aprile 2009

 



a cura di Angelo Cupini

Cristina è stata la casa

   
   
  Disegno di Mino Cerezo
dedicato a Cristina e Ugo
 
     
     
     
     
 

In questo editoriale “di famiglia” offriamo alla memoria la figura di Cristina Losa, una donna del quotidiano, che nella sua casa ha ospitato assieme
al suo marito Ugo Riva e alla figlia Maria Assunta, il nascere, il progredire
e il trasformarsi della Comunità di Via Gaggio.
Cristina è morta a 89 anni il 2 aprile. Questi i testi proclamati nella Liturgia
di congedo: Proverbi 31, 10-31. Rm 16, 1-16. Lc 2, 22

Le parole scritte di Ugo e quelle di tutti noi si sono intrecciate in questi giorni con la Parola ricercandosi per chiedere senso e per attingere il più profondo della vita.
Accompagnare Cristina in questo ultimo passaggio è stato per me toccare
la profondità della storia e delle cose, degli affetti e delle presenze. I volti, le comunicazioni essenziali, la normalità quotidiana del lavoro e del prendersi cura hanno continuato a svolgersi.

Il cerchio si chiude, abbiamo pensato in tanti: una figlia muore prima dei genitori, poi il padre ed ora la madre. Ma mentre la donna anziana muore
un piccolo bambino riempie con la sua presenza. Il congedo è carico di tenerezza perché c’è un affido reciproco che non è degli ultimi istanti ma è cresciuto con una intera vita; siccome è cresciuto ci ha offerto la gioia di non essere dei replicanti degli eventi e dei modelli. Il bambino e i suoi genitori non sono chiamati ad essere i custodi di una casa museo di ricordi, ma a generare altro. Non si riproduce quello che avevamo messo in moto, si aprono altre strade.
L’amico Angelo Villa alcune settimana fa ci aveva  detto che la trasmissione dell’identità ha bisogno del tradimento; la parola può turbare ma il senso acuto è nella provocazione a trovare fantasia ed energia di ri-scrittura,
re-interpretazione. Allora è viva e produce vita.

Nel cammino con la figura di Paolo apostolo compiuto nel mese scorso avevamo raccolto per noi questa osservazione: nelle lettere di Paolo non ricorre mai l’espressione “imitare Gesù”. Troviamo invece formule molto più profonde: “essere conformati a lui”, “portare la sua immagine” e soprattutto “rivestire Cristo”. Sono modi di dire che superano assai il semplice livello moralistico dell’imitazione e danno espressione a una dimensione misterica. Questo mi sembra l’abbiamo toccato e colto in questa esperienza di vita con la casa di Cristina.

La  notte prima della celebrazione del congedo ho continuato questo esercizio di tessitura della Parola e ho scelto i tre testi che cito all’inizio di queste note. Mi sono sembrati quelli adatti ad essere compresi in questo momento ma anche quelli nei quali ci siamo sentiti interpretati e affidati.

Ci siamo anche chiesto: chi siamo diventati attraverso questi contatti ?
L’immagine unificante è stata quella della casa.
Essere presi in casa non è solo esperienza di ospitalità, ma rimanda all’esperienza fondamentale per ogni uomo: l’abitare come famiglia. Entrare in una casa è entrare nelle cose care delle persone, tra le cose che sono segno di incontri che rimandano a volti, a momenti, ad affetti, a quelle cose che ti vengono incontro ogni giorno e che costituiscono la tua identità o perlomeno la colorano.
Entrare, prendere in, fare casa, è diventare familiare all’altro, essere accolti e svelati nella propria intimità.
Accogliere in casa non è solo slancio emotivo, generosità del cuore, ma orientamento della vita; è gesto politico, capace di costruire e orientare spazi di vita, di attenzione alle persone e al loro futuro.
Accogliere senza trattenere è spiritualità profonda; che si sviluppa nel liberarsi dalle etichette e dai riferimenti esteriori imparando ad amare in modo autentico, nell’interiorizzare gli altri senza possederli; nel donarsi  interamente senza rimpianti, di modo che ognuno possa partire senza portare nulla con sé, imparando a fidarsi così della vita da saperla perdere per ritrovarla come ha scritto il nostro amico teologo Carlo Molari.

Cristina, per noi, è stata la casa; casa/chiesa come ha sussurrato Letizia andando ai ricordi dell’infanzia. Questo essere stata casa ha mosso il nostro bisogno di camminare nel fondo della vita, ha risvegliato il desiderio profondo dentro la nostra realtà, permettendoci di riconoscere la religiosità della vita che tocca le profondità della storia e delle cose.
Siamo stati liberati dalla tentazione di realizzare strutturazioni di vita, di pensiero, credendo così di offrire futuro; non abbiamo aggiunto altro ai nostri giorni, abbiamo vissuto e continuiamo a vivere una riscoperta del profondo della vita che ci fa ritrovare nel movimento di donne e uomini di tutte le culture e di tutte le età.
Tutto questo per regalo della vita; abbiamo ricevuto gratuitamente, gratuitamente lo rioffriamo. L’obiettivo della vita non è fare meriti o sfuggire castighi, ma produrre comunione; potremmo dire fare casa, almeno, desiderare di fare casa.

Questa è la profezia familiare che riconosciamo in Cristina e nella sua casa; questo il suo sguardo acuto di donna che si accorgeva della venuta degli altri, questa la forza organizzativa del suo prendersi cura.

Cristina non mi manca perché continua nelle vite di donne e uomini con le quali ogni giorno camminiamo. Rimane acuta la nostalgia del suo volto.

 
     
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