giugno 2010

 



A cura di Mino Cerezo


La casa abitata

   
 

Eccovi un simbolo che cerca di esprimere quello che è la vostra "La Casa sul Pozzo" come un cordiale luogo di incontro, di molti incontri, di dialogo,
di ricerca, di interrelazioni umane e interculturali.

Questa non è una casa che è nata per rimanere vuota, non vuole essere uno spazio solitario, desolato, popolato solo da echi e da assenze,
ma un recinto aperto e abitato da persone in processo di maturazione,
che costruiscono insieme, in un permanente rituale di amicizia
e di intelligenza un futuro condiviso.

La casa – i latini la chiamavano domus – non è un semplice vuoto
per mettersi al riparo. Non è una tana. È soprattutto uno spazio umano
e umanizzante, dove gli individui della nostra specie, nella fatica di diventare persone, dal Paleolitico Superiore fino al moderno appartamento postindustriale, si incontrano con se stessi e con la loro famiglia, proprio contesto vitale. La casa non è solo un rifugio che accoglie e difende dall’ambiente esterno a volte minaccioso, ma si apre all’interrelazione
per offrire, ricevere e condividere. L’ambito della casa umanizza la fredda e incommensurabile opacità del cosmo offrendo una umana e sopportabile dimensione.

Una casa senza nessuno dentro, fatta di abitazioni senza abitanti,
con camere senza compagne e compagni, uno spazio-vuoto è qualcosa
di inumano. Senza qualità senza calore.

La casa – oikos la chiamavano i greci – deve essere un microcosmo che rende possibili i sogni e i progetti di coloro che la abitano e con-vivono con essa, in un’orbita incrociata, che compongono galassie, sintonie e sinfonie. In costante espansione e crescita.

Una casa abitata così è utero e seno del futuro condiviso. Le sue porte,
le sue finestre, sono aperture che invitano e accolgono creando cornici
di dinamiche cordiali, di aneli, di speranza e possibilità.

 
     
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