gennaio 2010

 



A cura di Angelo Cupini


La nostra responsabilità oggi
è quella di vedere

   
 

Omelia nella notte di Natale 09

Siamo stati introdotti alla proclamazione della Parola dalle sollecitazioni delle storie degli uomini e dai loro sguardi sulla realtà proposte dagli attori di QuasiteatrO. Possiamo dividerle in due blocchi: uno documenta la realtà di esclusione e un altro lo sguardo “altro” per leggere, cioè lo sguardo di profezia capace di trovare sensi nuovi e di rigenerare  parole per interpretare la vita.
È quanto ci chiede di vivere questa celebrazione del Natale 2009. Proviamo a scrutare, come la sentinella, negli orizzonti del tempo e nella concretezza della vicenda di Gesù e nostra.

Stiamo vivendo questa celebrazione in un contesto di precarietà ma anche di bellezza; mani femminili hanno composto fiori, tracciato segni, curato un arredo familiare. L’immagine della Famiglia migrante verso l’Egitto di Mino Cerezo è sotto i nostri occhi; lungo la ferita di pietra che taglia il cortile scorre l’acqua unendo il pozzo dal quale questa casa prende nome fino all’ulivo dove Stephane ha portato, cullandolo, il ”bambino”, una scultura in terracotta che ora è intronizzata sul legno; il legno della croce, per cui nascita e morte, dono di sé, sono profondamente vicini.

Siamo tanti quelli arrivati questa sera e ognuno è qui con le motivazioni personali; possiamo chiederci come arriviamo a questo Natale: turbati, stanchi, delusi, sereni, preoccupati, illuminati, ansiosi?  Abbiamo pianti nel cuore e piccole gioie da condividere? C’è speranza? 

Dalla sollecitazione della prima lettura raccolgo una parabola di cambiamento:  dall’arte della guerra all’arte della parola. Il Vangelo di Giovanni ci ha detto che nel cuore di ogni uomo c’è la luce della Parola; una sapienza che ispira e orienta al bene; una inquietudine che fa camminare; è il patrimonio più inalienabile; è la base del dialogo con Dio e tra gli uomini.
Questa patrimonio corre un rischio: che l’uomo dica di no, non riconosca e non la usi questa parola, rimanga afono.
Chi acconsente impara a dialogare o ad accogliere come dice il Vangelo di Giovanni.
Penso ai genitori che insegnano a parlare ai figli; nella misura che questo avviene i figli acquisiscono non solo un vocabolario ma l’identità del genitore e di sponda la loro. Diventano figli facendo questo esercizio, trasformandosi da creature che balbettano a figli che comunicano e parlano; diventano la Parola che ascoltano.
Questa trama Dio l’ha tessuta nell’umanità attraverso i tempi. Quello che celebriamo questa notte è l’evento che cambia il modo con cui Dio comunica con noi: ciò che da sempre era ed è, divenne uomo, partecipe della nostra condizione mortale.
Un uomo reale e al tempo stesso Dio. Dell’umanità assume tutte le coordinate, una madre, una terra, un tempo, delle organizzazioni, delle culture, delle manualità, la debolezza e il limite della morte.
Questo cucciolo d’uomo ci rivela Dio.
Questa è la cosa più sconvolgente perché noi cerchiamo un Dio con le nostre coordinate muscolari: forte, trionfante, superiore, imperante (nell’immaginario di oggi i politici o i poteri delle mafie). Dio non è mafioso né personaggio da spettacolo. Lui si fa come noi in Gesù di Nazaret. Lo scandalo è che la carne di Gesù è quella di Dio, della Parola creatrice,
della Sapienza  che ci rende figli dell’Altissimo.
È il nuovo modo di stare di Dio tra noi e con noi: fa casa con due creature Maria e Giuseppe e dal legno della croce dirà ancora di fare casa a sua madre e Giovanni, e a noi continua a dire di fare case di umanità parlanti, case della parola che hanno superato l’arte della guerra violenta, che hanno convertito le armi in strumenti di crescita solidale e di beni condivisi.
Quando le nostre case traducono questa parola rivelano la gloria di Dio e rendono visibile una vita sotterranea e per sempre. La casa sul pozzo ha per vocazione quello di essere la casa della parola muovendosi su due coordinate: andare a scoprire le tracce della Parola depositate nelle vite delle persone e riconoscerle come patrimonio comune, valorizzando gli ambiti di vita.

Una cosa piccola e fragile come è una casa come può misurarsi con sfide così impegnative?
Tutti ne abbiamo esperienza: non spaventandoci di fronte ai nostri limiti, perché qualcuno si prende cura di noi. Il Vangelo non ci chiama a creare alternative di potere ma al potere. Il potere che mette nelle nostre mani è quello di servire, di essere utili.

Desidero raccogliere alcuni nuclei che abbiamo maturato durante l’anno.
Il primo è l’impegno a rispondere “in prima persona” o “sentirci chiamati in causa personalmente”.
La nostra identità, come ha scritto un teologo indiano, Panikkar, la si trova  “perdendola, non cercandola”. Ci identifica il futuro.
Il futuro della società è al centro del nostro impegno. Magari perderemo tante battaglie ma l’aver messo al centro dell’attenzione alcune questioni
è già partecipare alla costruzione. Cito quelle che ci siamo rivolte:

  • quale Lecco/Territorio per il secolo XXI desideriamo e ci impegniamo a realizzare?
  • come rifondare un territorio attraverso nuovi patti di cittadinanza con tutti i soggetti?
  • quale itinerario per l’inclusione dei cittadini in-compiuti? (riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati - il futuro del Paese - senza attendere i 18 anni; diritto di acquisire la cittadinanza del Paese in cui si nasce; portare a 5 anni iltempo di residenza necessario per poter chiedere di diventare italiano come hanno proposto le Acli ed altre realtà).
  • come generare parole nuove con le quali dirci la memoria e il nuovo?
  • come sappiamo stare in questo tempo di crisi senza cancellare sogni collettivi per il futuro?
  • quali pensiamo debbano essere le condizioni che rendano possibile un futuro giusto?
  • quali  le strategie?

Abbiamo individuato nel libretto/segno di questa notte Dio si fa clan-destino un pensiero programma di Edith Stein, la quale dice che per ‘vedere’ la realtà occorre uno sguardo perennemente aperto all’imprevedibile e capace di ‘stupore’. Non sempre gli occhi bastano per vedere. La responsabilità nostra oggi  nasce anzitutto dalla sguardo e si esprime nell’assumere la responsabilità del vedere

Una filosofa, Simone Weil, interpretata da Muraro, afferma che la realtà comprende, oltre che il possibile, anche l’impossibile, l’inaudito, il non mai udito né pensato nei codici fin qui adoperati. Tutto questo è il reale.

Nel capitolo "Vite di santi, lavoro di artisti, politica delle donne" Luisa Muraro parla della straordinaria caratteristica delle parole e di ogni segno, sottolineando "la sproporzione tra la loro fragilità e la loro energia”.  Il piccolo ha la forza sorprendente del futuro come la parola che segna lo scambio di impegni tra uomo e donna, tra generazioni, tra presente e futuro.

La profezia che stiamo accogliendo questa notte e che ci genera ad essere solidali con l’uomo oggi deve aprirsi un pertugio (rompere i muri) tra quanto è già deciso e programmato e il non ancora, per generare l’inedito. Cfr la parola clan-destino = colui che si fa carico del destino della propria gente.
Dio in Gesù si è fatto carico del destino di ogni uomo.

La profezia che diciamo sarà credibile se daremo corso e conseguenza al mistero che celebriamo questa notte. Racchiudere questa celebrazione e la nostra presenza sperando di salvare noi stessi e non decidendosi per gli altri significa non sperare. Molti vivono immersi in una cappa mentale entro la quale restano passivi e isolati. Invece nelle primavere della storia, quando si apre lo spiraglio per una società liberata, ricorrono tre elementi:

  1. il primo lo raccolgo dal nostro Vescovo Tettamanzi: fare insieme superando le fazioni e le appartenenze; lavorare intensamente per giocare la partita con gli altri.
  2. intervenire in modo nonviolento, facendo di questo termine non l’aggettivo ma il sostantivo della nostra persona.
  3. far crescere gruppi di persone pronte a servire il bene comune e non
    a servirsi del bene comune.

La fatica e le delusioni ponevano una domanda inquietante nel Natale del 1942 al pastore Bonhoeffer: “Siamo stati testimoni di azioni malvagie, abbiamo conosciuto situazioni di ogni genere, abbiamo imparato l’arte della simulazione e del discorso ambiguo, l’esperienza ci ha resi diffidenti nei confronti degli uomini e spesso siamo rimasti in debito con loro della verità e di una parola libera, conflitti insostenibili ci hanno resi arrendevoli
o forse addirittura cinici: possiamo ancora servire a qualcosa?”   Dietrich Bonhoeffer - Natale 1942
Questo tempo che viviamo definito da molti come critico, in crisi, senza speranza fa correre molti a cercare soluzioni veloci e chiare; cresce il bisogno di apparire numerosi, mentre le file si assottigliano, per imporre la propria presenza. La consapevolezza di essere fragili depositari di una speranza per tutti dovrebbe condurci a non farci profeti di sventura o annunciatori di apocalissi imminenti, ma pazienti ricercatori di tempi e spazi di incontro e di confronto.

Voglio ritornare alla Parola che è fragile e disarmata, alla casa posta sul pozzo, aperta e permeabile a tutti. Lo faccio riprendendo le parole di Pierre Claviere, il domenicano ucciso in un attentato in Algeria 11 anni fa, nel 1998.  “Ci siamo trovati a realizzare con mezzi poveri (irrisori di fronte ai loro bisogni) luoghi d’incontro e piattaforme per conoscersi e comprendersi meglio, con le nostre differenze e la pesante eredità dei nostri conflitti passati e presenti. Oggi non c’è nulla di più necessario e di più urgente che creare questi luoghi umani, in cui si impara a guardarsi in faccia, ad accettarsi, a collaborare e a mettere in comune le eredità culturali che fanno la grandezza di ognuno. Il pluralismo mi sembra una delle sfide importanti del nostro tempo (…). La parola d’ordine della mia fede oggi è perciò dialogo. Non per tattica o per opportunismo, ma perché il dialogo è alla base del rapporto tra Dio e gli uomini e tra gli uomini.” 1    

Ci accompagni la forza di questo Bambino che ci ha raccolti questa notte.

1 Pierre Claviere, Lettere d’Algeria, p.31 e 33.

 
     
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