marzo 2010

 



A cura di Angelo Cupini


Lecco: oggi è già futuro

   
 

19 marzo 2010

Ci sono degli eventi che mentre si realizzano aprono alla percezione del futuro. Uno è stato la manifestazione del 1° marzo a Lecco in sintonia con molte altre città italiane ed europee.
Oltre quaranta associazioni e cittadini privati hanno generato un evento tra gente di immigrazione e gente locale maturando per la prima volta un NOI collettivo. Mi sembra che questo NOI indichi un punto di non ritorno; il passaggio da quanto ognuno fa per  gli altri a quanto costruisce insieme agli altri. Lo sottolineo con la parola dell’antica saggezza africana, ubuntu = io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti.
Un secondo indicatore lo raccolgo dalla vita quotidiana de la Casa sul pozzo, frequentata in questi mesi da oltre 100 adolescenti di 36 Paesi, dai 14 ai 19 anni. Alcuni di loro sono arrivati da pochissimo tempo a Lecco. Quaranta tra volontari e operatori condividono le ore,  lo sguardo, l’impegno.
Una domanda: fra dieci anni questi adolescenti chi saranno nella nostra città? Quale Lecco/Territorio uscirà da questa fermentazione reciproca ?
Non ci è dato di sapere il futuro, ci è dato misurarci sull’oggi. Ci è dato rilevare i problemi comuni per arrivare fra dieci anni ad una convivenza ricca.

Lo spaesamento di una città/territorio
lo spaesamento di chi vive a Lecco
Per chi è nato e vive a Lecco il territorio familiare diventa lentamente diverso, se non estraneo,  perché si sta trasformando in tempi rapidi con la presenza di molti volti stranieri ma anche con le intrusioni di strutture architettoniche pre-costituite, con climi irosi e proclamatori. La condizione inquieta perché sembrano smarrirsi le tracce della memoria e della consuetudine. Le persone e i “mondi” che la gente lecchese era abituata ad aiutare attraverso azioni solidali ora abitano questa città, non come turisti per caso ma con un desiderio di incardinazione.
Anche chi arriva si trova diviso tra il ricordo di ciò che ha lasciato e il presente. Si sente drammaticamente solo. Per gli adolescenti i  volti dei genitori o delle figure parentali con i quali si ricongiungono dopo tanti anni non sono gli stessi che avevano custodito nel loro immaginario. Spesso lo choc è drammatico.
Il futuro è vissuto tra una forte nostalgia e il desiderio di ritornare al paese di origine dove vivono amici e persone significative e l’acuta consapevolezza che là non c’è possibilità di futuro.
Alla domanda dove vorresti vivere proposta agli adolescenti: la risposta spesso è: non ritorno nella patria di origine, no a Lecco ma in un terzo paese. Qual è il terzo paese? Forse la Lecco che non c’è stata ma che potrebbe essere.
Lo spaesamento è reciproco; in questo vuoto è nascosta l’occasione, partendo da una reciproca riconosciuta fragilità, di immaginare una nuova realtà che produca nuovi patti di cittadinanza.
Il territorio. La veloce trasformazione della popolazione cittadina, che si arricchisce di altre culture e stili di vita diversi, si scontra con la fatica delle istituzioni a recepire il cambiamento e a formulare risposte adeguate. Sicuramente un luogo di forte criticità è la scuola, e soprattutto la Scuola Superiore che si ritrova impreparata ad accogliere i minori stranieri. La rigidità dei programmi, la scarsità di risorse, l’impossibilità di adottare criteri valutativi corrispondenti alla specificità della situazione dei ragazzi immigrati, fanno del percorso scolastico non un luogo di integrazione ma di esclusione.
Il Paese ospitante non è ancora in grado di dare piena cittadinanza a questi ragazzi che vivono in una situazione di “provvisorietà” sempre in attesa che la loro permanenza sia confermata. In questo modo anche l’investimento sul proprio progetto personale di formazione, di lavoro e più in generale di vita si delinea con fatica nell’indefinitezza della loro situazione. 
I luoghi. Gli spazi che abbiamo occupato per anni assolvevano a delle funzioni sociali: attraverso l’appartenenza ad esso generavano un’identità, un sistema di relazioni particolari che offrivano modelli di relazioni diverse da quelle vissute all’esterno, un luogo inseriva in una storia con la sua memoria e il suo futuro possibile. Faceva sentire parte di una storia.
Lo sradicamento dai propri territori, l’entrare in altri ha generato fenomeni difficili da equilibrare.
I luoghi sociali di identificazione come li abbiamo conosciuti  stanno scomparendo, d’altra parte stiamo vivendo, grazie a strumenti straordinari, un’omogeneizzazione  che è molto diversa dalla fermentazione indicata da Martini.
Vivremo la globalizzazione dell’appiattimento?
I non luoghi. Dentro questo luogo unico si sono formati dei non luoghi, identificati per lo scambio rapido delle merci e delle persone: autostrade, autogrill, aeroporti, stazioni ferroviarie, ipermercati, centri commerciali,  discoteche, bancomat… tutte queste cose appartengono alla tipologia dei non luoghi.
Il non luogo è uno spazio che assolve delle funzioni, ma che non ti offre né identità, né ti richiede delle relazioni particolari, né ti inserisce in una memoria, una storia: è un luogo anonimo, uguale, impersonale. Si stanno espandendo nella nostra realtà e sono spazi anonimi non strutturati.
Un tempo già l’entrare in un luogo poteva dare un contributo da solo alla funzione educativa. Oggi i luoghi vanno costruiti. (Mario Pollo in CNCA-Informazioni, n.1/2 2000).
Questi sono alcuni dei problemi che abbiamo rilevato in questi cinque anni di compagnia con gli adolescenti di immigrazione, le donne e le loro famiglie e nell’essere abitanti attivi di questa città.

Per governare lo spaesamento
Non negare i problemi, non ideologizzare le risposte, rendere fecondi i luoghi di pensiero e di scambio tra cittadini. Per questo è vitale realizzare un luogo che appartenga a tutta la cittadinanza, per l’incontro, la socializzazione, i culti religiosi. Un luogo che permetta il riconoscimento reciproco e faccia sperimentare processi positivi; spazio aperto che si trasforma e prende volto con gli abitanti e le proprie prassi. Aroldo Benini con l’intelligenza acuta che tutti gli hanno riconosciuto, mi diceva spesso: pensiamo di fare intercultura perché occupiamo, un gruppo dopo l’altro, un’ora dopo l’altra, la saletta di Palazzo Falk. L’impegno è passare dalla multiculturalità all’interculturalità.

Stimolare la pedagogia della responsabilitàper una faticosa costruzione della cittadinanza umana, per il riconoscimento dell’impegno a realizzare nuovi patti di cittadinanza tra tutti, basati sulla parola, sapendo che siamo entrati in un contesto carico di normative e proposte discriminatorie, spesso razziste, contrarie ai principi costituzionali e al codice internazionale dei diritti umani. Questo ha trovato per anni una città sommersa nel silenzio e senza capacità di parola.
Quando questo avviene, come ci diceva il Vescovo Tettamanzi nel 2002, “la coscienza ammutolisce e anziché diventare un richiamo all’impegno personale e sociale, finisce per cadere nella sordità”.
Una città a misura d’uomo; ma qual è il “nuovo” abitante complessivo di Lecco?
Forse un futuro meticcio, che non è degrado, ma intelligenza di fermentarsi reciprocamente come ha detto il cardinale Martini.
Allora alcune questioni
Le frontiere: chi mi sta di fronte, famiglie e minori, è più importante dei beni e della tutela degli stessi.
Le persone messe al margine devono godere uno spazio frontiera per avere la dignità del riconoscimento e della soluzione delle questioni.
La funzione dei gruppi tessitori dei valori condivisi. Nella prassi dei gruppi e delle persone vi sono indicatori di intelligenza per poter maturare il futuro. È importante partire da questa lettura perricostruire una sapienza collettiva. Dobbiamo osare una un’interpretazione “globale” della situazione per discernere il cammino su cui procedere.
La trasmissione. Il problema riconosciuto è la crisi educativa che coinvolge
tutti. L’invito è di mettere in moto un interrogativo che possa fare da mediazione con le questioni che stiamo attraversando, con quelle cose che ci fanno sperimentare di essere in bilico, di essere mancanti..
Questo interrogarci esige un rispondere che coniuga il diventare responsabili di sé di fronte agli altri.
La città come cantiere aperto
Per ricostruire una sapienza comune a partire dalle diverse saggezze e spiritualità. Uno dei cartelli della manifestazione del 1°marzo diceva: chiedevano braccia per il lavoro, sono arrivate persone.
Qui nasce la declinazione collettiva per il futuro che è già oggi.
L’intelligenza è cercare i germogli in questo lungo inverno, raccoglierli, riconoscerli, piantarli nell’ambiente più ampio di Lecco/Territorio.

Angelo Cupini al Convegno PD La città che vorrei

 
     
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