondo gruppo, carichi di rabbia e di violenza, dopo aver sottratto le chiavi all’agente titolare del gruppo, divelte le gambe delle sedie della sala da pranzo, irrompono nelle sale da pranzo degli altri gruppi invitando i compagni a protestare con loro per l’isolamento inflitto ai tre compagni.
I sei agenti in servizio in quel momento al primo piano del padiglione custodia, dove i minorenni avevano da poco consumato il pranzo, consultato il responsabile della custodia, decidono di abbandonare il padiglione, lasciando i quasi sessanta ragazzi liberi di protestare e danneggiare.
Intanto il direttore, avendo sentito un rumore di vetri infranti, raggiunge la portineria, dove viene informato dagli agenti che avevano abbandonato il servizio di quanto stava accadendo; raggiunge immediatamente il padiglione della custodia, seguito dal sostituto procuratore dei minorenni Giancristoforo Turri che, durante l’interrogatorio degli ultimi arrestati, avendo sentito rumori strani ed avendo percepito che  qualcosa di grave stava accadendo nell’istituto, si precipita verso il padiglione dove i ragazzi protestano e danneggiano.
La situazione che si presenta al direttore e al giudice è da un lato drammatica: ragazzi saliti sui tetti, altri che tentano di liberare i tre in isolamento, altri che protestano e incendiano dall’interno.
Dall’altro lato è la manifestazione di adolescenti, attraversati da angoscia ed emotività, che sfocia nella confusione tra realtà e fantasia; di ragazzi che, privi della libertà, di risorse adeguate, incuranti degli obblighi, intendono informare, a modo loro, chi di dovere delle pesanti condizioni di vita a cui sono costretti dalla rigidità degli agenti di custodia, che talvolta sfocia in violenza e maltrattamenti.
Alla vista del direttore e del giudice, quasi tutti i minori smettono di protestare, alcuni fanno sparire gli oggetti contundenti di cui sono armati, si raccolgono attorno ai due e, carichi di angoscia e rabbia, confondendo ancora realtà e fantasia, denunziano un universo di discriminazioni e maltrattamenti subiti in istituto.
Per far sedimentare l’angoscia, la rabbia e le residue proteste dei minori, si decide il trasferimento di tutti, ragazzi, giudice e direttore, nell’ampio salone dei colloqui, al piano terra del padiglione custodia, non prima di aver liberato dall’isolamento i tre ragazzi occasione della protesta.
La mossa del trasferimento nel salone risulterà vincente, in quanto i ragazzi saranno tenuti sotto controllo e l’atteggiamento sereno degli adulti farà emergere le reali motivazioni della protesta.
Il giudice Turri e il direttore vengono raggiunti dal giudice di sorveglianza Maria Capelli e dall’impiegato dell’istituto Santella; per ore, nel torrido pomeriggio di quel 25 luglio, dialogheranno con i ragazzi prestando attenzione ai loro racconti sui maltrattamenti subiti da bambini, sulle vicende famigliari sempre precarie, sullo sfruttamento subito durante occasionali lavori, sulle vicende giudiziarie e infine su recenti episodi di maltrattamento accaduti in istituto. E se gli adulti presenti quel pomeriggio tra i ragazzi del Beccaria  mostrano comprensione per le loro vicende personali e famigliari, chiara e univoca è invece la condanna delle violenze manifestate nella tarda mattinata, dichiarata con insistenza e un ragionamento pacato, che alla lunga penetra nell’animo dei minori.
Il ricorso alla violenza, insistono i giudici e il direttore, è sempre nefasto per chi la provoca e per chi la subisce; un’attenta riflessione, invece, sulle cose da fare, in particolar modo quando si tratta di far prevalere i propri diritti, è sempre preferibile alla violenza.
Si avvicina così l’ora di cena: i ragazzi rientrano nei rispettivi gruppi; provvedono a liberare le sale da pranzo dai detriti provocati dalla violenza della tarda mattinata; consumano la cena in un silenzio tombale; salutano i due giudici e il direttore, mentre gli agenti di custodia riprendono i normali turni di servizio.
Questi ultimi, in un incontro col direttore, prima di riassumere la sorveglianza nei gruppi e nelle aree all’aperto, sono invitati alla massima discrezione, accompagnata dal rispetto della condizione di privazione della libertà in cui vivono i minori nell’istituto, al fine di interrompere la spirale di provocazioni reciproche, che danneggia l’immagine di chi nell’istituzione lavora, cioè di tutti. […]

Antonio Salvatore
La giustizia minorile nel novecento
Ed. UNICOPLI  2007 pag 161-163

 
     
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