LA CRONACA
9 gennaio. La Casa sul Pozzo
Il gruppo dei ragazzi di Crossing, che ha deciso di sperimentare la voce, il ritmo e la musica, attacca un pezzo delicato. Junior arpeggia la chitarra classica, Ambra canta, Abdul recita una litania di note e parole, quasi una preghiera. Sul grande schermo si muovono le foto della gente di Gaza. Una donna in lacrime stringe un ragazzo tra le braccia, molte persone attendono appoggiate ad un alto muro, donne con il velo, ragazze con il velo, bandiere, mani verso il cielo con la “V” di vincere, case sventrate, il rifornimento d'acqua, soldati, armi e macerie. Ad altezza d'uomo, la visuale è cambiata.
Arpeggia la chitarra, dolce prosegue il canto di donna, le parole sommesse invocano pace e amore.
Per le strade ci sono volti, occhi, mani, corpi di carne e sangue, c'è il sorriso, c'è il dolore, c'è la rabbia che il satellite non coglie. Ultima foto: un uomo di spalle, sopra una collina, con una mano agita nel sole una bandiera palestinese davanti a un gruppo di soldati, con l'altra mano indica la “V”. Il gruppo musicale si ferma.
Nel salone della Casa sul Pozzo, per un attimo siamo stati sulle strade di Gaza. Siamo stati vicini a quelle mani alzate, quegli sguardi ci hanno toccati. Abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a vedere.
Un amico ci aiuta ad ampliare l'orizzonte, tra racconti di bambini che abitano medesimi territori di morte.
Ballata per i bambini del mondo
C’era un tempo – pochitanti anni fa – in cui i bambini comparivano a tratti nella cronaca dei grandi, lasciando come i ladri tracce di ricordo: avevano insieme severità e una dolcezza silenziosa, quasi a tirare la manica, “sono qui”, quasi non autorizzati a disturbare troppo: sguardi – volti – corpi che parlavano di morte.
Da qualche anno i loro passi sono diventati molto rumorosi. Hanno incominciato, con i loro cortei di milioni e milioni, con l’invasione dei libri: senza nomi, travestiti di numeri, senza colori, abbigliati di fame, senza speranza di vita, trasformati in percentuali, senza latte, senza acqua potabile, senza fogne, abitanti di tabelle e figure da discutere nelle grandi agenzie finanziarie e politiche internazionali, anno-dopo-anno, rapporto sopra rapporto.
Uno di questi bambini, con vocazione di mimo, ha anche provato un giorno la vecchia strategia dei suoi fratelli del Vietnam e Auschwitz: in un punto sperduto del Sudan ha recitato la morte totale: uno scheletro vestito di pelle, solo, vegliato per l’ultimo respiro da un avvoltoio, entrambi fotografati e premiati per la più bella fedele attuale fotografia del 1993.
Non è invece arrivata nessuna fotografia dei bambini di Bhopal: se ne sono andati nel vento lento di quella notte di dicembre avvolti in nuvole di gas con colori mai visti, continuando i loro sogni di giochi sono andati a raggiungere gli amici di Goiania che si erano così innamorati di quelle scorie radioattive luminose, cristalli splendenti nelle montagne di rifiuti, da raccoglierle e portarle con se fino a morirne.
Chi sa che cosa si saranno detti – se mai da qualche parte in qualche sogno si sono incontrati – con le bambine tailandesi che fabbricavano bambole, chiuse nella clausura della fabbrica, come le loro compagne in quella delle case a ore per turisti, le prime bruciate senza echi di grida, le seconde affidate alle cure sicure dell’HIV.
Chi sa a che ritmo nasceranno i bambini dell’Iraq e della Bosnia con ancora nelle orecchie e nel cuore lo spavento e lo stupore dei bombardamenti e degli spari, e quelli della Somalia e del Ruanda morti all’antica, di fame, di spada, di pugnale, perché non c’erano risorse sufficienti per una morte più moderna.
Forse avevano tutti la stessa infinita stanchezza: o forse tutti la stessa inconfessata speranza che è stato solo un bruttissimo sogno, di quelli che tolgono il respiro e fanno piangere fino a non aver più. |