incontro con il sindaco di Lecco Virginio Brivio, l’assessore Ivano Donato e alcuni Consiglieri
Lecco - La Casa sul pozzo - 26 giugno 2010
Angelo Cupini
L’incontro che abbiamo chiesto al Sindaco Virginio Brivio e ad alcuni Membri della Giunta all’interno di Misciòt party – sintesi annuale degli itinerari a la Casa sul pozzo – è l’occasione per raccogliere in alcuni punti le questioni e le pre-occupazioni che stiamo vivendo.
Le domande fondamentali che da alcuni anni ci portiamo sono:
Nei prossimi anni gli adolescenti di immigrazione e italiani che accompagniamo con il progetto Crossing chi saranno nella nostra Città?
Quale Lecco/Territorio uscirà dalla fermentazione reciproca con gli abitanti italiani, se questa avverrà?
Quali intelligenze sono richieste oggi e quali prassi positive da attivare per ridurre i costi e i rischi di questi passaggi epocali?
Non ci è dato di sapere il futuro ma certamente di misurarci sull’oggi per promuovere una convivenza di senso.
La città/Territorio e i suoi abitanti
Una specificità dell’associazione comunità di Via gaggio è stata e continua ad essere la presa in carico di un territorio con i suoi problemi e con le sue potenzialità (a differenza di un intervento che finalizza le energie fondamentalmente sul singolo soggetto); questo ha segnato da sempre una vicinanza con la gente in termini di partecipazione al processo e di sperimentazione di possibili alternative al vissuto tradizionale (dalle tossicodipendenze, al progetto giovani, all’immigrazione, per indicare le macro aeree nelle quali ci siamo misurati).
Oggi siamo in un momento particolarmente difficile perché il processo entra nei punti più vitali: identità, memoria, trasformazione. Confessiamo il bisogno di donne e uomini che sviluppino un pensiero rigoroso assieme alla capacità di sperimentare e di operare.
Dopo cinque anni del progetto Crossing per la prima volta riusciamo ad avere un incontro con gli Amministratori del Territorio; lo sentiamo come un segno molto positivo.
La crisi sociale
Come creare un consenso sociale mentre siamo ancora dentro una stagione nella quale è prevalso l’interesse di parte, l’ideologia, le esclusioni? Come ridurre e razionalizzare le paure indotte e reali (lo spaventapaure è il tema/logo di questa estate)? Come liberarci dalle aggressività e dai risentimenti?
In questo spazio vediamo la vocazione dell’associazione comunità di via gaggio: non ci sentiamo erogatori di servizi – anche se li realizziamo – ma soggetti “competenti” nel rigenerare un tessuto sociale responsabile.
La Casa sul pozzo come luogo sociale
È stata battezzata così cinque anni fa quando abbiamo acquistato l’immobile. Era un manufatto anonimo e pericolante, identificato per una scritta barbiere, per una pubblicità della Guzzi, per i ricordi di tanti abitanti del quartiere di Chiuso. Oggi è un luogo riconosciuto, con un nome e un’identità e porta la traccia delle persone che la abitano (un centinaio di adolescenti di una trentina di Paesi, una trentina di volontari, nove educatori ed animatori e tante altre persone – è una casa abitata). È un luogo che si trasforma con le persone; è uno spazio laboratorio dove ci assumiamo il compito di inventare, ognuno per la sua parte, il futuro del territorio lecchese.
Offrire un luogo ha significato dirci che gli spazi assolvono a delle funzioni sociali; attraverso l’appartenenza ad essi si generano identità, modelli di relazioni diverse da quelle vissute all’esterno; un luogo inserisce in una storia con la sua memoria e il suo futuro possibile; fa sentire parte di una storia. Lo sradicamento dai propri territori, vissuto dagli adolescenti con i quali viviamo e l’entrata in altri territori genera fenomeni difficili da equilibrare. Oggi stanno scomparendo i luoghi di identificazione e sono in aumento i non luoghi: ipermercati, centri commerciali, discoteche. Questi spazi assolvono a delle funzioni, ma non offrono né identità, né relazioni particolari, né inseriscono in una memoria, in una storia: sono luoghi anonimi, impersonali. Lo spaesamento è reciproco; in questo vuoto è nascosta l’occasione, partendo da una reciproca riconosciuta fragilità, di immaginare una nuova realtà che produca nuovi patti di cittadinanza.
La veloce trasformazione della popolazione cittadina, che si arricchisce di altre culture e stili di vita diversi, si scontra con la fatica collettiva a recepire il cambiamento e a formulare risposte adeguate.
Per governare lo spaesamento
Non negare i problemi, non ideologizzare le risposte, rendere fecondi i luoghi di pensiero e di scambio tra cittadini. Per questo è vitale realizzare luoghi che appartengano a tutta la cittadinanza, per l’incontro, la socializzazione, i culti religiosi. Luoghi che permettano il riconoscimento reciproco e facciano sperimentare processi positivi; spazi aperti che si trasformano e prendono volto con gli abitanti e le proprie prassi.
Stimolare la pedagogia della responsabilità per una faticosa costruzione della cittadinanza umana, per il riconoscimento dell’impegno a realizzare nuovi patti di cittadinanza tra tutti, basati sulla parola, sapendo che siamo entrati in un contesto carico di normative e proposte discriminatorie, spesso razziste, contrarie ai principi costituzionali e al codice internazionale dei diritti umani. Questo ha trovato per anni una città sommersa nel silenzio e senza capacità di parola.
Quando questo avviene, come diceva il Vescovo Tettamanzi nel 2002, “la coscienza ammutolisce e anziché diventare un richiamo all’impegno personale e sociale, finisce per cadere nella sordità”.
Una città a misura d’uomo, ma per quale abitante? quale è-sarà il “nuovo” abitante di Lecco?
Alcuni punti fondamentali che abbiamo raccolto nel lavoro di questi anni e costituiscono il pensiero dell’associazione.
Paolo Schiavo
La Comunità di Via Gaggio intende offrire uno spazio di accoglienza e di crescita per gli adolescenti che la frequentano; l’obiettivo è permettere loro di elaborare strumenti e di maturare competenze che permettano ad ognuno di “essere cittadini” di godere appieno della cittadinanza nel e del proprio territorio a Lecco oggi e domani.
Per poter esercitare il diritto di cittadinanza riteniamo fondamentale:
- essere in grado di prendere parola su di sé e sulle questioni relative all’individuo, alla cerchia dei propri affetti e di quelli che ci vivono accanto.
Fondamentale il ruolo dell’accesso all’istruzione, al mondo della scuola come spazio di alfabetizzazione sia linguistica che dei rudimenti della convivenza civile, area di sperimentazione del successo e della frustrazione sempre però assistiti da “adulti educanti”.
-poter legittimamente sognare un posto di lavoro e prepararsi a divenire soggetti che partecipano attivamente al mondo del lavoro sia per produrre che per consumare beni, senza attendersi di ricevere questi dalla benevolenza di altri o dover elaborare strategie, più o meno lecite, di ottenimento degli stessi.
Il lavoro come mezzo ulteriore per la definizione del sé e strumento di partecipazione alla costruzione della convivenza.
-stabilire radici nel territorio grazie ad una casa ove pensare di costruire un nucleo familiare o di aggregazione sociale ove avere un preciso riferimento di appartenenza e nel quale pensare alla definizione del proprio progetto esistenziale. Stabilire radici nel territorio grazie a spazi di socialità sia per la ricreatività che per l’impegno costruttivo a favore di sé e di quanti ci vivono accanto, ove maturare se possibile uno sguardo che abbracci anche il mondo visto come comunità allargata.
-possedere il diritto/dovere di contribuire a costruire le regole della convivenza
Orietta Ripamonti
Le difficoltà riscontrate.
In questi anni di lavoro con i ragazzi d’immigrazione è cresciuta la consapevolezza della grande fragilità che alcuni di loro presentano nella costruzione del proprio sé.
C’è un grande smarrimento e la ricerca di punti di riferimento e il permanere dell’insignificanza nel proprio quotidiano che porta a comportamenti di abuso fra l’autodistruzione e la violenza verso l’altro.
Il tema del riferimento ci ha attraversato in questo anno di lavoro con i ragazzi, scoprendo che dietro di loro c’è il vuoto di una parola che non viene detta o che si irrigidisce in divieti non dialogati ma pretesi come dogmi assoluti che non riconoscono all’altro il diritto di replica.
La famiglia spesso costituita da un solo genitore e da fratelli da accudire non risponde perché prostrata da un quotidiano faticoso o perchè coinvolta nello stesso disorientamento che provano i ragazzi. Difficile incontrare i genitori, difficile il dialogo. Un parlare a testa bassa senza guardarsi negli occhi, senza un contratto condiviso.
La crisi economica ha portato alcuni padri a perdere il lavoro e con esso spesso un ruolo. Le madri rimangono le sole a sostenere la famiglia con lavori umili poco pagati. Le figlie non si riconoscono in questi madri senza possibilità di riscatto sociale ma non riescono neppure a porre le basi per un futuro diverso, senza fondamenta non si costruisce e i percorsi scolastici risentono di questa instabilità.
Il ricorso alla tradizione, come luogo cristallizzato di norme senza spiegazione, sostituisce il rapporto, la relazione con i figli. Questa mancanza di dialogo ferisce. I ragazzi d’immigrazione hanno sete di dialogo perché è l’unica strada che può permettere la convivenza delle loro esperienze così divise fra un prima e un dopo. Se non c’è non si costruisce, le esperienze rimangono dentro spezzate , senza un filo che le riconduca ad un’unità, alla nascita di un soggetto che con consapevolezza prende parola sulla sua vita.
Le comunità di origine non sanno vedere, cogliere il malessere dei loro figli troppo occupate a riaffermare un’identità di appartenenza in una dimensione atemporale , che non ammette cambiamento e quindi astorica e artificiale. Il loro paese di appartenenza cambia, si trasforma ma il loro presente è cristallizzato. Dove possono incontrare questi loro figli che il presente lo vivono con tutte le sue trasformazioni?
La scuola fatica ad accogliere, i dispositivi previsti per legge sono ignorati, già troppo affaticata dalla propria quotidianità non riesce a dare la giusta attenzione a questi ragazzi. Non è un luogo di legame ma anch’essa ferisce perché restituisce loro un’immagine svalutata, perché pretende ciò che per alcuni è insostenibile.
Come conformarsi a ciò che è impossibile, come può diventare un riferimento educativo se non mi vede?
Il gruppo dei pari una risorsa per guarire dalle ferite ma spesso anch’esso è malato e trova nella violenza, nello scontro, nella devianza il proprio collante.
L’essere soli senza riferimenti. Come fare in modo che il vuoto non invada le loro vita e che incontrino una parola, un altro che li riconosca come soggetti? |