febbraio 2010
 

25 febbraio 2010

Cari Amici
Il bollettino della Parrocchia ci ha dato la possibilità di comunicare con voi; abbiamo raccolto in due schede le questioni e le attività che si svolgono a la Casa sul pozzo. Mi sembra bello dirvi di noi per poter crescere in un rapporto reciproco.
Quest’anno si compiono 35 anni da quando assieme a p. Roberto Rocchi sono andato ad abitare a Malgrate in via Gaggio 52. La vita ci aveva messo di fronte ad un bivio, continuare con quanto avevamo raggiunto o scegliere un’altra strada; questa seconda operazione ci ha richiesto un lavoro di scavo costante; quando si scava si è piegati sulla terra, la concretezza; per questo per indicare il gruppo che si era formato assieme a noi abbiamo scelto il nome della strada dove eravamo andati ad abitare Via Gaggio, da qui la comunità do via Gaggio.
Quando entrate ne la casa sul pozzo, nella corte, vi trovate il muro della memoria, su questo muro abbiamo incisi i nomi da non dimenticare; il quartiere di Chiuso ci ha regalato nomi di persone che sono stati importanti per noi.
La Casa di Ugo e Cristina in via Gaetana Agnesi, 7 è stata il riferimento familiare e quotidiano per molti giovani per molti anni.
Nello spazio di via don Morazzone 23 si sono affacciati tutti i giorni tanti ragazzi scendendo dalla scuola incuriositi dal laboratorio di ceramica.
Si sono sperimentate molte cose senza enfasi: alcuni giovanni hanno vissuto l’alternativa al carcere o hanno celebrato nella chiesa parrocchiale alcuni sacramenti.
Per ricordare le figure di casa Riva abbiamo scelto dei pensieri:
per Mariassunta Riva: "Non c'è in una intera vita cosa più importante da fare che chinarsi, perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi".
per Ugo Riva: Alla fine del cammino mi diranno:hai vissuto, hai amato? Ed io senza dire niente
aprirò il cuore pieno di nomi.
per Cristina Losa, l’ultima che abbiamo affettuosamente accompagnata al cimitero di Chiuso, il riconoscimento che lei è stata per noi la casa/chiesa domestica.
Questi riferimenti dicono quanto è stato vitale per il nostro piccolo gruppo l’esserci incontrati con il quartiere di Chiuso e con la sua vita, a volte molto riservata.

Raccogliendo i 35 anni mi viene da pensare che l’identità della comunità di via gaggio è più nascosta in quello che ci viene incontro che in quello che abbiamo fatto e vissuto negli anni trascorsi; il passato lo possiamo raccontare, quello che abbiamo di fronte richiede invece uno sguardo contemplativo (non bastano gli occhi per vedere), un ascolto obbediente (dalla profondità), un desiderio che giochi con l’impossibile (il desiderio ha a che fare con le stelle), una organizzazione lavorativa esigente (il Fondatore del mio istituto ha sempre parlato di lavoro apostolico, chiedendoci un investimento nel tempo, nel metodo, nella verifica, nella ricerca delle risorse, nella creatività e nella progettualità, nel fare insieme agli altri). Coniugare i piedi per terra e l’orizzonte im-possibile è elemento costitutivo della Comunità di via Gaggio.
Questo sguardo sul futuro ci ha chiesto di entrare nel vivo delle trasformazioni storiche, a volte con un po’ di anticipo, e di viverne il travaglio e l’incomprensione.

Ma qual è il nucleo che ha costituito questa esperienza, e a cosa può fare riferimento?
L’associazione Comunità di Via Gaggio è nata ed ha continuato a vivere per far sì che delle persone potessero spendere le loro vite nella condivisione con i più fragili. Pur avendo organizzato attività lavorative in forma cooperativa o di ditte individuali non è diventata mai un’azienda erogatrice di servizi, nemmeno quelli terapeutici o formativi. La vocazione dell’associazione è stata quella di aiutare le persone e i territori a scoprire le proprie risorse, sperimentarle e orientarle a progetti solidali.
Via Gaggio ha vissuto sempre un’esistenza precaria, bisognosa di solidarietà e di fiducia collettiva. Assieme a giovani obiettori di coscienza o a ragazze/i che desideravano spendere in modo intenso le loro energie ha sviluppato una vita sobria, vivendo del proprio lavoro, non cercando privilegi. L’Associazione è rimasta a vivere e a misurarsi con il territorio lecchese in dialogo con molte regioni dell’Italia, con aree di vita, con le realtà sommerse del volontariato fino a sostenere assieme al Gruppo Abele, a Capodarco, alla Comunità dei Giovani di Verona ed altri, la costituzione del CNCA (Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza).
Il dialogo con il mondo, avvenuto nei modi più diversi, ha certamente inciso sul nostro dna.
Certamente siamo cambiati dall’inizio; abbiamo attraversato molte stagioni della vita, da quella tipicamente giovanile dei primi anni a quella più adulta di oggi.
Anche l’Italia, il territorio lecchese, il CNCA, il volontariato, sono cambiati profondamente; quest’ultimo oggi è più professionalizzato, più funzionale, più strutturato; forse l’investimento emotivo valoriale dei primi tempi è stato diverso. Il sogno di poter giocare alta la carta del cambiamento era nell’aria quando siamo andati ad abitare in Via Gaggio 52, e successivamente ad aprire uno spazio sociale in via Carlo Cattaneo, 62, e ad attendarci a la Casa Beneficio a Introzzo e a Marconaga, a vivere la familiarità in via Gaetana Agnesi nel quartiere di Chiuso, e a peregrinare nelle vie don Morazzone e Mazzucconi per il lavoro (senza dimenticare la preistoria di Imberido e Costamasnaga e la splendida esperienza quinquennale a Gressoney s. Jean - Villaggio della gioventù). La Casa sul pozzo forse è immagine sintesi di tutto questo cammino.

Il segno della gratuità ha attraversato l’esperienza; per molti originata dall’ascolto della Parola, per altri dalla fedeltà ai valori di umanità; la gratuità è alla base di tutto, coscienti che abbiamo ricevuto tanto dalla vita e abbiamo un obbligo di restituzione e di trasmissione. Non abbiamo mai posto il copyright su quanto abbiamo inventato (penso al grande investimento nel Progetto Giovani della città di Lecco, al servizio per il CNCA, alle tematiche legate a Memoria e Profezia dei giovani con il convegno di Gressoney dell’84). La gratuità è il filo rosso dall’inizio; una gratuità che ha richiesto spesso confronti tra posizioni diverse.

L’altro elemento è la parola comunità rideclinata non come luogo, o servizio, o organizzazione, o metodo o appartenenza ma convergenza di persone che hanno intuito che la propria vita può essere messa a disposizione con le competenze di umanità, di gratuità, per ridurre il male e per sperimentare un bene possibile e trasmissibile.
Non siamo mai arrivati a una condivisione delle risorse economiche; era nel desiderio ed è stato anche in alcuni discorsi ma non ha approdato a qualcosa di significativo.
Soprattutto nella prima stagione di Via Gaggio l’accoglienza e la presa in affido, nel proprio nucleo familiare di una persona in difficoltà era la regola che esprimeva la maturità della condivisione. Prendersi in affido una storia ha costituito spesso rigenerare il proprio processo di cambiamento.
Qualcuno del nostro gruppo ha fatto scelte più totalizzanti, tra i piccoli fratelli, le domenicane di Betania, le Luigine di Alba. Molti, anche oggi, offrono le loro competenze in progetti sociali.
Mi sembra di poter dire che chi ha fatto l’esperienza di Via Gaggio si sente capace di mettere in moto storie dove le esclusioni non hanno patria.

Tutti sapete che la nostra linea formativa è costruita nella formula: prassi – riflessione – prassi. Quello che sto scrivendo non è un capitolo del libro dei sogni ma corrisponde a quanto abbiamo tentato di vivere; abbiamo provato anche a costruire e lo continuiamo tuttora, un alfabeto nuovo. Nei primi tempi ci dicevano che eravamo difficili, che parlavamo un linguaggio (il gaggese – formula di Aroldo Benini) difficile. La difficoltà non era tanto nel vocabolo, ma nella comunicazione di un contenuto che era altro: per esempio la città/territorio per superare i localismi; il laboratorio formativo per rovesciare lo schema di comunicazione, stimolando e aiutando i fragili a prendere parola; dall’opera alla permeazione del problema o del tema nella vita quotidiana; dall’assistenza alla condivisione; dai modelli di convivenza privati a quelli allargati, da una cittadinanza che usa e consuma ad una cittadinanza attiva. Abbiamo scelto la linea dell’obiezione e della nonviolenza, spesso siamo stati guardati come soggetti che mettevano in crisi i sistemi. Abbiamo provato a tessere prassi e ricerca, rischiando sperimentazioni audaci in campo economico (le botteghe) o di gestione di attività strutturate (il Villaggio della Gioventù). Abbiamo immesso nella normalità della vita di quartiere storie alternative, come quelle al carcere, senza offrire etichette di identificazione.
Abbiamo imparato a condividere un cammino spirituale con persone provenienti da fedi diverse.

Un filo rosso è riconoscibile nell’anticipazione delle questioni e nella sperimentazione di alternative offerte al proprio territorio. Questo elemento ci è sembrato così importante da registrarlo nell’atto statutario dell’associazione. Siamo partiti con l’attenzione alle tossicodipendenze quando nella città territorio nessuno se ne occupava e lo abbiamo fatto per oltre vent’anni; abbiamo collaborato alla realizzazione del Progetto giovani della città, interrompendo la collaborazione quando i politici lo avevano messo in quarantena. Abbiamo accompagnato la fondazione e la crescita del CNCA e gestito la trasformazione del Villaggio giovani di Gressoney con un investimento alto; abbiamo aperto lo sguardo sull’immigrazione assieme a Continente Italia e poi esplicitamente spingendo tutta l’associazione per dieci anni sui progetti Crossing e Melusine che ci hanno messo nel cuore delle trasformazioni epocali del nostro territorio e non solo.

Raccolgo queste cose come uno degli indici specifici di Via Gaggio: intuire, sperimentare, organizzare, dilatare la questione e al momento lasciare che altri possano andare avanti nella gestione; ci riconosciamo la vocazione di apripista con quello che questo richiede di preparazione, di formazione, di elasticità, di capacità di separazione e di distacco.
Penso, utilizzando un’immagine di Hetty Hillesum, che l’unica cosa che possiamo fare e che un po’ abbiamo imparato a fare è quella di offrirci come “campo di battaglia” dove le vite delle persone (oggi particolarmente gli adolescenti della generazione 1,5) possano trovare ospitalità e non pre-giudizio, un luogo fecondo, spazio interiore ed associativo, dove le loro battaglie possano placarsi; senza sfuggire, sperimentando il tutto come un percorso di grazia (di gratuito).
Nel chiudere questa lettera ho la consapevolezza di non aver mai cercato di far crescere una associazione forte numericamente e politicamente, con una richiesta di appartenenza selezionata; a quanti mi hanno chiesto che cosa potevano fare per noi ho sempre rigirato la domanda: qual è il desiderio profondo che porti nel cuore; se questo trova un piccolo incrocio in questa esperienza forse ti può essere utile. Per questo non sono molto preoccupato del futuro, se ci saranno donne e uomini abitati da questa forza.
Ho voluto mettere a disposizione di tutti questi pensieri e sentimenti per essere compagni di vita sempre trasparenti e sereni.
Grazie per la vostra attenzione.
p. Angelo Cupini

     
comunità di via gaggio onlus - 23900 Lecco - tel. 0341 421427 - part. iva 02337960138 - pozzo@comunitagaggio.it