luglio 2009

 



A cura di Angelo Cupini


Le badanti

   
     
     
     
     
     
     
 

Ho conosciuto in questi ultimi dieci anni molte donne, qualche uomo, provenienti da vari paesi del mondo, particolarmente dall’est e dall’America Latina, che sono entrate nelle nostre case per aiutarci nella cura ai nostri familiari, loro e noi in difficoltà.
Non tutte sono state esperienze positive per la qualità delle relazioni tra le persone e per le competenze. Di alcune la dedizione e l’intelligenza sono state eccezionali; nella media si è sviluppata una vita dignitosa.
Queste persone sono entrate nel tessuto stretto delle nostre famiglie; abbiamo affidato loro una quota del nostro dolore, delle nostre paure, delle nostre insicurezze, delle nostre frette. Ci sono diventate più familiari di molti parenti; abbiamo spiato dall’espressione del loro volto il trasformarsi dei giorni nella vita dei nostri cari. Sono diventate membri particolarmente preziosi.
È avvenuta e continua ad avvenire una straordinaria rigenerazione di umanità tra le nostre famiglie e queste figure; abbiamo imparato a conoscere i nomi delle persone a loro care, abbiamo inviato saluti e qualche aiuto; ci siamo avvicinate superando barriere linguistiche, di usanze, preparando un terreno di nuova umanità; come ci ha indicato il cardinale Martini è avvenuta una fermentazione  reciproca.
Ho viste queste persone nel momento del congedo generato dalla morte dell’assistita; ci sono state lacrime vere, spesso colme di affetto. Per loro
il lutto ha segnato un vuoto: iniziare a ricercare altre storie, altre case, altri affetti. Lutto doppio, per le persone e per il futuro. Forse pensiamo poco a questo stillicidio di fatiche e di separazioni, di abitudini, di nomi.
So che alle spalle del loro arrivo tra noi ci sono altre separazioni, spesso traumatiche; quasi tutte per sostenere le vite di figli, o per superare povertà estreme.
Cito un brano di un uomo che ci ha lasciato nel 2008 familiare alle nostre case perché ha fatto il giornalista corrispondente dal Quirinale: Paolo Giuntella L’aratro, l’ipod e le stelle. Diario di viaggio di un laico cristiano
ed Paoline  (pp. 112 e 117).
Io credo che il dolore, la morte, l’ingiustizia subita dagli innocenti (innocenti non sono i bambini ma coloro che non nuocciono, i nonviolenti, coloro che lottano per i diritti e la convivialità dei popoli)  siano un immenso, infinito deposito di speranza, una formidabile pretesa di riscatto (…). Ecco, se te lo dovessi dire fino in fondo, sono proprio le persone straziate, scavate, stuprate dal dolore; sono proprio le persone morte nell’ingiustizia che pretendono, nella mia testa, una liberazione, un regno, una città futura.
Se è vero che è difficile rispondere alla domanda:

Perché...?, credo tuttavia  che sia difficile pretendere che tutto questo immenso Golgota cosmico, tutto questo incalcolabile corteo di innocenti siano senza senso, senza significato, senza liberazione, destinato al caos, al nulla (…) è più irrazionale, più incredibile, meno ragionevole credere nel nulla che credere in Dio.
Vorrei che tra le profonde preoccupazioni di questi giorni potessimo raccogliere dentro di noi anche questo sguardo sulla presenza tra noi di queste sorelle e fratelli; accorgerci che sta avvenendo un primo processo
di intercultura  generato attraverso il contatto della parte più fragile del nostro vivere: la malattia, il dolore, la morte, gli affetti.
Questo è il laboratorio di umanità che si sta producendo quotidianamente anche nel nostro territorio. Solo i politici hanno gli occhi chiusi o il cervello piccolo per non rendersi conto di questo fermento misterioso ma continuo dentro le nostre case e la nostra città. Solo una tronfia boria autosufficiente da Regione Lombardia può far dichiarare che siamo autonomi e non abbiamo bisogno  di aiuti esterni. Perché siamo così ottusi da non accorgerci di quanto sta fiorendo nel sotterraneo di un territorio (sotterraneo è quello che non fa notizia, che continua a pensare che la vita è una scuola dura ma affascinante, che non pensa di fare cori antinapoletani, che ha la coscienza che siamo tutti nella stessa barca, che ripete il principio biblico scandito nella testa dura di un popolo: ricordati che sei stato forestiero, che sei stato emigrante, che sei stato clandestino).
I clandestini per la libertà ci hanno salvato da quelli che seguivano l’onda imperante ponendoci il cuneo dell’inquietudine. Le clandestine della cura
ci stanno riproponendo questioni di umanità, di domande ultime.

Alcuni giorni fa riflettendo con degli amici in un luogo crocevia del male più profondo e del bene resistente, a Monte Sole/Marzabotto, sul tempo che stiamo vivendo abbiamo annotato che questo è un tempo offuscato dall’ingiustizia e dall’incattivirsi con chi è diverso, straniero, incurvato. Le nuove normative su sicurezza e immigrazione danno operatività alle parole del ministro degli Interni Roberto Maroni: “Per contrastare l’immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti ma cattivi, determinati”. (intervento alla manifestazione Governincontra, Avellino 2 febbraio 2009). In politica bisognerebbe essere giusti e non buoni/cattivi. Ci ha fatto impressione leggere nella lapide al cimitero di Casaglia: “Dobbiamo essere crudeli, dobbiamo esserlo con la coscienza pulita, dobbiamo distruggere in maniera tecnico-scientifica” (Hitler, frase tratta dal primo discorso al Reichstag).  
Raccolgo queste cose senza risentimento ma con profondo dolore. Vado masticando la frase di Benedetto XVI nel suo ultimo documento, lanciata dalle agenzie: l'uomo è “il primo capitale da salvaguardare e da valorizzare”.

 
     
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