Agnese Pecorari nata a Medea (Gorizia)
l’11 agosto 1949. Vive a Trieste.
Collabora con la Comunità di via Gaggio
ne La Bottega del Telaio.
 

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Agnese Pecorari Ruzzier. Nata a Medea nel 1949, ha frequentato la Scuola libera dell’acquaforte “Carlo Sbisà” di Trieste. Ha realizzato tempere e incisioni. Le prime sono caratterizzate da un uso accorto e divertito di un’ampia gamma di colori puri distesi in piccole e nitide tarsie piatte, le seconde da una scrittura disegnativi esatta e puntigliosa che insegue con bravura personaggi della strada. Nell’un caso e nell’altro il traguardo è segnato dalla narrazione un po’ caricaturale e favolistica e molto miniaturizzata. Ma a quel traguardo la Pecorari arriva senza fretta, assimilando lungo il cammino apporti diversi. Nelle vedute carsiche gioca il ricordo di Soriani, nella nettezza dei colori tesi e cantati l’esempio di Iacobi. C’è poi tutta una rete di scambi con i colleghi e la maestra della Scuola che la porta verso le soluzioni frontali e l’analisi cubistica. Forse la Pecorari ha altresì presente qualche pittore isontino, mettiamo il primo Mocchiutti, nella ben ritmata collocazione dei personaggi sulla scena della festa popolare. Né le è estraneo il realismo magico della Fantini. Questa formazione eclettica e sincretistica non la turba. La Pecorari sa bene dove vuole arrivare. Ella tende a un rimpicciolimento della veduta fino al momento in cui i colori delle tempere e le forme dei contorni all’acquaforte assumono il ruolo portante, facendo così scordare il procedimento semplificativo (l’assonometria, l’atonalità, la separazione fra quinte e figure) nel favoloso reame dove il sogno coincide col vero, la tecnica di rappresentazione con la memoria interiore.

Il Piccolo 25.04.1976
Giulio Montenero

C’è una quasi disperata intenzione di fermare la vita, in queste acqueforti di Agnese Pecorari Ruzzier.
La vita è fermata nei campi, nelle aie, sulle scale di vecchie cascine, nei vigneti. È una vita che appare ancora ferma ad una dimensione di serenità, di pace, di relazioni. Ci sono sempre persone che abitano i luoghi, coppie di ragazze e ragazzi, tante madri con bambini, protetti dentro questo sogno di bellezza che forse, come si sa, è destinato a scomparire.
L’attaccamento - delle persone ai luoghi, dei luoghi ai gesti - è non solo nei corpi, che si stringono tra loro, non solo nelle bambole che le bambini stringono, ma persino nel segno che stringe le cose, e si dedica con attenzione minuziosa e sì - quasi disperata - a fermare ogni tegola, ogni filo d’erba, ogni ciottolo di cortile, ogni ciuffo di pannocchia.
Eppure, in questi segni che si ripetono a formare trame di superfici, tessuti intrecciati quasi all’uncinetto, nel cercare dei volumi possibili, Agnese Pecorari Ruzzier compie qualche cosa di ancora più particolare: perché in questi lievi ma persistenti incisioni le cose si confondono, e i lacci dei vigneti si intrecciano ai raggi delle biciclette e i ciottoli di muri si confondo nei legni della ceppaia e le ringhiere vanno dentro le gonne delle signore, insomma tutte le cose della vita si confondono dentro altre cose della vita e la sensazione, nonostante una così ferrea rappresentazione della terra, ad una più facile lettura che parla soltanto di una vita antica - di origini friulane - è una certa liquidità della visione, delle cose che solo le une dentro le altre si possono comprendere, si possono fermare, si possono guardare. Quando la vita accade è difficile distinguere, se non nella sua rappresentazione. Così, nonostante tanti muri, tanti prati, tanti filari, tanti sentieri che vanno dritti verso l’orizzonte, e si buttano nella luce, il sogno, più che terreno, sembra un sogno d’ acqua, di volontà dell’attimo contro la certezza dello scorrere via. È un sogno liquido e delicato di comunità pacifiche e liete, che si trovano ancora per i momenti di rito collettivo, siano essi quelli religiosi o quelli campestri. Dove non sembra nemmeno mancare la parola, perché ci si prende per mano, si resta vicini dentro spazi noti, di rassicurante intimità, di tradizioni che odorano di religioso.
Forse, per Agnese, questo sogno, che sa di arte quasi naif, dal vago sapore dell’arte slava-orientale, è davvero l’unica possibilità di cogliere la vita e la sua fugacità, di giocare dentro e con questi momenti di gioia e di restituirli sulla tela come un dono che ci fa, qualcosa che davvero non dobbiamo dimenticare mai: il tempo, nonostante lo si voglia trattenere, è sempre più forte di noi. Va più veloce, ci anticipa. Eppure a noi resta la memoria di tutto quello che c’è e c’è stato, di quello che nessuno ci potrà sottrarre: la vita interiore e la vita dei momenti amorosi e fermi dentro questo fluire della storia e dei suoi mutamenti veloci e violenti, quella sensazione dell’essere vivi che non si chiede più il perché, la possibilità ultima di rifugiarci nella bellezza della visione per ricordarci che ci sono stati dei paradisi, e qualche volta, fortunatamente, ne abbiamo fatto parte.

14 febbraio 2010
Patrizia Rigoni



     
 
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