È un luogo, uno spazio, una casa. Questo progetto, che ha visto la luce alla fine del mese di ottobre del 2005, ha cercato di colmare un vuoto presente nel territorio di Lecco. Da subito ci si è messi in ascolto di altri enti ed associazioni che operavano con minori provenienti da altri pezzi di mondo. In particolare l’Ufficio minori del comune di Lecco segnalava la difficoltà delle famiglie a seguire i figli frequentanti le scuole superiori che, leggendo i dati di mortalità scolastica, sono estremamente vulnerabili.
Crossing è nato quindi incrociando la domanda posta dalle famiglie con un lavoro di mediazione-proposta operato dagli educatori del Comune che già conoscevano i ragazzi.
La risposta, messa in atto nel primo anno di vita, è stata quella di offrire un luogo di sostegno scolastico, di socializzazione, di integrazione, grazie alla presenza, tra i volontari, di ragazzi italiani e di un’intera classe di studenti frequentanti il liceo socio-psicopedagogico del Bertacchi, in seguito all’attivazione di un tirocinio.
Con il tempo, i ragazzi sono aumentati, abbiamo incrociato le loro storie, si sono raccontati e siamo sempre più diventati interlocutori per loro “affidabili”.
Questo spazio è così divenuto anche un osservatorio, molto privilegiato, del disagio, delle fatiche, dei bisogni degli adolescenti stranieri.
In queste settimane siamo nel vivo di un lavoro di ricognizione del contesto, di ri-definizione di senso di ciò che è stato, che è e che sarà crossing.
Ripensando a questo secondo anno, emerge che la domanda che ci viene posta ora è diversa, non è più così definita e lineare perché incrocia la complessità che vivono i protagonisti della storia.
Sono stati i ragazzi a riformulare le loro domande, a cercare di dare un senso al loro presente per meglio pianificare il futuro. Sono loro che ci hanno permesso di capire che la scuola è uno degli aspetti che li vede coinvolti troppo spesso da spettatori, o perché non sono stati protagonisti nella scelta della scuola, qui vi si può leggere un desiderio di riscatto sociale da parte delle famiglie, poco rispettoso però delle difficoltà, si pensi solo alla lingua, e dei desideri dei loro figli, o perché la scuola viene vissuta come elemento estremamente frustrante. Sentono lo scarto con i coetanei, non hanno occasione di vivere all’interno della classe esperienze che li valorizzino e che abbiano un ritorno sulla loro autostima, socializzano spesso con altri ragazzi stranieri che vivono lo stesso disagio. Confrontandosi con gli insegnanti della scuola, ci sembra, a volte, di parlare di persone diverse; in crossing, la modalità del rapporto giocato, quasi sempre un volontario con un ragazzo o con un piccolo gruppo, stimola il ragazzo ad essere sempre più protagonista e ad esprimere in modo spontaneo i propri dubbi e permette anche una maggiore valorizzazione delle risorse interne al gruppo.

Diamo ora dei numeri:
4: n. pomeriggi d’apertura
30: n. ragazzi con una media giornaliera di 15/17
4: n. operatori
15: n. volontari

CHI SONO I RAGAZZI CHE FREQUENTANO CROSSING?
- Le provenienze sono le più diverse (sud America: Yoneida, Elisa, Junior, Fiamma, Juan-Carlos, Johannes), Africa del Maghreb (Marua, Baicha, Betissam, Salma, Aicha), Libawit, Habtamu, Fatiya, Iran (Bahar), Russia (Darina, Eugenio), centro Africa: Eveline, Uche, Oke, Fatou;

- Le scuole frequentate anche: Bertacchi, Parini, scuole professionali (Clerici e Aldo moro), Fiocchi, liceo scientifico.

- La maggioranza dei ragazzi incontrati è in Italia dopo ricongiungimento familiare (chi da 4/5 anni, molti da 2), nella maggioranza dei casi è presente 1 solo dei 2 genitori o perché separati o perché morto o perché ancora nel Paese d’origine: ciò significa che la famiglia è monoreddito, con lavori non sempre duraturi che rendono necessario il supporto del figlio maggiore che contribuisce lavorando nel week-end e soprattutto durante l’estate.
Vivere in una famiglia monoreddito vuole spesso dire essere soli nel gestire i propri disagi e le proprie sofferenze: raramente i minori stranieri riescono ad individuare la famiglia come risorsa, più spesso tendono a non coinvolgerla o per evitare di preoccupare e far soffrire i genitori, già gravati da un difficile percorso di inserimento nel Paese d’accoglienza, o perché, nel contatto con gli adolescenti italiani, sperimentano modelli educativi che sentono a loro più vicini.
Crossing è un osservatorio molto privilegiato perché, per svariati casi da noi sperimentati, risulta l’unico luogo in cui i ragazzi si sentono estremamente liberi di esprimere la propria identità e di esternare le proprie fatiche del vivere.
Sforziamoci di pensare cosa possa voler dire per un bambino, ragazzo vivere un pezzo della propria storia con uno dei due genitori, fantasticando e sognando l’altro che è andato a far fortuna lontano, magari, ad un certo punto, mettersi in viaggio, piombare in un altro Paese, chiudere con i propri amici proprio nel momento in cui sono fondamentali nel percorso di crescita, cambiare la persona di riferimento e magari scoprire che non è proprio come la ricordavi e sognavi e che non ha poi fatto ‘sta grande fortuna!
Gli adolescenti migranti, oltre ad essere portatori di bisogni “universali”, che sono propri di ogni soggetto in crescita, sono caratterizzati dall’avere bisogni “particolari”, propri di coloro che si trovano a crescere e vivere tra 2 mondi, e questo nella fase del ciclo di vita in cui si verifica il processo di costruzione della propria identità.
I minori stranieri si trovano “in mezzo” tra due culture all’interno delle quali faticano a riconoscersi, crossing allora deve essere anche il luogo di ricerca di senso che li accompagna a sentire e vivere che il rapporto fra le due culture non deve essere necessariamente visto in termini di scontro, di adozione di una cultura e rifiuto dell’altra.
Del resto una cultura non è univocamente data una volta per tutte quanto piuttosto un cantiere sempre aperto: avere una cultura ed una identità non ci obbliga ad essere dei monoliti perché la nostra identità è un continuo frutto di negoziato grazie anche agli scambi relazionali.

Crossing è la possibilità di fare esperienze, di vivere all’interno del gruppo dei pari, una possibilità che spesso è negata nel contesto scolastico che rappresenta, per diversi dei nostri ragazzi, l’unico luogo di socializzazione.
Non dimentichiamo che, in età adolescenziale, il gruppo dei pari rappresenta in tutto e per tutto il punto di riferimento, fino ad avere più rilevanza dello stesso nucleo familiare. Offrire uno spazio, che risponda ai bisogni “dello sviluppo” –bisogno di rapporti sociali e di appartenenza, di attenzione emotiva positiva, di attaccamento, di separazione, di partecipazione attiva- significa giocare una parte significativa nel processo di sviluppo della personalità. Un altro punto di forza, risorsa che crossing sta rappresentando è l’eterogeneità nell’età degli operatori e volontari che si trovano a volte coinvolti nel giocare il ruolo significativo di sorelle o fratelli maggiori e di figure adulte di riferimento. Queste persone hanno dimostrato di essere mosse dal desiderio di “prendersi in carico”, o meglio di prendersi a cuore le storie dei ragazzi.
In questo il progetto crossing incrocia l’insegnamento di don Milani “I care”.



 
 
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