maggio 2010

 



A cura di Angelo Cupini


Confessioni tra amici

   
 

Una riflessione maturata nell’ambito del gruppo spiritualità del CNCA quale occasione per rispondere alla domanda come stare nel mondo oggi.

La biografia personale
Sento di essere nell’ultima stagione della vita. Ho sempre più vivo dentro di me il frammento del salmo: “Sta’ in silenzio davanti a Dio e spera in lui”. Il gesuita Pio Parisi dice che questo è il versetto con maggior carica rivoluzionaria che esista. Sto provando a capire questa carica; quello che ho afferrato è il legame con la mia creaturalità, sperimentata come unico spazio di dialogo e di relazione. Mi pongo frequentemente le domande: chi sto diventando attraverso le tante cose vissute? e che cosa ci sono stato a fare al mondo? La risposta dice di una ricerca di senso attraverso l’esperienza del limite, della vulnerabilità. La domanda di autorealizzazione chi sono?  da molto tempo è stata sostituita da cosa devo fare? Rispondere all’imperativo tu devi fa riscoprire qualche frammento sul chi sono. E’ radicata in me la coscienza di essere in debito con tutti. Da questa condizione di creatura, che si sente carica del male, prorompe il grido, inizio della salvezza, perché Dio ascolta il grido degli oppressi, come documenta la Bibbia.

La passione per l’umanità mi fa sperimentare un’appartenenza alla radice da permettere di superare i confini delle culture e delle diversità. Mi riscopro a contemplare l’umanità nel suo quotidiano, nelle storie di fatiche e di gioia; mi sento di poter fare casa con tutti, parte di uno stesso popolo. Questo riconoscimento sottolinea la vicinanza con gli altri oltrepassando le differenze. 
Il compito che sento più profondamente mio in questo tempo è quello di aiutare Dio a mettersi fuori dal recinto delle appartenenze.
Le religioni, come la vita di ognuno di noi, falliscono quando pensano di avere in mano il libretto di istruzioni per conquistare Dio e il divino o semplicemente l’altro che è di fronte a noi. La conquista di Dio, della sua protezione o lo scambio contrattuale con lui per avere un ricambio protettivo non ha nulla di religioso, tanto meno della sorpresa del Dio di Gesù Cristo. Spesso è un contratto sottilmente mafioso, che si esprime nel potere sull’altro. Conquistare, lo usiamo nel linguaggio delle relazioni umane, è fare dell’altro l’oggetto per un nostro possesso.
L’elemento che sento prioritario in me è quello di lasciarmi sorprendere dall’altro, da Dio, misterioso pellegrino o mendicante della nostra umanità.
Questa chiave esistenziale è la fonte dalla quale esce l’acqua che disseta il cuore e ci porta nella magia della  nostalgia e ci svela il più profondo e misterioso di noi.

Mi fa da guida dura il testo di Giuseppe Dossetti del 4 aprile 1994 nell’ambito della professione religiosa di un monaco; il testo che ci ha messo a disposizione Marco Vincenzi lo riporto in coda alla riflessione.
           

Nello stare in silenzio di fronte a Dio sento accentuata la solitudine e la fatica di rinnovare uno sguardo collettivo che coniughi spiritualità e politica; sento che la vita si deve rigenerare in una condizione  di ascolto “autorevole”, cioè fondante. Per essere adulti, sia come persone che come associazioni, dobbiamo maturare la capacità di interrogarci, di lasciarci interrogare e di offrire risposte.

Ritorno per un momento al tema del silenzio e del tempo che sto vivendo; definisco la mia posizione come quella di chi c’è perché gli altri possano esserci e fare. Riporto un testo di Antonietta Potente raccolto da Giorgio Piacentini durante un corso di esercizi spirituali a Lamezia Terme che descrive questo tempo oltre gli accadimenti di cronaca. Mi ci ritrovo molto.
Tra la morte e la resurrezione di Cristo c’è un tempo di transizione. È un tempo psicologicamente lungo e preziosissimo, un tempo silenzioso e solenne. Protagoniste di questo tempo sono le donne. Esse restano, vivono la transizione, fanno “ponte” tra morte e resurrezione. Anche noi dobbiamo restare presenti in questo tempo di transizione e di attesa, che è la nostra storia. E’ un tempo importante: silenzioso perché parla la quotidianità, di solitudine perché qualcuno manca alla tavola comune, di mistero perché dobbiamo riscoprire chi siamo. La divina presenza è il corpo di Gesù morto. Oggi i corpi parlano e non possiamo trattare con orrore gli aspetti di morte della storia. Infine è un tempo di solidarietà perché ci riuniamo in cerchio intorno a qualcuno e a qualcosa.
Questo è il nostro tempo, un tempo bello: un tempo di attesa, ma anche di preparazione. Come le donne intorno al sepolcro, dobbiamo “restare”, facendo gesti che preparano qualcosa, gesti che celebrano e amano, gesti che testimoniano la nostra fede nel presente e che preparano la resurrezione. Le donne preparano profumi e aromi, cose preziose che nella Bibbia hanno un grande significato simbolico, celebrano un rituale d’amore, aspettano ancora lo sposo, tornano alla casa, luogo di familiarità e di quotidianità. Sono gesti di spreco, in sintonia con l’abbondanza di Dio. La bellezza e l’abbondanza non sono mai separate dalla forza della giustizia: “kalos kai agatos”, bello e  buono. Il corpo morto è il sacramento di una storia che sta soffrendo l’ingiustizia, i profumi vogliono ridare dignità a un corpo maltrattato (Luca 10, 33-34).

Mi sono chiesto quale sia la vitalità di questo momento, cioè quale sia la capacità di essere custodi del passato e generatori del futuro;  penso quando sappiamo far abitare la vita nell’anima e nel corpo e ci lasciamo toccare dalla vulnerabilità collettiva (abbiamo la vocazione di guaritori con la coscienza e la sofferenza delle proprie ferite), e al tempo stesso sappiamo attingere al pozzo della bellezza e dell’attesa. Etty Hillesum nel suo Diario ha scritto:
“L’unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi , e noi, poveri piccoli uomini, noi dobbiamo aprire loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire”.

Penso allora che la mia missione educativa (di trasmettere quanto ho ricevuto) e pedagogica, sia quella di rintracciare tra le pieghe delle fatiche della gente - le tante persone che incontro - le tracce di una fede elementare, quella che Gesù dichiarava nelle persone che chiedevano aiuto:  Donna, la tua fede ti ha salvata" (Marco 5, 34)».
Il mio segno del tempo da cercare e che muove l’energia carismatica è l’atto di fiducia nel «mistero» della vita.

La biografia di via Gaggio
In questo momento le persone con le quali intessiamo l’esperienza di Via Gaggio hanno delle tipologie diverse: soci, operatori dei progetti, volontari, adolescenti di immigrazione e donne di immigrazione. Tutto nel contesto di una città/territorio con i suoi abitanti.
Approfittiamo di tutte le occasioni per comunicare e fare strada insieme. Il polo privilegiato per questo dialogo è la Casa sul pozzo. E’ stata battezzata così cinque anni fa quando l’associazione comunità di via gaggio ha acquistato l’immobile e l’ha ristrutturato. Era un manufatto anonimo e pericolante, identificato per una scritta barbiere, per una pubblicità della Guzzi, per i ricordi di tanti abitanti del quartiere di Chiuso. Oggi è un luogo riconosciuto, con un nome e un’identità  e porta la traccia delle persone che la abitano, degli eventi, dei desideri, dei progetti, delle sperimentazioni. E’ un luogo che si trasforma con le persone; è uno spazio laboratorio dove ci assumiamo il compito di inventare, ognuno per la sua parte, il futuro del territorio lecchese.

Offrire un luogo ha significato dirci che gli spazi assolvono a delle funzioni sociali; attraverso l’appartenenza ad essi si generano identità, un sistema di relazioni particolari che offrono modelli di relazioni diverse da quelle vissute all’esterno; un luogo inserisce in una storia con la sua memoria e il suo futuro possibile; fa sentire parte di una storia. Lo sradicamento dai propri territori, vissuto dagli adolescenti con i quali viviamo e l’entrata in altri territori genera fenomeni difficili da equilibrare. Abbiamo  letto questo problema e investito le energie per realizzare un luogo significativo con la consapevolezza che stanno scomparendo i luoghi di identificazione e sono in aumento i non luoghi: ipermercati, centri commerciali,  discoteche. Questi spazi assolvono a delle funzioni, ma non offrono né identità, né relazioni particolari, né inseriscono in una memoria, in una storia: sono luoghi anonimi, impersonali.
La Casa sul pozzo vuole essere un luogo dove si offre un contributo educativo, in modo particolare un luogo dove si impara insieme a prendere parola sulla vita.

Questa casa è riconosciuta come una casa di tutti, uno spazio abitato nel quale  si declinano i valori fondamentali quali l’abitare insieme, l’ospitalità diurna, l’ospitalità per i propri impegni, i percorsi di collaborazioni possibili, lo spazio per pensare a delle strategie di integrazioni, lo spazio per il silenzio personale.
La Casa si raccoglie nelle prassi educative e di accoglienza quotidiana; ma si sostiene grazie a percorsi di riflessione sul vissuto e al confronto con figure tecniche e di testimoni. E’ in dialogo con la città e contribuisce alla crescita di parola anche quando il silenzio sulle questioni scottanti è pesante. Ci siamo sempre riconosciuti come minoranza. Un compagno fraterno, Gianni Tognoni, ci ha accompagnato a riconoscerci in questa dimensione. Questa operazione non è facile né scontata; ci siamo sentiti quasi sempre fuori posto secondo gli schemi offerti,  sempre al confine, anche nel CNCA. Ci siamo impegnati a non fare del confine un luogo omologato ma uno spazio di frontiera, di passaggio, di incontro, di riconoscimento.

Due percorsi fondamentali sorreggono il cammino: quello sulla Parola riletta in chiave vocazionale e popolare (quest’anno gli Atti degli Apostoli con due indicatori di lettura: l’esclusione e l’inclusione); quello sull’educativo e il politico, a partire dalle prassi vissute quotidianamente.

Il gioco/sogno/impegno è arrivare a vivere tutto questo con tutte le tipologie di persone che ho indicato, ognuno nel cammino della sua vocazione, nella fermentazione reciproca.

«Vivremo sempre di più la nostra fede senza puntelli, senza presidi di sorta, umanamente parlando. Destinati a vivere in un mondo che richiede la fede pura. […] Nessuna ragione, nessun sistema di pensiero, nessuna organicità culturale, nessuna completezza e forza di pensiero organico, costruito, potrà presidiare la nostra fede. Sarà fede nuda, pura, fondata solo sulla parola di Dio considerata interiormente. Non potremo attingere a niente, a nessuna sintesi, a nessuna summa. […] E non avremo il conforto in nessuno dei piccoli nidi sociali che siano omogenei e sostengano la nostra vita evangelica. Come non lo avremo più nessuno di noi nel nostro Paese. […] E invano si cercherà di riprodurli. Anzi, ogni tentativo di ricostituire, o di dar da bere che si può ricostituire una sintesi culturale o una organicità sociale che presidi e che difenda la fede sarà sempre un tentativo illusorio […]. Forse già in questi giorni si cerca di preparare nuovi presidi, nuove illusione storiche, nuove aggregazioni che cerchino di ricompattare i cristiani. Ma i cristiani si ricompattano solo sulla parola di Dio e sull’Evangelo! E sempre più dovremo contare esclusivamente sulla parola del Signore, sull’Evangelo riflettuto, meditato, assimilato. Non guardando fuori, non appoggiandoci ad altri che possano in qualche modo consentire col nostro pensiero, ma guardando noi stessi ed ascoltando interiormente la testimonianza dello Spirito che ci attesta che Gesù è vero, che vive ed è eterno. Sì, c’è la Chiesa, ma anche essa se non si fa più spirituale, anziché cercare dei sostegni, dei puntelli delle aggregazioni sociali di ogni tipo, delle cose che avrebbero dovuto ormai persuadere che non tengono… che non sono adeguate alla verità del tutto divina che noi professiamo, la Chiesa stessa se non si fa più spirituale non riuscirà ad adempiere alla sua missione di collegare veramente i figli del Vangelo!»
Giuseppe Dossetti, 4 aprile del 1994 (al termine della professione religiosa di un giovane monaco, qualche giorno dopo la vittoria di Berlusconi nelle elezioni del 27/28 marzo)

 
     
comunità di via gaggio onlus - 23900 Lecco - tel. 0341 421427 - part. iva 02337960138 - pozzo@comunitagaggio.it